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Full text of "La vita nuova. Con introduzione, commento e glossaio di Tommaso Casini"

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FRIENDS OF 

DUKE UNIVERSITY 

LIBRARY 

GIFT OF 



Professor A.M, Webb 






LA VITA NUOVA 



LA yiTA NUOVA di 
DANTE ALIGHIERI con 

INTRODUZIONE, COMMENTO e GLOS- 
SARIO di TOMMASO CASINI & 

2 a EDIZIONE, RIVEDUTA E CORRETTA (NUOVA 
TIRATURA). 




In Firenze, G. C. Sansoni, Editore - mcmxiil 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Firenze, Stab. G. Carnesecchi e figli, Piazza Mentana. 



PREFAZIONE 



Giulio Cesare Sansoni, che meritamente si era 
acquistato in poco tempo il nome di editore in- 
telligente e valoroso, pensava negli ultimi anni 
della sua breve esistenza di dare opera ad una col- 
lezione scolastica degli scrittori italiani, la quale 
potesse, nelle mani di savi maestri e di studiosi 
discepoli, riuscire efficace strumento a migliorare 
le condizioni, che molti affermano miserevoli tra 
noi, dello cri vere nella lingua nazionale. La 
morte tolse al compianto Sansoni di vedere av- 
viata la sua collezione ; per la quale aveva affi- 
data alle mie cure la Vita Nuova, libro, non ostante 
il bando onde fu colpito con altri dai più recenti 
programmi dell' insegnamento officiale, degno pur 
sempre che i giovini delle nostre scuole lo leg- 
gano, come primo esempio della prosa artistica 
italiana e come necessaria introduzione allo stu- 
dio della Divina Commedia, posta quasi fonda- 
mento agli studi di lettere nelle scuole classiche. 
Tale essendo stata l'origine di queste nuova edi- 



VI PREFAZIONE 



zione, non recherà meraviglia eh' ella si presenti 
al pubblico dei lettori senza intendimenti, come 
oggi dicono, scientifici, e tanto meno poi con 
quello di risolvere le molteplici questioni colle- 
gate con la V. N. In questo caso necessità prima 
sarebbe stata quella di fermare il testo critica- 
mente ricostituito del libretto dantesco ; ma par- 
venu, oltre che fatica superiore alle mie forze, 
opera disconveniente a un libro destinato fino da 
principio ai giovani : pur feci in modo che la nuova 
stampa arrecasse alcun contributo alla futura edi- 
zione critica, comunicando il testo di uno dei ma- 
noscritti più antichi, rimasto fino ad ora, per que- 
sta parte, del tutto inesplorato. Il commento poi 
non poteva riuscire una novità : venuto dopo tanti 
valorosi interpreti, ho dovuto trascegliere da' loro 
commenti quello che mi parve il meglio, e spesso 
valermi, citandoli con iscrupolosa osservanza, delle 
lor proprie parole ; non si per altro che anche 
questa fatica riuscisse un' inutile ripetizione, poi- 
ché ebbi cura di riscontrar sempre alle fonti le 
citazioni degli altri interpreti, e molte volte mi ac- 
cadde di poter rettificare delle inesattezze che 
erano finora passate d'uno in altro commento. 
Non mancano nel mio le interpretazioni affatto 
nuove di qualche passo oscuro o disputato, o le 
illustrazioni a qualche luogo sul quale i prede- 
cessori sorvolarono; ma non io devo darne giudi- 
zio, si bene il lettore intelligente e spassionato : 
mi sarà lecito per altro di far osservare che ab- 



PBEFAZIONE VII 



bondano (e forse a qualcuno parrà successivamente) 
le note di lingua e le dichiarazioni di modi e pa- 
role; e abbondano perché il commento fu scritto 
specialmente in servigio delle nostre scuole, che 
mi parrebbe ormai necessario ricondurre a quei 
minuti e larghi esercizi di raffronto e di interpre- 
tazione delle parole, i quali furono in uso presso 
i nostri padri, e fecero scrittori assai più corretti 
ed eleganti e disinvolti che non siano certi so- 
lenni maestri odierni, dispregiatori della gramma- 
tica e del vocabolario. La notizia sulla V. N. pre- 
messa al testo non ha altro fine che d' informare 
con una rapida esposizione i leggenti intorno alla 
costituzione del libro, alla sua varia fortuna, e 
a talune questioni strettamente collegate con esso : 
il -glossario darà raccolto tutto ciò che di meno 
vivo o di meno usuale è nella lingua della V. N., e 
servirà anche qualche volta per risparmiare tempo 
e fatica nella ricerca di alcun passo. 

Cosi com' egli m' è riuscito, questo libro, inco- 
minciato a stampare or sono due anni, dovuto in- 
tralasciare per il dolore di una perdita angosciosa, 
e finalmente ripreso con una gran fretta , di con- 
durlo a termine, io lo licenzio al pubblico degli 
studiosi, lontano cosi da ogni superbia di disdegno 
per gli altrui giudizi come dalla umiltà ■ d' invo- 
carli secondi e benevoli. 

Pisa, 2 Novembre 1885, 

T. Casini. 



AVVERTIMENTO ALLA SECONDA EDIZIONE 



Dopo cinque anni dalla prima stampa, questo libro rivede 
la luce nella Biblioteca scolastica di classici italiani con la 
quale i successori di G-. C. Sansoni hanno attuato il di- 
segno cui egli mi aveva invitato a dar principio col gen- 
tile libretto di Dante. Nessuna novità bo introdotta in que- 
sta seconda edizione, se novità non siano una più attenta 
recensione del testo e alcune correzioncelle e giunte di 
minima importanza : il libro è rimasto in sostanza quale 
era, e cosi potrà continuare a correre per le scuole italiane 
dove fu sino dal suo apparire accolto con favore. Oggi non 
è più in bando, come nel 1885, perché i maestri sono li- 
beri di scegliere essi i libri di testo, pur che non escano 
da certi confini e non s'allontanino da certi criteri; però 
lo posso raccomandare con più viva fiducia. Agli studiosi che 
della prima edizione dettero benigno giudizio sono grato : 
a parecchi signori, che dopo essersene serviti non senza 
vantaggio, fanno le viste di non aver pur letto il libro, non 
farò io l'onore di ricordarli in queste carte destinate ad 
andare nelle scuole, dove il loro nome e la loro scienza 
non credo siano ancora arrivate. 

1 Giugno 1890. 

T. C. 



NOTIZIA SULLA VITA NUOVA 



§ 1. Cenni sulla storia esterna della V. N. - % 2. Commentatori e interpreti 
- § 3. Tempo in cui fu scritta la V. N. - § 4. Composizione del libro : significato 
del titolo. - § 5. Le visioni e il numero nove. - § 6. Rime pertinenti alla V. N. 



§ 1. Della Vita Nuova, come del resto di tutte le 
altre opere dell' Alighieri, a noi non è rimasto alcun 
esemplare di mano dell' autore: essa invece ci è stata 
conservata da non pochi manoscritti, i più antichi dei 
quali non risalgono più addietro della metà del tre- 
cento. 1 A giudicare dal numero delle copie d'innanzi 



i I mss. della V. N. che appartengono sicuramente al secolo xiv 
sono: A, chigiano l. viii. 305; B, magliabechiano vi. 143; C, cod. della 
famiglia Martelli (Firenze). Poi vengono alcuni scritti tra il cader del 
sec. xiv e il cominciar del xv : D, laurenziano xc sup., 136 ; E, ric- 
cardiano 1050. Del sec. xv, e alcuni anche della prima metà del xvi 
sono certamente : F, laurenz. xl, 31; G, laurenz. xi, 42; H, magliabe- 
chiano vii. 187; I, magliabechiano vii. 1103; J, laurenz., fondo Ashbur- 
nham 679; K, laurenz., f. Ashburnham 843; L, magliabechiano, SS. An- 
nunziata 1267; M, marciano ci. x, 26: N, vaticano, capponiano 262; O, 
corsiniano 1085; P, chigiano L. v. 176; Q, trivulziano 1058; R, tri- 
vulziano 1050; S, veronese, capitolare 445; T, palatino 204; U, pala- 
tino 119; V, ambrosiano r. 95 sup. 13; W, bodleiano, canoniciano 
114; X, braidense ag. xi. 5; Y, Napoletano xm. e. 9 ; Z, codice della 
famiglia Nobili (Pesaro) ; a, cod. del Witte, ora di Strassburg; b, lau- 
renz. xc sup., 137; e, riccardiano 1118; d, marciano ci. ix, 191 ; e, 
cod. della famiglia Cavalieri (Milano) ; f, panciatichiano 9 ; g, pancia- 
tichiano 10. 



NOTIZIA SULLA VITA NUOVA 



la stampa, che ci sono pervenute, il libretto di Dante 
non deve -aver avuto nei secoli xiv e xv una grande 
diffusione : pochi biografi e commentatori del poema lo 
ricordano; nessuno scrittore lo imitò; e forse, fuori di 
Toscana, fu Ietto da pochissimi, anche perché assai per 
tempo cominciarono a divulgarsi degli estratti della 
V. N. contenenti le sole poesie, 1 e poi perché la gloria 
della Commedia oscurò e fece dimenticare le altre scrit- 
ture di Dante. Delle quali la V. N. fu l'ultima a venir 
pubblicata per le stampe : che mentre il Convivio si 
aveva stampato sino dal 1490, il De vulgari eloquen- 
tia dal 1529 e il De Monarchia dal 1559, la prima 
edizione della V. N. comparve solamente nel 1576, in 
Firenze, curata da Niccolò Carducci; il quale o per di* 
fetto del manoscritto sul quale la condusse o per sua 
negligenza ce ne diede un testo infedele e incompiuto. 2 
Dopo un secolo e mezzo, lungo periodo di interregno 
per i grandi scrittori toscani del trecento, venne fuori 
la seconda edizione della V. N. ; 3 la curò Anton Maria 
Biscioni, che affermò di aver consultato sette mano- 
scritti, 4 e, sebbene trascegliesse a caso le varietà di 

* Per es. nel cod. magliabechiano II, n, 40. 

2 il titolo della prima edizione è il seguente : Vita' Nuova di Dante 
Alighieri con xv canzoni del medesimo e la vita di esso Dante scritta 
da Giovanni Boccaccio. In Firenze, nella stamperia di Bartolomeo 
Sermartelli MDLXXVI. Precede una lettera del Sermartelli,' del 26 
marzo ì 576, a Bartolomeo Panciatichi, cui il libro è dedicato; nella 
quale l'editore dichiara d'aver avuto la V. JV. dal Carducci. Nel 
testo mancano le divisioni, e tutte le espressioni che accennano a 
cose sacre (per es. capp. xxm, 40; xxvin, 1; xxx, 6 ecc.) sono omesse 
o cambiate. 

3 Nelle Prose di Dante Alighieri e di Messer Gio. Boccacci. In 
Firenze MDCCXXI1I. Per Gio. Gaetano Tartini, e Santi Franchi. 

* I mss. consultati dal Biscioni furono B, D, E, F, G, M, e un co- 
dice della famiglia Guadagni. 



NOTIZIA SULLA YITA NUOVA XI 

lezione e non sapesse ricavarne tutto il possibile van- 
taggio, corresse molti errori e compi le lacune della 
prima stampa. Il testo, quale era stato fermato dal 
Biscioni, fu riprodotto in tutte le ristampe posteriori 
della giovenile operetta di Dante; fino a che compar- 
vero, quasi nello stesso tempo, due nuove edizioni che 
segnano il cominciamento di un lavoro più metodico 
intorno alla lezione della V. N., poiché i loro autori 
si proposero di comunicare il testo di determinati ma- 
noscritti, come strumento a ulteriori indagini criti- 
che : sono queste l' edizione milanese del 1827 con- 
dotta da Gian Giacomo Trivulzio su' due manoscritti 
di sua proprietà 1 e la pesarese del 1829 procurata da 
Odoardo Machirelli e Crisostomo Ferrucci sur un ma- 
noscritto della famiglia Nobili. 2 Seguirono le edizioni 
oli Pietro Fraticelli, 3 di Alessandro Torri, 4 di Giambat- 
tista Giuliani ; 5 le quali arrestarono più che non af- 
frettassero il cammino verso la costituzione di un te- 
sto critico della V. N., iniziato colla milanese e la pe- 
sarese : quei tre valentuomini variamente benemeriti 
degli studi danteschi, volsero la mente più tosto alla 
interpretazione del libro, e, se anche consultarono e 
spogliarono codici e stampe, troppo arbitrariamente per- 
mutarono, emendarono, corressero dove meglio loro 



i Vita Nuova di Dante Alighieri ridotta a lezione migliore. Mi- 
lano dalla tipografia Pogliani MDCCCXXVII. Sui codd. Q, R. 

2 Vita Nova di Dante Alighieri secondo la lezione di un codice 
inedito del secolo xv. Pesaro dalla tipografia Nobili 1829. È la 
stampa del cod. Z. 

3 Firenze, Allegrila e Mazzoni, 1839; Firenze, Barbèra, 1856, 1861, 
1882. 

4 Livorno, Vannini, 1843. 

5 Firenze, Barbèra, 1863; Firenze, Le Monnier, 1868, 1883. 



XII NOTIZIA SULLA VITA NUOVA 

parve di leggere cosi e cosi, secondo il criterio fal- 
lace del gusto. Un utile contributo invece alla critica 
del testo recò Ludovico Pizzo colla sua edizione ve- 
neziana, condotta sopra i due manoscritti marciani e 
accompagnata da una buona bibliografia delle stampe 
e delle traduzioni. 1 Ma il lavoro più cospicuo intorno 
al testo della V. N. fu quello di Pio Rajna, per l'edi- 
zione pisana preparata dal D'Ancona; 2 la quale anche 
per questa parte riusci notevolissima, sebbene dispia- 
cesse ad alcuno 3 che in molti casi dubbi si fosse ac- 
colta la lezione di manoscritti poco autorevoli o delle 
stampe precedenti, mentre era forse assai meglio ri- 
tornar francamente a quella del codice più antico tra 
i sei consultati dal Rajna. Un progresso ulteriore nella 
critica del testo è segnato dall' edizione procurata da 
Carlo "Witte, 4 il quale la corredò di una ricca biblio- 
grafia dei manoscritti e delle stampe e ne raccolse tutte 
le più notévoli varianti : ma anche l' illustre dantista 
non seppe liberarsi dal difetto, ch'egli giustamente rim- 
proverò ad altri editori, di sostituire una lezione ad 
un' altra, non già secondo un criterio obbiettivo, ma 
in conformità del suo modo d' intendere l'operetta di 
Dante. Le stampe della V. N. posteriori a quella del 
Witte nulla o quasi nulla aggiunsero di utile alla co- 
stituzione critica del testo; alla quale sarebbe tempo 
di dare opera, partendo da una classificazione dei ma- 



1 Venezia, Antonelli, 1865. 

2 Pisa, tip. Nistri, ]872; ristamp. ivi, 1884. 

3 Vedansi le osservazioni premesse all"ediz. wittiana, p. xxxix-xl. 
É da notare che il Rajna non conobbe per il suo lavoro i codd. A, 
C ; si giovò invece dei codd. B, E, H, I, L, P. 

* Leipzig, Brockhaus, 1&76. 



NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XIII 

noscritti sopravvissuti, o almeno tenendo a base uno 
dei manoscritti più antichi. Non essendo stato mio in- 
tendimento di tentare quest' opera di ricostituzione, e 
non volendo d'altra parte in una nuova edizione ri- 
petere questa o quella delle precedenti, ho seguito co- 
stantemente la lettera di uno dei codici più antichi, 
non ancora consultato dai molti editori della V. N.; 1 
e riproducendo questo testo con iscrupolosa fedeltà 
(salvo in alcuni pochissimi casi d'errore materiale 2 ), 
ne è uscita una lezione che ha, a mio parere, le sem- 
bianze e tutto il colorito dello stile e della lingua dei 
tempi di Dante. 

§ 2. Se scarso, o più tosto condotto poco metodi- 
camente fu sin qui il lavoro di critica del testo della 
V. N., altrettanto non si può dire di quello dell' in- 
terpretazione. Sino dal secolo xiv, in quel gran fer- 
vore di studi danteschi che seguitò alla morte del poeta, 
qualcuno degli interpreti del poema potè forse concepir 
l' idea di commentare la V. N., considerata giustamente 
sino d'allora come un' introduzione alla Commedia : 3 



i È il cod. segnato A, che appartiene alla 2 a metà del sec. xiv : 
questo codice, di provenienza toscana e già appartenuto a un figlio 
di Coluccio Salutati, fu certamente ordinato e forse anche scritto da 
persona cólta di lettere e di poesia ; e la V. N. vi sta in mezzo ad 
una ricca antologia di rime antiche, la quale, pur accogliendo saggi 
dei poeti meridionali, incomincia dal Guinizelli e mette capo al Pe- 
trarca. Questa raccolta di poesie, che è il più ampio monumento dello 
stil nuovo, fu pubblicata da E. Monaci e E. Molteni in Bologna, Fava 
e Garagnani, 1877. 

2 Vedansi, per le poche emendazioni introdotte nella lezione del 
codice, le Note per la critica del testo, in fondo al presente volume. 
É mio dovere ringraziare pubblicamente i carissimi amici Albino e 
Oddone Zenatti,, dai quali ebbi una diligentissima collazione della 
stampa col manoscritto chigiano. 

3 Nel cod. a, in fine alla V. N. si legge che « secondo alcuni que- 



XIV NOTIZIA SULLA VITA NUOVA 

che P idea fosse recata in atto non sappiamo, ma è* 
certo che verso la fine del trecento correvano sotto 
il nome di Giovanni Boccaccio certe chiose al libretto 
di Dante, delle quali anzi una, scritta per giustificare 
l' omissione delle divisioni, ci è stata conservata da 
un diligente copista. 1 Ma se chiose o commenti sulla 
V. N. furono scritti, come è assai probabile, sino dal 
secolo xiv a noi non sono pervenuti: e primo illustra- 
tore di questo libro resta Anton Maria Biscioni, il quale, 
curandone come abbiamo già detto la ristampa, vi 
mise innanzi un lungo discorso illustrativo e vi rac- 
colse in fine alcune poche annotazioni non senza va- 
lore. Altre note aggiunsero gli editori milanesi e pe- 
saresi, ma i primi commentatori, nel vero senso della 
parola, furono il Fraticelli e il Torri: l'uno accompagnò 
le varie edizioni da lui sopravvedute di note esplicative 
sobrie e diligenti e di un'ampia dissertazione che illu- 
stra gli amori e le rime giovenili di Dante ; l'altro cor- 
redò il suo testo di molte illustrazioni di vario valore, 
raccogliendovi tutto quello che da altri era stato scritto 
innanzi sulla V. N. e discutendo, da sé o per iscritture 
altrui, molte quistioni di senso, di lingua, di storia. Il 
commento del Fraticelli è forse insufficiente ai più, 
poiché sorvola su molti luoghi difficili; quello del Torri 
è male ordinato e distribuito, e il lettore si perde fa- 
cilmente in una selva di note e contronote, di preli- 
minari e di appendici : ma V uno e l'altro, in mano di 
chi sappia farne uso, sono ottimi strumenti all' inter- 

sto libretto si vorrebbe scrivere dinanzi al cominciaraento del libro 
che tratta dell' inferno »; ed. del "Witte, p. xxix. 

i Quello del cod. D : cfr. 1* ediz. del Torri, p. 99, e, più utilmente, 
quella del Witte, p. xix e seg. 



NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XV 

pretazione della V. N. A questa volse con particolare 
amore le sue cure Giambattista Giuliani, scrivendo un 
commento che a' più parve ottimo, e il' Witte lodò 
« per profonda penetrazione dei pensieri dell' autore, 
per gusto squisito e per somma chiarezza » : il metodo 
del Giuliani, com' è noto, era quello d' interpetrare 
« Dante con Dante », vale a dire di non cercar mai la 
spiegazione delle idee e dei sentimenti dell' autore, il 
significato delle parole da lui usate, i particolari di 
fatto che lo riguardano, fuori delle opere sue ; un me- 
todo, che è un po' esclusivo e anche, se vuoisi, cagione 
non infrequente all' interprete di aggirarsi in un circolo 
vizioso, non poteva dare un commento in ogni sua parte 
perfetto, si bene conferire utilmente alla migliore in- 
telligenza di molti luoghi e a mostrare i rapporti di 
forma e di pensiero tra le varie opere di Dante : e sa- 
rebbe vano il negare, per questo rispetto, il molto che 
gli studi danteschi in generale ed anche quelli sulla V. N. 
devono al Giuliani. Opera di maggiore larghezza, che 
superasse tutte le precedenti, si propose Alessandro 
D'Ancona preparando con Giosuè Carducci e Pio Rajna 
l'edizione pisana del 1872: il discorso su la Beatrice 
di Dante, premesso dal D'Ancona alla V.N., è l'illustra- 
zione più compiuta di questo libretto e in generale della 
gioventù dell'Alighieri r 1 le note del D'Ancona stesso e 
del Carducci, pur accogliendo e discutendo le interpre- 

i Nella ristampa del 1884 il D'Ancona ha aggiunto, oltre molte belle 
e preziose note, una prefazione, nella quale discute nuovamente la 
questione cronologica della V. N. Su questa ristampa si possono con- 
sultare con frutto le recensioni di A. Gaspary nel Literaturblatt f. 
germanische und romanisclie P/iilologie, anno v, n° 4 ; di R. Renier 
nel Giorn. stor. delta leti, ital., II, 366-395 ; e di F. D'Ovidio nella 
Nuova Antologia, 2 a serie, XLIV, 23S-268. 



XVI NOTIZIA SULLA VITA NUOVA 

tazioni dei commentatori precedenti, tanto le superano 
di novità e di precisione che un illustre dantista au- 
gurava ai classici antichi la sorte di essere commen- 
tati in tal modo. Dopo, più tosto che veri commenti 
si ebbero edizioni annotate: fra le quali ricorderò so- 
lamente quella di Carlo Witte, con note parche e suc- 
cinte che spesso ripetono, colle stesse parole, le spiega- 
zioni del Fraticelli e del Giuliani ; e quella di Attilio Lu- 
ciani, che riassumendo in servizio delle scuole i com- 
menti altrui vi pose del suo qualche osservazione utile 
e nuova. Furono poi, specialmente negli ultimi anni, 
frequentissimi gli studi critici attinenti a questa o quella 
parte della V. N„ e specialmente alla questione della 
realtà o idealità o allegoria di Beatrice. 2 Da questi 
scritti si può trarre spesso qualche buona osservazione, 
e se n' ha a giovare l' interpetre della V. N. per co- 
noscere le opinioni messe innanzi dagli altri ; ma mi pare 
inutile distenderne qui un elenco, che forse riuscirebbe 
manchevole di qualche nome : e basterà additare spe- 
cialmente lo studio di Giosuè Carducci sulle rime di 
Dante, gli scritti danteschi di Giuseppe Todeschini e 
di Raffaello Fornaciari, e finalmente le storie della 
letteratura italiana di Adolfo Bartoli e di Adolfo Ga- 
spary; poiché in questi libri è il meglio che sia stato 
scritto, all' infuori dei commenti già enumerati, sul gio- 
venile libro di Dante. 1 Invece non mi pare inutile il 



i Su Beatrice e le relative questioni sono da vedere con profitto 
lo studio di G. Puccianti, La donna nella Vita Nuova di Dante enei 
Canzoniere del Petrarca, Pisa, Nistri, 1874 ; il libro di R. Renier, 
La Vita Nuova e la Fiammetta, Torino, Loescher, 1879; e lo scritto 
di P. Tartarini, La Beatrice di Dante e la Bice Portinari, Torino, 
Bona, 1885. 



NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XVII 

ricordare che all' intelligenza della V. N. possono util- 
mente conferire le traduzioni che ne abbiamo nelle 
principali lingue viventi: .delle quali le più osservabili 
sono le tedesche del Jacobson, dell' Oeynhausen, del 
Foerster; le inglesi del Garrow, dell'Eliot Norton, del 
Martin ; e le francesi dello Zéloni e del Delécluze : os- 
servabili anche perché ci attestano la diffusione del- 
l' operetta di Dante presso i popoli stranieri. 

§ 3. Non è bene accertato, non ostante la lunga 
discussione che se n' è fatta, x il tempo in cui Dante 
scrisse la V. N. ; o, meglio, in cui diede ordine ed orga- 
nismo di libro a quella mescolanza di prosa e di rime, 
scritte in tempi diversi e raccolte poi e collegate in 
un solo racconto. Due opinioni principali tengono il 
campo. L' una risale alla testimonianza del Boccaccio, 
il quale nella biografia dell'Alighieri scrisse che « egli 
primieramente, duranti ancora le lagrime della morte 
della sua Beatrice, quasi nel suo ventesimo sesto anno 
compose in un volumetto, il quale egli intitolò Vita 
Nuova, certe operette, siccome sonetti e canzoni, in 
diversi tempi davanti e in rima fatte da lui » ; cosi che 
la composizione di 'questo libretto cadrebbe adunque 
all' incirca neh' anno 1292 : e seguirono questa opinione, 
o di pòco se ne scostarono, il Balbo, il Fraticelli, il 



1 Vedasi in proposito la pref. di A. D'Ancona alla ediz. di Pisa, 1884, 
pp. xvn e segg.; e gli scritti già citati del Todeschini e del Fornaciari, 
e quello di A. Lubin, Intorno all' epoca della V. N. di Dante, Gratz, 
186'2. Anche è da vedere, a questo proposito, la memoria di P. Rajna, 
Per la data della V. é N. e non per essa soltanto (Giorn. stor. della 
lett. ital., VI, 113-162), che autorevolmente propugna la lezione e l'in- 
terpretazione già data da me nel passo disputato del cap. xl, 1 ; dal 
quale molti trassero già una conferma all'ipotesi che la V. 2V. fosse 
scritta non prima del litO. 



XVIII NOTIZIA SULLA VITA NUOVA 

Todeschini, e il Fornaciari. L'altra opinione muove 
dalla considerazione che i fatti accennati nella V. N.. 
abbracciano un periodo di tempo che si estende oltre 
il momento del dolore per la morte di Beatrice, e 
dall' ipotesi che la visione accennata nell' ultimo ca- 
pitolo sia quella stessa che è rappresentata nella Com- 
media ; cosi che la composizione del libretto non po- 
trebbe essere anteriore al 1300 e cadrebbe nella pri- 
mavera di quell'anno : e questa opinione sostennero il 
Lubin, il D'Ancona, il Witte, il Wegele, lo Scartazzini,. 
ed altri, salvo che almeno alcuni di essi ammisero la 
possibilità che una parte della narrazione fosse comin- 
ciata a scrivere subito dopo la morte di Beatrice e la 
restante vi fosse poi aggiunta più tardi. In una que- 
stione, alla quale parteciparono tanti e tanto valenti 
cultori degli studi danteschi, ormai è impossibile portare 
in campo argomenti nuovi e definitivi ; poiché tutti gli 
indizi e gli accenni al tempo che si tratta di determi- 
nare sono stati avvertiti, chiariti, discassi con ogni di- 
ligenza ; ed ora una trattazione della questione non sa- 
rebbe altro che inutile ripetizione di cose già dette. 
Pur non voglio astenermi dall'osservare, che forse alla 
risoluzione de' dubbi fu impedimento finora il modo col 
quale essi furono posti ; poiché i seguaci delle due opi- 
nioni sovraccennate partirono rispettivamente da un 
dato non bene accertato : per gli uni il fondamento di 
ogni deduzione fu l' attendibilità del Boccaccio, per gli 
altri l' identità della visione finale con quella della Com- 
media. Ora, per quanto non sia del tutto giusto il bia- 
simo, che sino dal quattrocento il Bruni rivolgeva al 
Boccaccio, d'avere scritto la Vita di Dante piuttosto da 
poeta che da storico, biasimo tante volte ripetuto ai di 



NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XIX 

nostri, sebbene le indagini degli eruditi abbiano confer- 
mato molti de' particolari di quel libro, si potrà ammet- 
tere senza difficoltà che l'autore del Decameron sia stato 
molto scrupoloso nel determinare il tempo della com- 
posizione della V. N. ? non sarà forse più ragione- 
vole il ritenere che egli, sapendo solamente che il li- 
bretto di Dante era stato scritto pochi anni dopo la 
morte di Beatrice, e non avendo d' altra parte no- 
zione alcuna di un anno determinato, ai quale rife- 
rirne la composizione, colle parole « quasi nel suo 
ventesimo sesto anno » abbia voluto non già precisare 
codesto tempo, ma solo indicarlo per approssimazione , 
come se intendesse dire che l'Alighieri scrisse la sua 
operetta in tempo non molto lontano dall'anno vente- 
simo sesto della sua vita? Ancora: pur ammettendo 
l' identità della visione finale con quella del poema, 
è necessario ammetterne la contemporaneità assoluta ? 
Questa visione non è altro che l' idea del viaggio nar- 
rato nella Commedia : ma nella fine della V. N. è 
accennata come appena concepita, anzi come appena 
intravveduta nella mente di Dante, il quale dichiara di 
studiare quanto può per venire a « più degnamente 
trattare » di Beatrice, ossia, come mi pare di dover in- 
tendere necessariamente, per determinare e concretare 
quella mirabile concezione che sarà poi la materia del 
poema sacro. Nell'anno 1300, al quale è riferita la vi- 
sione per ragioni del tutto esteriori (che nella mente 
misticamente esaltata dell'Alighieri dovettero assumere 
una grande importanza), la concezione del poema do- 
veva essere, se non in tutte le sue parti, almeno nelle 
linee generali compiuta e determinata ; e però la com- 
posizione della V. N., le ultime parole della quale accen- 



XX NOTIZIA SULLA VITA NUOVA 

nano si a questa concezione, ma come ancora vaga ed 
indefinita nella mente del poeta, può, e parmi ragione- 
volmente, esser avvenuta qualche anno innanzi. Combi- 
nando il risultato delle precedenti considerazioni col 
fatto che la fine dell'episodio della donna gentile ossia 
il ritorno di Dante alla memoria di Beatrice coincide 
coli' iniziarsi della serie di canzoni filosofiche, delle quali 
prima è una composta nel 1294, l e considerando che 
nei tre capitoli seguenti sino alla fine l'autore si affretta 
alla conclusione e non accenna ad alcuna lunga sepa- 
razione di tempo da ciò che ha narrato dinanzi, mi 
sono indotto a ritenere che la materia della V. N. vada 
poco oltre il 1294, e che Dante scrivesse il suo libretto 
in questo o nel seguente, o ad ogni modo prima di 
compiere i trent' anni. La lacuna, avvertita dal D'An- 
cona, e' è tra l'episodio della donna gentile e la visione 
del poema ; ed è riempita, com' egli osserva giustamente, 
dalle rime filosofiche che dovevano essere commentate 
nel Convivio : ma in questo senso, che le rime accom- 
pagnano e segnano anzi in un certo modo l'elaborarsi 
nella mente di Dante del concetto di un grande poema, 
dall' idea vaga e indistinta eh' ei n' ebbe .primamente 
quando ritornò col pensiero al culto di Beatrice sino 
all' idea determinata e concreta del viaggio per i regni 
eterni, quale e' dispiegò nell' opera sacra a cui ha posto 
mano e cielo e terra? 

1 Accenno alla canz. Voi che intendendo il terzo del movete, 
prima di quelle commentate nel Convivio ; la quale, se fu nota a Carlo 
Martello che la ricorda nel Par., vm, 34-37, non potè essere composta 
dopo il 1294, anno della venuta di Carlo in Firenze (cfr. Del Lungo, 
Dino Comp. e la sua cr., II, 503). 

2 L'idea che la V. N. fosse scritta nel 1295, o all'intorno, fu già 
messa fuori da altri ; ma non so che altri l'abbia confrontata di prove 



NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XXI 

§ 4. Quale fosse 1' organismo, per dir cosi, della 
V. N. intendeva benissimo il Boccaccio scrivendo che 
Dante compose in essa « certe operette, siccome so- 
netti e canzoni, in diversi tempi davanti e in rima 
fatte .... di sopra da ciascuna partitamente e ordinata- 
mente scrivendo le cagioni, che a quella fare l'avevano 
mosso, e di dietro ponendo le divisioni delle precedenti 
opere ». La V. N. insomma consta di tre elementi : le 
rime scritte per Beatrice e per alcune altre donne, le 
narrazioni de' fatti che furono come le occasioni alle 
poesie, e le divisioni o partizioni colle quali si dichiara 
e spiega il contenuto delle rime. Questi tre elementi 
compose e collegò l'autore cosi strettamente, che non 
potessero esser separati, poiché si chiariscono e com- 
piono a vicenda ; sebbene le narrazioni non siano in 
molti casi altro che l' esplicazione delle rime, senza ag- 
giungere alcun nuovo particolare di fatto, e le divisioni 
siano formulate in maniera che la continuità del rac- 
conto non cesserebbe ove esse mancassero e fossero 
tolte di mezzo. Già sino dal secolo xiv vi fu chi levò 
via .dal testo della V. N. le divisioni, considerandole 
come dichiarazioni accessorie; ma nella maggior parte 
dei manoscritti e delle stampe rimasero come parte in- 
tegrante del libro, dal quale veramente non si possono 
distinguere senza alterare quell' organismo formale che 
Dante volle dargli. 



o di ragionamenti. Io la rimetto innanzi timidamente, perché in questi 
tempi di vantato positivismo, nulla è più facile, specialmente , nelle 
cose dantesche, che l'incontrare qualche dottorino, il quale gaiamente si 
metta a beffeggiare il risultato di lunghe e riposate meditazioni; ma- 
gari perché non corredate di note immani e di erudizioni indigeste, 
che rendano iamgme della più sciocca, e pretenziosa pedanteria. 



XXII NOTIZIA SULLA VITA NUOVA 

Nei codici e nelle prime edizioni la V. N. non ha 
alcuna partizione per capitoli o paragrafi ; primo a in- 
trodurla fu il Torri, che vi distinse quarantatre pa- 
ragrafi ; e la sua divisione fu accettata da' seguenti edi- 
tori sino al Witte. Questi, considerando che il primo 
non era altro se non quel proemio, che Dante stesso 
considera come staccato dal corpo del libro * (e veramente 
altro non è che una dichiarazione del titolo), lo escluse 
dalla numerazione e suddivise quello che era secondo 
in due, comprendendo nellu'no l' incontro di Dante con 
Beatrice all' età di diciotto anni e neh' altro la prima 
visione, fatti che per vero sembrano da tenere distinti : 
cosicché nella stampa del "Witte non venne ad essere 
alterato il numero delle parti introdotto dal Torri. Vo- 
lentieri avrei anche per questa nuova edizione accolta 
senz'altro la partizione vulgata; ma in un luogo ho 
dovuto scostarmene, e precisamente nel capitolo ven- 
tesimosesto che tutti i precedenti editori divisero in 
due, il Torri introducendo nel testo una emendazione 
che giustificasse 1' interruzione, il "Witte invece pas- 
sando da un capitolo al seguente senza alcuna pausa del 
senso, anzi con la sola distinzione d'una virgola: 2 e 
che sia impossibile qualunque divisione a questo luogo 
lo mostra il fatto che per tutto il capitolo stesso si tratta 
dello stesso argomento, degli effetti cioè di Beatrice ri- 
spetto agli uomini e alle altre donne. Ne è venuto quindi 
che nella presente edizione i capitoli della V. N. sono, 
oltre quello del proemio, solo quarantadue. 

i Cfr. cap. xxviii, 11: « se volemo guardare nel proemio, che pre- 
cede questo libello ». 

2 Questa partizione cade subito dopo le parole : « e però lassando 
lui » del cap. xxvi, 44. 



NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XXIII 

Più importante della divisione esteriore e materiale 
per capitoli è quella che si può trarre dalla stessa con- 
tenenza del libro, e dallo svolgimento naturale dei fatti 
e dei sentimenti. Migliore di tutte le partizioni della 
V. N. che furono proposte mi pare esser quella che 
diede il D'Ancona, fondandosi specialmente sulle inda- 
gini instituite per determinare la cronologia del libro e 
^ulla natura degli avvenimenti che Dante racconta e 
dei sentimenti da' quali è agitato ne' vari momenti. 
Questa partizione, leggermente modificata per metterla 
in armonia con le osservazioni fatte nel precedente pa- 
ragrafo sul tempo in cui fu composta la V. N., è la 
seguente : 

l a Parte, capp. i-xvii : Amori giovenili e rime sulla 
bellezza fisica di Beatrice (1274-1287). 

2 a » capp. xviii-xxvii : Lodi della bellezza spi- 
rituale di Beatrice (1287-1290). 

3 a » capp. xxviii-xxxiv: La morte di Beatrice 
e le rime dolorose (1290-1291). 

4 a » capp. xxxv-xxxvin : L'amore e le rime per 
la donna gentile (1291-1293). 

5 a » capp. xxxix-xlii : Ritorno all'' 'amore e al 
culto di Beatrice estinta (1294). 

Restano a fare alcune considerazioni sulle parole 
onde s' apre il libro, sul proemio in cui Dante dichiara 
ài voler descrivere i ricordi della sua V. N. Qual 
senso dobbiamo dare alle parole di codesto proemio, 
« per conseguenza al titolo del libro di Dante ? Va- 
riamente fu risposto a questa giusta domanda. Alcuni 
intesero che l'Alighieri volesse parlare dei fatti della 



XXIV NOTIZIA SULLA VITA NUOVA 

sua prima età, cioè della adolescenza, che secondo 
la teoria dantesca dura fino all'anno venticinquesimo 
(Conv., iv, 24) ; ma fu osservato che i fatti della V. N. 
vanno più anni oltre 1' adolescenza di Dante abbrac- 
ciando i primi della sua gioventù. Altri spiegarono Vita 
Nuova per vita giovenile, appoggiandosi specialmente- 
sul fatto che, in Dante stesso e ne' principali scrittori 
del trecento, nuovo è usato spesso in un simile signi- 
ficato. l Altri in fine, movendo dall' idea che il titolo non 
accenni all' età si bene al modo della vita descritta da 
Dante, intesero che vi fosse inclusa l' idea di una rigene- 
razione operatasi nell'animo di lui per virtù d'amore ; e 
a quest'ultima interpretazione s' accostarono quasi tutti 
i più recenti studiosi del libretto dantesco : cosi che V. JVL 
significherebbe che 1' amore per Beatrice fu al poeta 
principio di un nuovo essere. Di queste due ultime ma- 
niere d'intendere, dopo matura considerazione, incline- 
rei ad accoglier la prima, 8 quella cioè che racchiude 
il concetto dell' età ; perché mi pare che il titolo debba 



i Vedasi p. es. Purg, xxx, 115: Questi fu tal nella sua vita 
nuova Virtualmente, eh' ogni abito destro Fatto averebbe in lui mi- 
rabil prova; Petrarca, Canz. Una donna più bella, 23: Tutta r età 
mia nova Passai contento e 'l rimembrar mi giova, e Trionfo d'Ara. 
I, 64: per la nova età, eh* ardita e presta Fa la mente e la lin- 
gua; ecc. 

2. La sola obbiezione grave, che sia stata fatta a questa interpre- 
tazione, è che il titolo è in latino, e nova lat. non può significare quello 
che esprime il nuova ital. : ma che cosa ci vieta di credere che ap- 
punto sull' analogia della forma ital. Dante abbia dato lo stesso senso 
alla latina? La difficoltà poi della teoria dantesca (Conv., iv, 24), che 
la gioventù corre dai 25 ai 45, è solamente apparente; poiché in quella 
teoria si considera la vita umana in relazione allo sviluppo della ragione 
eia partizione è tutta scolastica, mentre poi perciò che riguarda le pas- 
sioni e i sentimenti, specialmente d'amore, la giovinezza è quell'età 
che Dante descrive. 



NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XXV 

essere spiegato in relazione alle parole del proemio, in 
cui Dante distingue nettamente due momenti della sua 
vita, quello di cui non serba ricordi, e quello di cui 
nel libro della sua memoria è segnato il cominciamento 
colle parole: Incipit vita nova-, ora, questa distin- 
zione di momenti diversi include necessariamente l'idea 
di età nel titolo della rubrica ; e poiché gioventù del- 
l'uomo è appunto il periodo di tempo che va dall'anno 
diciottesimo al trentesimo, parmi che il titolo di Vita 
Nuova possa indicare la gioventù del suo autore, non 
nel senso ch'egli diede poi nel Convivio a questa pa- 
rola, distinguendo le età umane secondo i gradi dello 
sviluppo intellettuale ma in quello che le danno le 
leggi eterne del sentimento e della vita. 

§ 5. Leggendo la V. N. viene fatto di domandare 
perché mai Dante atteggi spesso in una forma spe- 
ciale, quella della visione, la materia de' suoi fantasmi 
poetici. Che cosa sono queste visioni? e a quale stato reale 
di animo rispondono e quale officio hanno nel libretto 
di Dante? Risponde bene il Bartoli che queste visioni 
« non possono essere che un mezzo poetico adoperato 
per certi suoi fini dallo scrittore; un mezzo che senza 
dubbio nacque spontaneo neh" Alighieri per influenza 
dei tempi e dell'ingegno suo individuale, un mezzo 
ch'egli trovava nella tradizione letteraria della sua età, 
e che quindi s' imponeva a lui, senza che egli se ne 
rendesse conto, senza che potesse neppur riflettere sulla 
sua maggiore o minore convenienza artistica » . 1 Sono 
adunque una finzione poetica formale; ma se non sono 
per sé stesse storicamente vere, devono per altro ri- 

i St. della leit. Mal., IV, 173. 



XXVI NOTIZIA SULLA VITA NUOVA 

spondere ad uno stato di animo o a un sentimento o 
a un fatto reale: e se le consideriamo attentamente, 
questo fondamento nella realtà delle cose ce lo devono 
presentare tutte le visioni. 1 La prima che noi incontriamo 
nella V. N. è la visione d'Amore che pasce Beatrice del 
cuore di Dante (cap. ni); interpretata già rettamente 
da Cirio da Pistoia come significatrice dell' innamora- 
mento. La seconda è l'apparizione d'Amore, che trae 
l'animo di Dante verso un novo piacere (cap. ix); e 
significa il suo innamorarsi di quella donna, ch'ei volle 
poi rappresentare come seconda difesa per nascondere 
il vero affetto. La terza è la visione, nella quale Amore 
consiglia Dante a scrivere una poesia per giustificarsi 
innanzi a Beatrice, ricordandole che l'affetto per la 
donna della difesa è una finzione (cap. xn) ; e può si- 
gnificare il pensiero d'abbandonare questi vani amori 
per darsi tutto a quello più nobile e puro per Beatrice. 
La quarta è la spaventosa visione della morte della 
sua donna (cap. xxiii) e corrisponde al presentimento 
che Dante ebbe dell'avvicinarsi di questo doloroso av- 
venimento. La quinta, immediatamente seguita alla 
precedente, più tosto che una vera visione è l'espres- 
sione di quel che Dante pensò quando, dopo il terri- 
bile presentimento, vide Beatrice insieme colla donna 
del suo Guido Cavalcanti (cap. xxvi). Poi le visioni non 
hanno più luogo, nella oppressione dolorosa per la morte 
di Beatrice e durante l'episodio della donna gentile; 
e le vediamo ricomparire nell'esaltamento dello spirito 
di Dante combattuto tra il novello amore e la memoria 



1 Questo del resto è secondo la dottrina dei sogni accennata da 
Dante nel Conv. n, 9; la quale risale a quella di Tommaso d'Aquiuo: 
cfr. SuwAna theolog. P. n, 2 a «, qu. xcv, 6. 



NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XXVII 

-dell'antico. E allora egli ha l'apparizione di Beatrice, 
quale ella gli si era dimostrata la prima volta nella fan- 
ciullezza (cap. xxxix), a significare che il suo animo, 
uscito vittorioso dalla lotta tra i dtìe affetti, si rivolse 
all'amore purissimo che l'aveva occupato sino dai pri- 
mi anni ; e finalmente a Dante appare quella mirabile 
visione, della quale nulla ci dice in modo determinato 
(cap. xlii), perché essa, a mio avviso, significa il con- 
cepimento ancora vago e indistinto di un poema che 
dicesse di Beatrice quello che mai non fue detto d'al- 
cuna. Si vede chiaro che queste visioni segnano, per 
dir cosi, i punti più salienti dell'azione enarrata nella 
V. N. : Y innamoramento di Dante, la perdita del sa- 
luto di Beatrice, il desiderio di riacquistarlo, la gioia 
d'averlo nuovamente ottenuto, poi il doloroso presen- 
timento della morte di lei, e, dopo i traviamenti, il ri- 
torno al culto della sua donna e il proposito di cele- 
brarla degnamente; e a rappresentar questi momenti 
ben s' intende che doveva presentarsi spontanea ad un 
uomo del medioevo la forma quasi sacra della visione. 
Un fatto che ha richiamato costantemente sopra di 
sé l'attenzione degli studiosi della V. N., è il frequente 
ricorrere del numero nove in tutte le particolarità di 
tempo che si riferiscono a Beatrice. Descrivendo il suo 
primo incontro con lei Dante insiste sulla circostanza 
ch'ella era quasi dal principio del suo anno nono, 
come egli era quasi da la fine del suo nono (cap. 
i, 9); la rivide dopo che fuoro spassati tanti di, che 
appunto eran compiuti li nove anni dopo il primo 
incontro (cap. n, 1); n'ebbe il primo saluto che l'ora 
era fermamente nona di quel giorno (ivi, 12); e la 
visione, che segna il principio del suo amore, gli ap- 



XXVIII NOTIZIA. SULLA VITA NUOVA 

parve nella prima ora de le nove ultime ore de la 
notte (cap. ni, 29). Quando volle enarrare in un ser- 
ventese i nomi delle sessanta più belle donne di Fi- 
renze, non sofferse lo nome de la sua donna stare, 
se non in sul nove, tra li nomi di queste donne 
(cap. vi, 11). La visione, per la quale significa il desi- 
derio di riacquistare il saluto di Beatrice, gli apparve 
ne la nona ora del die (cap. xn, 55). Quella che gli 
fece presentir vicina la morte di Beatrice, l'ebbe Dante 
nel nono giorno della sua malattia (cap. xxm, 6); e 
nel sonetto ove narra d'aver visto Beatrice e Gio- 
vanna il nome delle donne cade nel nono verso (cap. 
xxiv, 46). Nella data della morte della sua donna il 
numero nove pare ch'avesse mollo luogo (cap. xxvm, 
23); tant'è vero che secondo la cronologia arabica 
Beatrice mori ne la prima ora del nono giorno del 
mese, secondo la siriaca del nono mese de Vanno, e 
secondo la nostra in quello anno in cui lo perfetto 
numero era compiuto nove volte in quello centinaio, 
nel quale in questo mondo ella fue posta (cap. xxix, 
1-10). Finalmente la visione di Beatrice, apparsagli 
giovane in simile etade a quella in cui l'aveva vi- 
sta la prima volta, accadde quasi ne l'ora de la nona 
(cap. xxxix, 2). Si afferma da alcuni che questo ri- 
correre del numero nove non può corrispondere ad una 
condizione di fatti reali, e quindi che la V. N. non ha 
alcun valore come narrazione storica ; ma parmi che si 
trascuri una distinzione necessaria e fondamentale. Dante 
stesso si sforza di rendersi ragione di tutti questi nove, 
e la spiegazione che più gli piace è quella che essi si- 
gnifichino Beatrice essere un miracolo, la cui radice 



NOTIZIA SUJLLA VITA NUOVA XXIX 

è solamente la mirabile Trinitade (cap. xxix, 30). Egli 
aveva osservato il nove nell'età propria e in quella di 
Beatrice, al momento del primo incontro ; aveva notato 
la coincidenza dell'essersi incontrato nuovamente con 
lei dopo altri nove anni; aveva badato che il nono 
luogo occupava il nome di lei nella serie delle donne 
enumerate nel suo sirventese : quando più tardi si mise 
a descrivere le vicende del suo amore si persuase che - 
quel ricorrere del nove non era fortuito, ma dipen- 
dente dalla natura mirabile della sua donna, e per con- 
seguenza si mise alla ricerca di quel numero anche in 
talune circostanze di tempo in cui non era; e cosi 
vennero fuori il nove della prima visione e quelli della 
morte di Beatrice, veramente ricavati per una artifi- 
ciosa e sottile considerazione del tempo e non corri- 
spondenti alla realtà. Se quest'idea del nove non avesse 
avuto un fondamento nel fatto, Dante avrebbe potuto 
imaginarla in ogni circostanza, non avrebbe avuto bi- 
sogno di dare un'espressione approssimativa alle sue 
parole, 1 e tanto meno poi di ricorrere a un artificio 
del ragionamento per trovare il nove in talune circo- 
stanze di tempo nelle quali non gli si presentava. In 
tutto questo Dante si mostra un uomo del suo tempo ; 
non già cabalistico, come troppi ripeterono senza di- 
chiarare il valore di simile appellativo, ma profonda- 
mente disposto dalle condizioni generali dello spirito 
all' idealizzazione delle più concrete e determinate realtà 
dell'essere. 

§ 6. Dante stesso accenna più volte abbastanza 

i Si noti: cap. i, 9, Beatrice di 8 anni e 4 mesi è quasi al principio 
del nono anno; cap. xxxix, 2 la visione appare quasi nell'ora nona ecc. 



XXX NOTIZIA SULLA VITA NUOVA 

chiaramente di non avere accolto nella V. N. tutte le 
rime composte nel periodo di tempo compreso nel suo 
libretto: già nel proemio alcuno potrebbe trovare que- 
sta restrizione, dove tocca delle parole, le quali era suo 
intendimento d' assemprare in questo libello, e, se 
non tutte, almeno la loro sentenzia; ma più espli- 
citamente, parlando della donna della prima difesa, af- 
ferma d'aver fatte per lei certe cosette per rima, che 
intralascerà tulle, salvo alcuna cosa (cap. v, 21-26). 
La ricerca delle poesie di Dante, che si ricollegano con 
la V. N. è già stata fatta dal Bartoli e dal D'Ancona, 1 
e qui basterà riassumere i risultati più sicuri delle loro 
indagini. Alla prima parte della V. N., oltre il serven- 
tese ricordato da Dante stesso, si ricongiungono : la 
canzonej;_2J' ni 1 incresce di me si malamente 2 che si ri- 
ferisce all'innamoramento per Beatrice; la ballata Deh 
nuvoletta che in ombra d'amore, 3 appartenente a' pri- 
mi momenti di questo amore; il sonetto Guido vorrei 
che tu e Lapo ed io^ di poco posteriore al servente- 
se ; la canzone La dispieiata mente che pur mira, 5 
scritta assai probabilmente per la donna della prima 
difesa; il son. Dagli occhi della mia donna si mo- 
ve, 6 che rappresenta lo stato d'animo combattuto tra' 
vari pensieri (cfr. cap. xv) ; e la ballata Per una ghir- 
landata, 1 che, se pur è di Dante, pare riferirsi ad un 



i Bartoli, op. cit., IV, 233-247; D'Ancona, V. N., 2' ed. pp. 117-123. 
1 Cam., ed. Fraticelli, p. 10D; ed. Giuliani, p. 179. 
3 Fraticelli, p. 117; Giuliani, p. 231. 
« Fraticelli, p. 80; Giuliani, p. 171. 

6 Fraticelli, p. 87; Giuliani, 176. 

« Fraticelli, p. 119; Giuliani, p. 231. 

7 Fraticelli, p. 152; Giuliani, p. 359. 



NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XXXI 

fatto molto simile a quello del cap. xvni. Alla seconda 
parte si collegano: la ballata Io mi son pargoletta 
bella e nuova, 1 contenente le lodi della bellezza spi- 
rituale; i sonetti Onde venite voi cosi pensose, e Voi 
donne che pietoso atto mostrate, 2 che si riferiscono 
alla morte del padre di Beatrice; e il son. Di donne io 
vidi una gentile schiera, 3 relativo a un incontro con 
Beatrice e con Giovanna. Alla terza parte è da riferir la 
canzone Morte, perch'io non truovo, 4 sebbene scritta 
prima della morte di Beatrice, poiché descrive le an- 
gosciose tribolazioni dell'amante pensando alla vicina 
perdita della sua donna. Infruttuosa sarebbe la ricerca 
delle poesie di Dante che possono riportarsi alle ulti- 
me due parti della V. N., poiché mancano nel canzo- 
niere elementi bastevoli a una determinazione positiva ; 
e solamente si può dire che al chiudersi del libro si 
apre la serie delle canzoni filosofiche. 



1 Fraticelli, p. 156; Giuliani, p. 175. Non si deve dimenticare che, 
secondo l'Ottimo commentatore (ed. Torri, voi. II, p. 525), questa bal- 
lata sarebbe stata scritta per la donna gentile: e si collegherebbe 
quindi con la quarta parte della V. N. 

2 Fraticelli, pp. 108-9; Giuliani, pp. 172. 

3 Fraticelli, p. 116; Giuliani, p. 172. 

4 Fraticelli, p. 122; Giuliani, p. 182. I dubbi avanzati sulla attribu- 
zione di questa canzone a Dante non mi sembrano di molto peso; i 
codici che la recano col suo nome essendo d'autorità non inferiore a. 
quelli che l'assegnano ad altri. 



LA VITA NUOVA 



LA VITA NUOVA 



PROEMIO 



In quella parte del libro de la mia memoria, di- 
nanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova 
una rubrica, la qual dice : Incipit vita nova. Sotto 
la qual' io trovo scritte le parole, le quali è mio in- 



Proemio — 1. libro de la ... . memoria, è il complesso dei ri- 
cordi, concepiti come scritti in un libro ; cfr. il luogo del Par., xxm, 52, 
dove la facoltà del ricordare è detta il libro che 7 preterito rasse- 
gna. - dinanzi a la quale parte pochi ricordi indistinti rimangono, 
poiché dei fatti accaduti nella prima fanciullezza è difficile conservare 
memoria compiuta: dunque quella parte, della quale Dante conservò 
in questo libretto i ricordi, è la seconda età della sua vita, cioè la 
giovinezza. 

3. rubrica è l'argomento o sommario o titolo di un trattato o 
di un capitolo, e cosi dicevasi perché per lo più nei manoscritti era 
in color rosso. Questa voce è oggi fuori d'uso in questo senso. - 
Incipit vita nova; comincia una vita novella: cfr. la Notizia sulla 
V. N., § 4. 

4. parole; secondo il Renier sarebbero le rime che Dante inten- 
deva di coordinare col suo racconto in prosa: ma, oltre che la voce 
parole nei luoghi da lui citati (capp. vili, 10; xn, 47; xm, 2; xrv, 
53 ; xv, 18 ; xvi, 2 ; xxi, 3 ; xxm, 89 ; xxxi, 4 ; xxxvi, 9 ; xxxvm, 20) 
non ha il senso determinato di poesie, né lo potrebbe avere, ma un 
senso vario secondo i luoghi e sempre generico, non vi ha alcuna 
sufficiente ragione per ritenere che Dante avesse in mente soltanto 



LA VITA NUOVA 



5 tendimento d' assemprare in questo libello, e, se non 
tutte, almeno la loro sentenzia. 



Nove fiate già, appresso lo mio nascimento, era 
tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto 



le rime e non ancora il ricordo degli avvenimenti che ad esse si col- 
legavano e che ne erano stati come le occasioni e i motivi. Anzi, poi- 
ché le poesie egli doveva averle conservate per iscritto, si potrebbe 
credere che qui egli volesse alludere, non ad esse, ma solo ai ricordi 
della sua giovinezza. 

5. intendimento, intenzione, p'roposito. - assemprare, o assem- 
brare, può venire da esemplare (cfr. assempro per esempio) e si- 
gnificare esemplare, trascrivere, ritrarre, somigliare, e in questo senso 
é usato da Dante, Inf., xxiv, 4: Quando la brina in sulla terra as- 
sembra V imagine di sua sorella bianca, e dal Cavalcanti (p. 15): 
Canzon, tu sai che de 1 libri d' amore Io fassemprai ecc. ; oppure 
da adsimulare nel significato di raccogliere, riunire, metter insieme, 
come nella canz, del cap. xxxiii, 25: Tanto dolore intorno al cor 
m'assembra. Alcuni editori, cambiando assemprare in esemplare, as- 
semplare, mostrano d'aver preferita la prima interpretazione ; la quale 
del resto è confermata dalle parole del cap. i, 47-48. — libello, qui e 
nel cap. xxv, 67 è nel significato primitivo di piccolo libro, libretto. Nel 
Convivio, ii, 2, Dante cita la Vita nuova, dicendo : siccom' è ragionato 
per me nello allegato libello. Si noti, per curiosità, che un amico 
dell'Alighieri, Cino da Pistoia, celebra la Divina commedia come il 
libello Che mostra Dante signor d'ogni rima (p. 243). Osserva il 
Tod. che al paragone del libro della memoria era giusto che Dante 
chiamasse libello l'operetta breve e di argomento tenue, ch'egli si ac- 
cingeva a scrivere. - se non tutte ecc., se non affiderò alla carta tutti 
i ricordi della mia vita novella nei loro particolari, non trascurerò il 
loro significato complessivo. 

1. - 1. Nove fiate; dice Dante che gli apparve per la prima volta 
Beatrice quando egli era in età di nove anni : ora, poiché l'anno della 
nascita di lui, secondo i suoi biografi, fu il 1265, questo incontro sa - 
rebbe da riferire al 1274. 

2. lo cielo de la luce è, nel sistema tolomaico, che Dante profes- 
sava di seguire (cfr. Conv., n, 3, 4), quello del sole : il sole poi è 



CAPITOLO I 



quanto a la sua propia girazione, quando a li miei 
occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia 
mente, la qual fu da molti -chiamata Beatrice, li quali 5 
non sapeano che si chiamare. 



detto la gran luce in un luogo del Purg., xxxn, 53 e la lucerna 
del mondo nel Par., i, 38. 

3. quanto a la sua propia girazione, perché, nota il Witte, 
come gli altri pianeti, il sole ha una girazione che non è sua propria, 
ma comunicatagli dal primo mobile ; cfr. Par., xxvir, 106. Si noti poi 
che Dante in un sonetto a Cino da Pistoia (p. 173) dice : 

Io sono stato con amore insieme 
da la circolazion dq$. sol mia nona. 

4. la gloriosa donna de la mia mente ; Beatrice è detta gloriosa 
perché assunta già alla gloria celeste allorché Dante scrisse questo 
libro, e donna della sua mente perché, sebbene morta, viveva ancora 
nell'animo suo; cfr. Conv., n, 2, Beatrice beata, che vive in cielo 
cogli angioli e in terra colla mia anima, e n, 9: sarà bello ter- 
minare lo parlare di quella viva Beatrice beata, della quale più 
parlare in questo libro non intendo; si raffrontino a questo passo 
anche i vv. 1-6 del son. Era venuta (cap. xxxiv, 32-40). 

5-6. fu da molti chiamata Beatrice, li quali ecc.; per intendere 
queste parole i critici ricorsero all'espediente di modificare il testo: 
il Trivulzio, seguito da- qualche altro, lesse i quali non sapeano che 
si chiamare, cioè non sapevano chiamar Beatrice se non con questo 
nome ; il Frat. propose di leggere e quali non sapeano che si chia- 
mare, cioè molti la chiamavano Beatrice e altri non sapevano che 
nome darle ; il Borgognoni pensò che il passo fosse manchevole e 
dovesse essei* restituito cosi: li quali non sapeano che si chiamare 
[ella dirittamente si dovea], ma è un supplemento del tutto ipote- 
tico. Il Canello, in una nota inserita nella Riv. di fil. romanza, I, 
46, credette di riconoscere nel chiamare, invece di un infinito, un 
perfetto congiuntivo, di modo che la frase significherebbe: qui ne- 
sciebant quid sic clamarint ; ma il Flechia (Riv. di jll. class., I, 401) 
ha mostrato come non si possa ammettere una forma chiamare come 
derivata da un tempo finito. La interpretazione più semplice è quella del 
Giul., accolta da molti interpreti : « non sapeano che si chiamare, vale 
qual nome dovessero darle. Per semplice e naturale effetto, che in loro 
al vederla si destava, la chiamavano Beatrice indovinandone cosi il vero 
nome ». Il D'Anc, che esplica questo passo in una lunga ed erudita 
nota, ricorda prima di tutto che Dante si compiaceva del fare ingegnose 



LA VITA NUOVA 



10 



EU' era in questa vita già stata tanto, che nel suo 
tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d'oriente 
de le dodici parti ì' una d' un grado : si che quasi dal 
principio del suo anno nono apparve a me, ed io la 
vidi quasi da la fine del mio nono. 



speculazioni sull'intimo senso dei nomi personali (cfr. nella V. N., xxiv, 
15-29, il luogo relativo all'amata del Cavalcanti, e nel Par. xn, 79-81 i 
versi relativi ai genitori di san Domenico) , e che questo studio di ritrovare 
una significazione in quei nomi fu proprio di molti scrittori medievali: 
e ne cita gli esempi di Cino, del Barberino, del Petrarca, del Boccaccio; 
ai quali molti altri si potrebbero aggiungere, specialmente dei trova- 
tori provenzali. Inoltre, egli nota come nessun nome meglio di quello 
di Beatrice porgesse occasione a simili speculazioni; tanto è vero che 
la convenienza tra la natura e l'appellativo delle donne di questo nome 
era apparsa ad altri, prima che a Dante : cosi per es. della b. Beatrice 
d'Este dice un biografo esser stata gratta et nomine Beatricem e un 
cronista la chiama re aó nomine Beatrix; cosi sulla tomba di Bea- 
trice, contessa di Toscana, si leggeva : quamvis peccatrix, sum domna 
vocata Beatrix, Ora, alla sua amata, che era più 'comunemente chia- 
mata Bice (cfr. Par., vii, 14, pur per b e per ice), il poeta amava 
di dar il nome di Beatrice, che nella sua mente assumeva il signifi- 
cato di un alto concetto di beatitudine; mentre gli altri, pur dandole 
questo nome intero, non sapevano come dirittamente fosse a lei ap- 
propriato il senso intimo che solo Dante collegava al suo nome: e 
questa spiegazione è confermata dalle parole di Cino, nella canz. per 
la morte di Beatrice (p. 419): già sarà in del gita, Beata cosa come 
chiamava il nome. E anche le difficoltà grammaticali di questo passo 
spariscono, se si ripensi che qui abbiamo una frase analoga alle co- 
munissimo : non sapevano che si dire, che si fare ecc., se non che 
nella nostra il che assume il senso di come\ in qual 'modo. 

7. EU' era ecc. Quando Beatrice apparve a Dante per la prima 
volta era nell'età di otto anni e quattro mesi ; poiché dalla nascita sua 
all' inqontro era passato un dodicesimo di secolo, la dodicesima parte 
cioè del tempo in cui si compie, secondo le teorie astronomiche degli 
amichi, lo spostamento per un grado da occidente verso oriente della 
sfera delle stelle. Dante ricorda due volte questa teoria nel Conv-, 
li, 6 e 15. 

10. io la vidi ecc. Il Frat., il Tod. e il Witte, considerando che 
Dante nacque nel maggio, opinano che in questo mese avvenisse 
l'incontro di lui con Beatrice, e perciò inchinano a prestar fede al- 
meno alle circostanze principali del racconto che ne fa il Boccaccio, 



CAPITOLO I 



Apparve vestita di nobilissimo colore umile ed 
onesto sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la 



Vita di Dante, ed. Macri Leone, § 3 : « Nel tempo nel quale la dolcezza 
•del cielo riveste de' suoi ornamenti la terra, e tutta per la varietà dei 
fiori mescolati fra le verdi frondi la fa ridente, era usanza nella nostra 
■città, e degli uomini e delle donne, nelle lor contrade ciascuno in di- 
stinte compagnie festeggiare ; per la qual cosa r infra gli altri per av- 
ventura, Folco Portinari, uomo assai onorevole in quel tempo tra* cit- 
tadini, il primo di di maggio aveva i circostanti vicini raccolti nella 
propia casa a festeggiare : infra li quali era già il nominato Alighieri, 
al quale, siccome i fanciulli piccioli, e spezialmente a' luoghi festevoli, 
sogliono li padri seguitare, Dante, il cui nono anno non era ancóra 
finito, seguito avea. E quivi mescolato tra gli altri della sua età, dei 
quali cosi maschi come femmine erano molti nella casa del festeg- 
giarne, servite le prime mense, di ciò che la sua picciola età potea 
operare, puerilmente si diede con gli altri a trastullare. Era intra 
la turba de' giovanetti una figliuola del sopradetto Folco, il cui nome 
era Bice (come che egli sempre dal suo primitivo, cioè Beatrice, la 
nominasse) la cui età era forse d' otto anni, leggiadretta assai secondo 
la sua fanciullezza, e ne' suoi atti gentilesca e piacevole molto, con co- 
stumi e con parole assai più gravi e modeste che il suo picciolo tempo 
non richiedea: e oltre a questo, avea le fattezze del viso dilicate molto 
e ottimamente disposte, e piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta 
vaghezza, che quasi una angioletta era riputata da molti. Costei adun- 
che, tale quale io la disegno, o forse assai più bella, apparve in questa 
festa, non credo primamente, ma prima possènte ad innamorare, agli 
occhi del nostro Dante : il quale, ancora che fanciullo fosse, con tanta 
affezione la bella imagine di lei ricevette nel cuore, che da quel giorno 
innanzi, mai, mentre visse, non se ne diparti .... Ma lasciando stare 
il ragionare de' puerili accidenti, dico che con l'età multiplicaronó le 
amorose fiamme in tanto, che niun' altra cosa gli era piacere ò riposo 
o conforto, se non il vedere costei ». 

12. apparve vestita ecc. Vuol dire che le vesti di Beatrice erano 
di leggiero e gentile colore rosso, non già di un rosso forte ed in- 
tenso, quale sarebbe stato poco conveniente ad una fanciulla; l'e- 
spressione equivale all'altra sanguigno leggeramente del cap. in, 
11 e i due aggettivi umile e onesto sono usati in funzione avver- 
biale, che determina il significato di sanguigno. Il Lue. ricorda op- 
portunamente che le fanciulle nelle pitture italiane del trecento sono 
spesso rappresentate con abiti di color rosso, nelle sue varie gra- 
dazioni. 

13. cinta ecc. riguardo a questo costume delle donzelle di strin- 



8 LA VITA NUOVA 



sua giovanissima età si convenia. Io quel punto dico 

15 veramente che lo spirito de la vita, lo qual dimora ne 

la secretissima camera del mi' cuore, cominciò a tremar 



gere la vita con una cintura di cuoio o di stoffa sono da ricordare- 
i versi del Cavalcanti (p. 19) : 

e' mi ricorda che 'n Tolosa 

donna m' apparve accordellata e istretta. 

Vl5. Dante distingue tre potenze o spiriti, cioè quello della vita, 
^animale e il naturale, e segue Ugo da San Vittore, il quale nel sua 
trattato De anima, lib. ir, cap. 12, ricordato primamente dal Card., 
scrive: «Habet quoque anima vires, quibus corpori commiscetur. Qua- 
rum prima est naturalis, secunda vitalis, tertia animalis. Et sicut 
deus trinus et unus et perfectus omnia tenet, omnia implet, omnia 
sustinet, omnia superexcedit et circumplecitur, sic anima. His tribus 
per totum corpus diffunditur ; non locali distensione, sed vitali inten- 
sione. Naturalis virtus operatur in hepate, sanguinem et alios humo- 
res, quos per venas et omnia corporis membra transmittit, ut inde 

augeantur et nutriantut* Vis vitalis est in corde, quae ad tem- 

perandum fervorem cordis aerem hauriendo et reddendo vitam et sa- 
lutem toti corpori tribuit : aere namque puto sanguinem puriflcatum 
per totum corpus impellit per venas pulsatiles, quae arteriae vocantur, 
et quarum motu temperantiam atque distemperantiam cordis physici 
cognoscunt. Vis animalis est in cerebro, et inde vigere facit quinque 
corporis sensus, iubet etiam voces edere, membra movere : tres nam- 
que sunt ventriculi cerebri ; unus anterior, a quo omnis sensus ; et 
alter posterior, a quo omnis motus ; tertius inter utrumque medius, id 
est rationalis ». Lo spirito della vita è la vis vitalis di Ugo da S. Vit- 
tore; il Boccaccio a quel luogo dell' In f., i, 20, dove Dante ricorda 
il lago del core, commenta : « è nel cuore una parte concava, sem- 
pre abbondante di sangue, nel quale, secondo l' opinione di alcuni, 
abitano gli spiriti vitali, e di quella, siccome di fonte perpetuo, si mi- 
nistra alle vene quel sangue e il calore, il quale per tutto il corpo si 
spande ; ed è quella parte ricettacolo d' ogni nostra passione ». Questo 
ricettacolo è appunto quello che Dante chiama la secretissima ca- 
mera del suo cuore. 

16. Uno dei primi indizi dell'innamoramento è quel pauroso tre- 
mito che invade tutta la persona di Dante e appare nei suoi debolis- 
simi polsi ; poiché, come dice Ovidio, Heroid, i, 11, 

Res est sollicit piena timoris amor. 



CAPITOLO I 



si fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribil- 
mente ; e tremando disse queste parole : Ecce deus 
fortior me, qui veniens dominabitur miài. In quel 
punto lo spirito animale, lo qua 1 dimora ne l'alta ca- 20 

La più bella illustrazione di questo passo della V. N. è nei seguenti 
versi della canz. E' m' incresce di me (p. 102): 

Lo giorno, che costei nel mondo venne, 

secondo che si trova 

nel libro de la mente che vien meno, 

la mia persona parvola sostenne 

una passi'on nuova, 

tal eh' io rimasi di paura pieno : 

ch'a tutte mie virtù fu posto un freno 

subitamente, si eh' io caddi in terra 

per una voce che nel cor percosse. 

E, se '1 libro non erra, 

lo spirito maggior tremò si forte, 

che parve ben che morte 

per lui in questo mondo giunta fosse. 

Si cfr. i versi del Guinizelli (p. 34) : 

Dolente, lasso, già non m'assecuro 

che tu m'assali, amore, e me combatti; 

diritto al to rincontro, in pie' non duro 

che mantenente a terra me dibatti, 

come lo trono che fere lo muro 

e '1 vento li arbor per li forti tratti ; 

e quelli del Cavalcanti (p. 14) : 

L'anima sento per lo cor tremare, 
si come quella che non po' durare 
davanti al gran voler eh' i' lei dimostro 

17. menimi, minimi, debolissimi. 

18. disse queste parole ; anche il Cavale, rappresenta il primo mo- 
mento dell'amore con un dialogo delle facoltà dell'anima fra sé stesse 
o colla virtù che le domina: p. es. in questi versi (p. 72): 

Da ciel si mosse spirito in quel punto 
che quella donna mi degnò guardare 
e vennesi a posar nel mio penserò ; 
elli mi conta si d'amor lo vero 
che ogni sua virtù veder mi pare ecc. 

20. Lo spirito animale è la vis animalis, che ha sede nel cervello, 
ne l'alta camera, dove tutte le facoltà sensitive portano le loro per- 



10 LA VITA NUOVA 



mera, ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le 
loro percezioni, si cominciò a maravigliar molto, e, 
parlando spezialmente a li spiriti del viso, si disse 
queste parole: Apparuit jam beatitudo vestra. In quel 

■25 punto lo spirito naturale, lo qual dimora in quella 

parte, ove si ministra '1 nutrimento nostro, cominciò 

a piangere, e piangendo disse queste parole : Heu 

miser! quia frequenter impeditus ero deinceps. 

D'allora innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia 

so anima, la qual fu a lui si tosto disponsata, e cominciò 
a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria, 
per la virtù che li dava la mia imaginazione, che 



cezioni e donde, come dice Ugo da S. Vittore, vigere facit quinque 
corporis sensus. 

23. Gli spiriti del viso, cioè la facoltà della vista: Viso per vista 
è frequente nei poeti antichi; vedine esempi ai capp. xi, 10 e xiv, 29. 

24. beatitudo vestra; qui è chiarissimamente accennato il signifi- 
cato intimo del nome di Beatrice: si cfr. la nota al cap. v, 3. 

25. Lo spirito naturale è la naturalis virtusàì Ugo da S. Vittore: 
vedi il passo già riferito di questo filosofo; ma Dante qui lo ha ri- 
stretto ad indicare lo spirito vocale, la facoltà della parola, che ha la 
sua sede nella bocca, per la quale si prendono i cibù 

27. Cino (p. 87) : 

Svegliasi amor con una voce e grida: 

fuggite, spirti miei, ecco colei 

per cui martir le vostre membra aranno. 

29. Amore segnoreggiò; cfr. L. Gianni (Val. II, 121): 

Tu dicesti: costei 

mi piace segnoreggi '1 tuo valore 

et servo a la tua vita le sarai 

30. si tosto, cosi subitamente; cfr. la nota al cap. xn, 86 — dispo- 
sata, congiunta, legata. L. Gianni (Val. II. 109): 

Dolce è il pensi er che mi nutrica il core 
d'una giovine donna ch'e' disia, 
per cui si fa gentil l'anima mia, 
'pòi che sposata la congiunse amore. 



CAPITOLO I 11 



mi convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente'. 
E' mi comandava molte volte eh' io cercasse per ve- 
dere questa angiola giovanissima, ond'io ne la mia pue- 35 
rizia molte volte l'andai cercando; e vedeala di si nobili 
e laudabili portamenti» che certo di lei si pótea dire 
quella parola del poeta Omero: Ella non purea fi- 
gliuola d'uom mortale, ma di dio. E avvegna che 
la sua imagine, la qual continuamente stava meco, fosse 40 
baldanza d'Amore a segnoreggiare me, tuttavia era di 
si nobilissima virtù, che neun'ora sofferse, ch'Amore 
mi règgesse sanza '1 fedel consiglio de là ragione in 
quelle cose, là ove cotal consiglio fosse utile a udire. 

35. questa angiola; Dante nella canz. Voi ohe intendendo (p. 188): 

; Lc'umil pensiero, che parlar mi suole 
d'un angiola, che in ciclo è coronata. 

36. nobili e laudabili^ non è, dice il Tod., che una fiacca ripefà-< 
zione, e approva la lezione nuovi e laudabili o laudevoli data da 
qualche manoscritto: ma nobili accenna alla natura propria dei co- 
stumi di Beatrice, per opposizione ai vili e. comuni delle donne volgari, 
e laudabili indica come per la loro natura apparissero degni di lode 
e di ammirazione agli altri. Non mi pare quindi il caso di rifiutare la 
lezione dei codici più autorevoli. 

38. Omero (Iliad., in, 158) dice di Elena che «molto alle immor- 
tali dee nel volto rassomiglia », ma non può esser questo il luogo citato 
da Dante: invece egli avrà inteso di riferire quel passo dell'//., xxrv, 
258, dove si dice di Ettore che « non pareva esser figlio di un uomo 
mortale;, ma di un dio»: passo che Dante poteva conoscere, pur non 
sapendo il greco, nelle versioni latine di Aristotele, Elica Nicom., vii, l, 
dove è citato; tanto più che questa citazione omerica del filosofo an- 
tico era certo nei testi veduti da Dante, come appare da un luogo del 
Conv., iv, 20: »come uomini sono vilissimi e bestiali, cosi uomini sono 
nobilissimi e divini: e ciò prova Aristotele nel settimo dell'Etica per 
lo testo d'Omero poeta». 

' 41. baldanza d'Amóre a segnoreggiare vne ; cioè la cagione del 
passionato sentimento d'amore, che mi dominava. Nel Novellino si 
legge: quegli a baldanza del signore si il balteo villanamente. 

43. Il D'Anc. riavvicina a questo luogo la dottrina sulla bontà del- 



12 LA VITA NUOVA 



45 E però che soprastare a le passioni e atti di tanta 
gioventudine pare alcun parlare fabuloso, mi partirò 
1 da esse ; e, trapassando molte cose le quali si potreb- 
bero trarre da l'esemplo onde nascono queste, verrò 
a quelle parole, le quali sono scritte ne la mia memoria 

so sotto maggiori paragrafi. 



II 



Poi che fuoro passati tanti di, che appunto eran 
compiuti li nove anni appresso l'apparimento sopra- 



l'amore, che Dante espone nel Purg., xvm, 70 e segg., e particolar- 
mente i versi: 

.... pognam che di necessitate 

surga ogni amor che dentro a voi s'accende 

di ritenerlo è in voi la podestate, 

e le parole di Beatrice, Purg., xxx, 123 : 

Mostrando gli occhi giovinetti a lui 
meco il menava in dritta parte volto. 

45. soprastare, star sopra ad un argomento, intrattenersi intorno 
ad esso. Del trattenersi in un luogo, il Bocc, Dee, i, 123: et appresso, 
soprastando ancora molto più ecc. 

46. gioventudine, gioventù ; Bartol. da S. Concordio, Ammaestr. : 
piglia la dottrina da tua gioventudine. - alcuno, nel significato inde- 
terminato di uno, è frequente negli antichi scrittori. - fabuloso, privo 
di ogni fondamento di verità, come la materia delle favole. 

47. trapassando, trascurando, omettendo. 

48. esemplo, è il libro della memoria, accennato nel proemio: cfr. 
Purg., xxx, 62: 

come pittor che con esemplo pinga 
disegnerei, com'io m'addormentai. 

nascono, procedono, derivano. 

49. sono scritte ecc. ; hanno luogo più considerevole nella mia me- 
moria, sono meglio ritenute per la loro importanza, molto più grande, 
che non sia quella dei ricordi fanciulleschi. 

II. — 2. appaiamento soprascritto, l'apparizione di Beatrice nar- 
rata da Dante nel cap. i é riferita all'anno 1274; cosi che il fatto nar- 



CAPITOLO II 13 



scritto di questa gentilissima, ne l'ultimo di questi di 
avvenne, che questa mirabile donna apparve a me 
vestita di colore bianchissimo, in mezzo di due gentili 5 
donne, le quali erano di più lunga età; e, passando 
per una via, volse gli occhi verso quella parte ov' io 
era molto pauroso ; e per la sua ineffabile cortesia, la 
quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutò 
molto virtuosamente, tanto che mi parve allora vedere iQ 
tutti li termini de la beatitudine. 



rato in questo cap. n sarebbe avvenuto nel 1283. Il Tod. crede che in 
questo periodo di nove anni, del quale Dante tace ogni particolarità, 
accadesse il matrimonio di Beatrice; e il D'Anc, accogliendo questa 
ipotesi, la compie osservando che cosi si avrebbe la ragione dell'aver 
voluto l'Alighieri riferire il suo innamoramento al primo incontro: se 
per il mondo Beatrice era la sposa di altro uomo, dinanzi alle leggi 
dell'amore era la donna di Dante fino dal 1274, -quando fu a lui dispo- 
sata, unita col legame di un affetto eterno. 

3. ne l'ultimo di questi di, proprio nel giorno del nono anniver- 
sario del primo incontro, cioè nel primo giorno di maggio del 1283. 

9. meritata, rimeritata, premiata; cfr. in un sonetto di Dante 
{p. 356) : Lo re, che merta i suoi servi a ristoro. • grande secolo, la 
vita eterna. Il Carducci osserva esser « notevoli in Dante i varii usi 
di questa parola secolo,, senz'altro. Nel Purg., xvi, 135, vale una gene- 
razione o età umana : in rimproverio del secol selvaggio ; ivi; xxx 
105, la società umana: passo che faccia il secol per sua via ; qui nella 
V. N., son. Morte villana, la vita nel sènso ecclesiastico : Del secolo 
hai partito cortesia [cap. vili, 51], e più oltre, col pronome dimostra- 
tivo, la vita transitoria in corrispondenza all'eterna: Poiché la genti- 
lissima donna fu partita di questo secolo [xxx, 1]. La quale altra 
vita, in corrispondenza a questa già finita, è detta secol novo nel 
v. 5, st. 5 della canz. Gli occhi dolenti [xxxi, 92] ; e Secolo immortale, 
senza definizione di condizioni, neìl'Inf., ti, 14; e in relazione all'idea 
di merito, secol degno della sua virtute, nel son. Venite a intender 
[xxxn, 30]; e qui più largamente ». 

10-1 L. Si cfr. il luogo del Par,, xv, 34: 

.... dentro agli occhi suoi ardeva un riso 
tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo 
d'ogni mia grazia, e del mio paradiso. 

Agli effetti del primo saluto di Beatrice si riferirebbero questi versi 



14 LA VITA NUOVA 



L'ora, che '1 su' dolcissimo salutare mi giunse, era 
fermamente nona di quel giorno ; e però che quella 
fu la prima volta che le sue parole si mossero per 
15 venire a' miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come 
inebriato mi partio da le genti, e ricorsi al solingo 
luogo d'una mia camera, e puosimi a pensare di questa 
cortesissima. ~ 

di una ballata, attribuita a Dante (p. 361): 

II giorno che da pria 
gli donaste il saluto, 
che dar sapete a chi vi face onore, 
andando voi per via, 
• come d'un dardo acuto 

subitamente gli passaste il core. 

Allora il prese la virtù d'amore, 

che ne' vostri occhi raggia ; 

poi gli sete selvaggia 

fatta si che mercé non vi addimando. 

Questa ballata, che da alcuni è data a Cino da Pistoia, è dal Giul. ri- 
ferita al tempo, nel quale Beatrice negò a Dante il saluto (cfr. cap. xn) : 
erroneamente, per altro, poiché nei versi citati si parla di primo sa- 
luto, dato per via, che suscitò un intenso affetto; cosi che vi si ritro- 
vano tutti i particolari del racconto dell'Alighieri. 

13. fermamente, per certo: Bocc, Dee, n, 247: tu troverai fer- 
mamente che ella è tua figliuola. - nona di quel giorno ; qualunque 
fosse la stagione nella quale accadde, l'incontro sarebbe adunque av- 
venuto nelle ore pomeridiane ; per questo e per gli altri luoghi ove 
occorre il numero nove cfr. la Not. sulla V. N., § 5. 

15. come inebriato ecc. è una formula biblica per esprimere una 
veemente commozione; cfr. Paracl., xxvn, 1 e segg.: 

Al Padre al figlio, allo spirito santo 
cominciò gloria tutto '1 paradiso 
si che m'inebriava il dolce canto. 
Ciò ch'io vedeva mi sembrava un riso 
dell'universo, per che mia ebbrezza 
entrava per l'udire e per lo viso. 

16. solingo, solitario, romito, come nel cap. xn, 3; in diverso senso- 
è usata questa parola mlVlnf., xxiii, 106: come suol esser tolto un 
uom solingo, dove significa solo. 



CAPITOLO III 15 



III 



E) pensando di lei, mi sopraggiunse un soave sonno, 
nel qual m'apparve una maravigliosa visione: che mi 
parea vedere ne la mia camera una nebula di colore 
di fuoco, dentro a la quale i' discernea una figura 
d' un signore, di pauroso aspetto a chi la guardasse. 5 
E pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabil 
cosa era : e ne le sue parole dicea molte cose, le quali 
non intendea, se non, poche ; tra le quali intendea 
queste: Ego dominus tuus. Ne le sue braccia mi 
parea vedere una persona dormir nuda, salvo che io 
involta mi parea in un drappo sanguigno leggeramen- 

III.- 1. Cfr. Pure?., xviii, 141, dove Dante descrive come s'addor- 
mentasse nel cerchio degli accidiosi : 

Nuovo pensiero dentro a me si mise 
del qual più altri nacquero e diversi, 
e tanto d'uno in altro vaneggiai 
che gli occhi per vaghezza ricopersi 
e il pensamento in sogno trasmutai. 

3. nebula, latinismo, nuvola ; Verg., Aen., i, 412 ; et multo ne- 
bulare ciroum dea fudit amictu, e 439 : infert se septus nebula, mi~ 
rabile diclu. 

5. pauroso, che incuteva paura, terribile; cosi nell' Inf., n, 90: 

Temer si deve sol di quelle cose 

e' hanno potenza di fare altrui male, 

dell' altre no, che non sono paurose. 

Gipv. dalle Celle, le tt. a Donato Correggiaio: sé in regione paurósa 
e in mare pericoloso 

6. E pareami ecc. che egli fosse meravigliosamente lieto nel suo 
aspetto, e dicesse molte cose, delle quali poche io poteva intendere; 
vuol dire che nel principio di ogni affetto le percezioni e i sentimenti 
sono molteplici; ma per lo più non si intende che la forza d' amore,. 
non si sente altro che il nuovo dominio che tiene lo spirita. 

11-12. sanguigno leggeramente, cioè di una leggera tinta sangui- 



16 LA VITA NUOVA 



te; la qual guardando molto intentivamente, conobbi 
eh' era la donna de la salute, la quale m'avea lo giorno 
dinanzi degnato di salutare. E ne l'una de le sue mani 
15 mi parea che questi tenesse una cosa, la quale ardesse 
tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: Vide 
cor tuum. E quando elli era stato alquanto, pareami 

gna, rosea ; cfr. la nota al cap. i, 12. - intentiv amente t con molta ten- 
sione del senso, attentamente. 

13. la donna de la salute: il Card, intende la donna che reca 
salute, salvezza, e riavvicina a questo luogo il verso dell' Inf., n, 75 : 
O donna di virtù sola per cui ecc. Il Frat. e altri dopo di lui in- 
tesero la donna del saluto, quella che lo avea salutato poco innanzi: 
e di salute e saluta in questo senso si hanno più esempi negli anti- 
chi poeti; cosi nell' Intelligenza, ed. Gellrich, 292: 

E fanno ciò che madonna comanda 
e rendon dolzi e soavi salute ; 

il Guinizelli (p. 35) : 

Passa per via adorna e si gentile 

eh' abbassa orgoglio a cui dona salute ; 

Lotto pisano (Val. II, 399) : 

se saluta li è porta 
soavemente la rende ecc. 

Dante stesso nel son. Di donne vidi (p. 116) : 

A chi era degno poi dava salute 

con gli occhi suoi quella benigna e piana; "> 

nel son. doppio Se Lippo amico (Giorn. stor., II, 341): 

da parte di colui che mi t' ha scritto 

in tua balia mi metto 

e recoti salute, quali eleggi ; 

e nel cap. xi, 19, ne le sue salute abitava la mia beatitudine. - lo 
giorno dinanzi, in quel giorno, ma alcune ore prima della visione ; cfr. 
cap. il, 12: il giorno in questo senso è detto anche nei cap. v, 15. 

14. degnato ; degnare è usato spesso in questo modo dagli scrit- 
tori antichi; un rimatore anon. del dugento (Riv. fll. rom., I, 84): 

Assai chiamai la morte che degnasse 
ancider me, cui la vita nocea ; 

e anche in prosa, per es. Poliziano, Sermoni, i, di dio: per sua mi- 
sericordia forse degnerà rispondere. 

15. una cosa ecc., il cuore di Dante, che ardeva d'amore per Beatrice. 



CAPITOLO III 



17 



ohe disvegliasse questa che dormia ; e tanto si sforzava 
per suo ingegno, che le facea mangiare questa cosa 
che 'n mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosa- 20 
mente. Appresso ciò, poco dimorava che la sua letizia 
si convertia in amarissimo pianto : e cosi piangendo si 
ricogliea questa donna ne le sue braccia, e con essa 
mi parea che si ne gisse verso il cielo ; ond' io sostenea 
si grande angoscia, che '1 mio deboletto sonno non poteo 25 
.sostenere anzi si ruppe, e fui isvegliato. E mantenente 



19. le facea mangiare ecc. L'idea del cuore mangiato è delle più 
«diffuse nelle leggende medioevali e procede in parte da superstizioni 
popolari, in parte da fatti storici. Al tempo di Dante questa idea era 
penetrata in molti racconti tradizionali e in molte novelle di evidente 
origine letteraria: basterà ricordare le avventure di Guiron e d'Ignau- 
rès, cantate da due poeti francesi del sec. xn, il romanzo del castel- 
lano di Coucy, il fatto del trovatore Guglielmo di Cabestaing, la no- 
vella boccaccesca di Guglielmo Rossiglione, e rimandare chi voglia 
avere più ampie notizie alla dottissima nota del D'Anc. a questo passo. 
Dante, che trovò questo concetto anche nella lirica dei trovatori (per 
es. nel famoso compianto di Sordello per la morte di Blacatz), lo 
tramutò ad una significazione allegorica, per esprimere come l'anima 
-sua si fosse compenetrata per forza d'amore con quella di Beatrice, la 
-quale, sebbene renitente, pur aveva finito per cibarsi dei cuore di lui. 
Il D'Anc. medesimo richiama per maggiore illustrazione di questo 
passo alcuni luoghi di Gino da Pistoia, di Francesco da Barberino, e 

-del Petrarca, nei quali l'innamoramento è rappresentato come l'effetto 
di un rapimento del cuore dell' uomo , compiuto violentemente dalla 
-donna. Una imitazione palese della visione dantesca é quella del re di 
Marmorina descritta dal Boccaccio nel Filocopo, lib. n, pag. 79. 

20. dubitosamente, paurosamente, cfr. in questo cap., 52 e la 
nota al cap. xxm, 139. - dimorava, stava. 

23. ricogliea,: ricogliere è la forma fiorentina del più comune 
raccogliere, lat. recolligere; Machiav., Ist. fior., n, 23, del cadavere 
di Corso Donati : fu dai monaci di San Salvi ricolto e senza al- 
cuno onore sepolto. 

25. che 7 mio ecc., la quale angoscia non fu sopportata dal mio 
-debole sonno. 

26. mantenente, subito; cfr. Guiniz. (p. 34): che mantenente a 
terra me dibatti, e anche al cap. v, 15. 

Dante — La Vita Nuova. 2 



18 LA VITA NUOVA 

cominciai a pensare ; e trovai che l'ora ne la quale 
m' era questa visione apparita, era la quarta de la notte 
stata : si che appare manifestamente, eh' ella fue la pri- 

30 ma ora de le nove ultime ore de la notte. 

Pensando io ciò che m'era apparato, propuosi di 
farlo sentire a molti, li quali erano famosi trovatori 
in quel tempo ; e con ciò fosse cosa che io avesse già 
veduto per me medesimo V arte del dire parole per 

35 rima, propuosi di fare un sonetto, nel quale io salutasse 
tutti li fedeli d'Amore, e, pregandoli che giudicassero 



28. la quarta de la notte; essendo la notte di dodici ore, la 
quarta veniva ad essere la prima delle ultime nove ; vedasi la nota a 
questo cap., 43. 

32. sentire, sapere. - trovatori; il nome di trovatore (provenz. 
trobairé) fu dato propriamente agli scrittori di rime provenzali, che 
trovavano da sé le parole e la musica delle loro poesie (cfr. Diez. 
Die Poes. der Trono., 2a ediz. pag. 27 e segg.); qui è detto dei poeti 
nel volgare italico : i più famosi trovatori o rimatori al tempo della 
gioventù di Dante erano in Toscana Guittone d'Arezzo, Chiaro Davan- 
zati, Bonagiunta Orbiciani e anche Guido Cavalcanti. 

33-34. Da queste parole appare che Dante non apprese da alcun 
maestro l'arte di rimare; su questo proposito si veda il Bartoli, St. 
lett., voi. V, pag. "37 e segg. - V arte del dire parole per rima, è 
l'arte di comporre in poesia volgare, della quale la principale caratte- 
ristica è la rima; cfr. cap. xxv, 25: dire per rima in volgare tanto 
è quanto dire per versi in latino, secondo alcuna proporzione. 

35. Intorno al sonetto, alla sua storia e alla sua teorica vedasi 
la mia notizia Sulle forme metriche italiane, Firenze, Sansoni, 1890, 
cap. in, §§ 1-3. 

36. fedeli d'Amore: sono gli innamorati, gli spiriti presi d'amore, 
ai quali Dante inviò il suo sonetto; nel cap. vili, 32, è dichiarata la 
frase: Piangente amanti cosi: sollecito i fedeli d'amore a piangere. 
- pregandoli ecc. ; il costume di esporre in versi le visioni d'amore 
e di domandarne la spiegazione ai confratelli in poesia fu seguito da 
altri contemporanei di Dante ; per es. Cino da Pistoia nel son. Vinta 
e lassa era già V anima mia (p. 360) narrò una sua visione e ri- 
sposero per le rime in altrettanti sonetti messer Nicola, m. Mula da 
Pistoia, Cacciamonte da Bologna, Picciolo da Bologna ed altri. 



CAPITOLO III 



19 



40 



la mia visione, scrissi a loro ciò eh' io avea nel mio 
sonno veduto ; e cominciai allora questo sonetto : 

[Sonetto I] 

A ciascun' alma presa e gentil core 
nel cui cospetto ven lo dir presente, 
a ciò che mi rescriva in su' parvente, 

4 salute in lor segnor, ciò è Amore. 
Già eran quasi che atterzate 1' ore 
del tempo che onne stella n' è lucente, 
quando m' apparve Amor subitamente, ^ 

8 cui essenza membrar mi dà orrore. 
Allegro mi sembrava Amor tenendo 
meo core in mano, e ne le bracci' avea 

38. questo sonetto, come le altre poesie che seguitano sino alla 
canz. del cap. xix, risente assai nel concepimento e nella forma dei 
difetti della vecchia scuola poetica fiorente in Toscana durante la gio- 
ventù di Dante; la rappresentazione della visione, sebbene non manchi 
di pregi stilistici, è appena abbozzata, il linguaggio è qua e là arcaico,. 
e per tutto il sonetto non spirano quella freschezza e quella agilità del 
pensiero e della parola, che fanno mirabili altre poesie della V. N. 

39. A tutti gli amanti, ai quali è inviato il presente sonetto af- 
finché me ne rendano la spiegazione in scritto, mando un saluto nel 
nome di Amore, lor signore. 

41. in su' parvente, secondo la sua opinione, secondo il giudizio 
che farà del sogno. 

43. Già erano passate le prime tre ore della notte, di quel tempo 
in cui ogni astro risplende a noi mortali ; poiché, come si è notato so- 
pra, 29, la visione era apparsa a Dante nella quarta ora di notte. Se. 
atterzate significasse che le tre ore erano passate, è evidente che sa- 
rebbe inutile il quasi ; è probabile quindi che Dante abbia inteso di dire 
che la visione gli apparve quando era quasi trascorso il terzo delle 
dodici ore della notte, cioè durante l'ora quarta. 

44. Par., xx, 5, del cielo : 

subitamente si rifa parvente 
1 per molte luci, in che una risplende. 

45. subitamente, improvvisamente ; cfr. la nota precedente, e nel 
Par. x, 38 : di bene in meglio si subitamente. 

46. cui essenza ecc., la natura del quale mi fa paura, solamente 
a ricordarla. 



20 LA VITA NUOVA 



11 madonna, involta 'n un drappo dormendo ; 
50 poi la svegliava, d' esto core ardendo 

lei paventosa umilmente pascea : 
14 appresso gir lo ne vedea piangendo. 

Questo sonetto si divide in due parti : che ne la 
prima parte saluto e domando risponsione, ne la se- 
55 conda significo a che si dee rispondere. La seconda 
parte comincia quivi : Già eran [v. 5]. 

A questo sonetto fue risposto da molti e di diverse 

49. dormendo, che dormiva : il gerundio in senso di principio è 
frequentissimo negli antichi scrittori; cosi si ha ardendo nel verso seg. 
per ardente. Altri es. : Purg., ix, 38 : trafugò lui dormendo in le sue 
braccia; Purg., x, 56: lo carro e i buoi traendo Varca santa; Par., 
xviii, 45: com' occhio segue suo falcon volando; Petrarca, canz. 
Chiare, fresche, 16: eh' amor quest' occhi lagrimando chiuda e canz. 
Una donna, 17 : pien di vaghezza giovenile ardendo ; Boccaccio, 
Dee, i, 548: lo veglio della montagna quando alcun voleva, dormendo, 
mandare nel suo paradiso; Ariosto, Ori. fur., xi, 58: che la lasciò 
neir isola dormendo. 

5'2. Il D'Anc. osserva che « qui nel sonetto, scritto subito appresso 
alla visione, Dante vede Amore gire soltanto, andarsene senza avver- 
tire dove, verso che parte : e nella narrazione in prosa, scritta più 
tardi, aggiunge mi parea che se ne gisse verso lo cielo, dacché solo 
dopo la perdita dell'amata che aveva reso manifesto anche alti più 
semplici il verace giudicio, era chiaro che quell'atto d'Amore signi- 
ficasse la precoce disparizione di Beatrice dal mondo, e la sua assun- 
zione nel reame ove gli angioli hanno pace ». 

54. saluto i fedeli d'amore e domando risponsione, spiegazione 
alla mia visione. 

55. significo, narro ed espongo la visione, alla quale si deve ri- 
spondere. 

•57. A questo sonetto fue risposto da molti ecc., s'intenda che 
molti poeti mandarono a Dante lor sonetti di risposta spiegando la 
visione, in diversa maniera, con diverso giudizio. Di queste risposte 
tre ci rimangono: quella del Cavalcanti; quella che va sotto il nome 
di Dante da Maiano, che non riferirò poiché non è se non una serie di 
insolenze contro l'Alighieri e perché intorno a quel rimatore e alle 
sue poesie si sono recentemente sollevati dei dubbi, specialmente dal 
Borgognoni (Dante da Maiano, Ravenna, David, 1882), secondo il 
quale le poesie che gli si attribuiscono sarebbero una falsificazione 



CAPITOLO III 21 



sentenzie, tra li quali fue risponditore quelli, cu' io 
chiamo primo de li miei amici ; e disse allora un sonetto 



del cinquecento ; e finalmente quella di Cino da Pistoia, altro amico 
dell'Alighieri, contenuta nel seguente sonetto (p. 209): 

Naturalmente chere ogn'amadore 
di suo cor la sua donna far saccente, 
e questo per la vision presente , 
intese di mostrare a te Amore, 
in ciò che dello tuo ardente core 
pasceva la tua donna umilemente, 
che lungamente stata era dormente 
involta in drappo, d'ogni pena fbre. 
Allegro si mostrava Amor, venendo 
a te per darti ciò che '1 cor ehiedea, 
insieme due coraggi comprendendo; 
e l'amorosa pena conoscendo 
che nella donna conceputo avea, 
per pietà di lei pianse partendo 

Osserva il Lue. che Cino da Pistoia, nato intorno al 1270, non poteva 
nel 1283 rispondere per le rime al sonetto di Dante; ma è da notare 
che la data della nascita di Cino è del tutto ipotetica e nulla vieta di 
respingerla più indietro di qualche anno (cfr. Chiappelli, Vita e opere 
giuridiche di C. da P. Pistoia, 1881, p. 23), e che poi, in ogni caso 
non è assolutamente necessario il ritenere che le risposte al sonetto 
di Dante fossero tutte dell'anno medesimo al quale si suol riferire la 
visione: anche qualche tempo di poi, poteva Cino, quasi per introdursi 
nell'amicizia dell' Alighieri, rispondere ad un suo sonetto, che doveva 
esser rimasto famoso. Del resto, è osservabile il fatto che il sonetto 
Naturalmente chere ecc. in un codice molto autorevole del sec. xiv 
è attribuito a Terrino da Castelfiorentino, rimatore alquanto più vec- 
chio di Cino. 

59. Il primo degli amici di Dante fu Guido Cavalcanti fiorentino, 
figlio di m. Cavalcante, quello stesso che è ricordato fra gli epicurei 
nelVInf., x, 52-72: doveva essere alquanto più vecchio dell'Alighieri, 
se nel 1267 sposò la figlia di Farinata degli Uberti e nel 1284 fu dei 
consigli della repubblica. Di una contesa fra lui e Corso Donati veg- 
gasi Dino Compagni, Cronaca, lib. I, cap. 20. Nel 1300 fu con altri di 
parte ghibellina confinato a Sarzana, donde ritornò malato di febbri, 
e il 27 d'agosto dello stesso anno mori. Per i suoi amori vedasi la nota 
al cap. xxiv, 14 ; per le sue poesie, che insieme a quelle di Dante e di 
Cino sono le più belle liriche italiane del sec. xm, si possono consul- 
tare gli studi dell'Arnone nella Rivista Europea (aprile e maggio 1878), 
del Ronconi nel Propugnatore (an. XIV, disp. i), del Capasso, Le rime 



22 



LA VITA NUOVA 



60 lo quale comincia: Vedesti al mio parere onne va* 
love. E questo fue quasi lo principio de l'amistà tra 
lui e me, quando elli seppe eh' io era quelli che li avea 
ciò mandato. Lo verace giudicio del detto sogno non 
fue veduto allora per alcuno, ma ora è manifestissimo 

65 a li più semplici. 



di G. Cavalcanti, Pisa, 1879, e il bel capitolo del Battoli, Storia della 
lett. ital., voi. IV, p. 135-170. Le rime del Cavalcanti furono raccolte 
in .un volume dell'Arnone (Firenze, Sansoni, 1S81), e.sono due canzoni, 
undici ballate, trentasette sonetti e tre componimenti di vario metro ; 
e poi dall'Ercole, Guido Cav. e le sue rime (Livorno, Vigo, 1885). 
60. Ecco il sonetto del Cavalcanti ricordato da Dante (p. 58) : 

Risponde Guido a Dante, A ciascun alma 

Vedesti al mio parere ogni valore 
e tntto gioco e quanto bene om sente, 
se fosti in prova del segnor valente 
che segnoreggia il mondo de l'onore, 
poi vive in parte, dove noia more 
e tien ragion nella pietosa mente, 
si va soave pe' sonni a la gente, 
che cor ne porta senza far dolore. 
Di voi lo core ne portò, veggiendo 
che vostra donna la morte chedea : 
nodri la d'esto cor di ciò temendo. 
Quando t'apparve, che sen già dogliendo, 
fu dolce sonno ch'allor si compiea, 
che '1 su' contraro la venia vincendo. 

63. Lo verace giudicio ecc. Sebbene Dante affermi che nessuno 
iuterpetrò rettamente il suo sogno, pare che il Cavalcanti si accostasse 
più degli altri alla vera spiegazione, poiché egli intese che Amore 
portò il cuore di Dante alla donna pensando che questa fosse per mo- 
rire presto (la morte chedea... la tua donna, cioè la voleva come 
fosse sua, mostrava di essersene quasi impadronita: e in ciò si avrebbe 
una conferma dell'ipotesi che da segni esterni corporei fosse facile a 
Dante il presagire prossima la morte di Beatrice). Cino da Pistoia 
diede una spiegazione più scolastica, ma letteralmente più vera: il 
sogno aver dimostrato nei suoi particolari l'innamoramento di Dante 
e della donna, per pietà della quale, cioè dsl nuovo sentimento susci- 
tatole in cuore, Amore se ne andava piangendo, come quegli che ben 
conosceva d'esser fonte di molti e forti dolori. 



J 



CAPITOLO. IV 23 



IV. 

Da. questa visione innanzi cominciò lo mio spirito 
naturale ad essere impedito ne la sua operazione, però 
che l'anima era tutta data nel pensare di questa gen- 
tilissima; ond'io divenni in picciol tempo poi di sì fraile 
e debole condizione, che a molti amici pesava de la s 
,inia vista : e molti pieni d' invidia già si procacciavano « 
di sapere di me quello ch'io volea del tutto celare 
ad altrui. Ed: io, accorgendomi del malvagio doman- 
dare che mi faceano, per volontà d'Amore, lo qual mi 
comandava secondo '1 consiglio de la ragione, rispon- io 
dea loro, che Amore era quelli che cosi m'avea gover- 
nato : dicea d'Amore, però eh' i' portava nel viso tante 

IV. — i. Vedinel cap. i, 25: «lo spirito naturale... piangendo disse 
-queste parole : heu vniser ! quia frequenter impeditus ero deinceps ». 

3. data ecc., occupata dal pensiero di Beatrice. 

4. fraile, frale, da fragilìs. 

5. pesava, rincresceva: cfr. G. Cavale, (p. 30):. 

Novella doglia m'è nel eor venuta, 
la qual mi fa doler e pianger forte; 
e spesse volte avven chi mi saluta 
tant'ho di presso l'angosciosa morte, 
che fa 'n quel punto le persone accorte, 
che dicono infra lor : quest'ha dolore 
e già, secondo che ne par di fore, 
dovrebbe dentro aver novi martiri. 

6. invidia, il Giul. e il Witte spiegano per malignità, in relazione 
al malvagio domandare che quei molti facevano ; il Card, invece ri- 
ferirebbe questa invidia alle parole che Dante si sentiva dir dietro 
assai spesso: deh, per qual dignitate cosi leggiadro questi lo cor 
have ? Meglio, forse, il Renier crede che invidia sia usata qui, come 
il prov. enveja, nel senso di desiderio. - si procacciavano, si studia-' 
vano, si sforzavano. 

10. secondo 7 consiglio de la ragione; cfr. cap. i, 43: sanza 'l 
Jedel consiglio de la ragione. 

11. governato, cioè ridotto cosi frale e debole da far pietà; Purg., 



24 LA VITA NUOVA 



de le sue insegne, che questo non si porla ricovrire. 
E quando mi domandavano : « per cui t'ha cosi di- 
15 strutto questo amore ? » ed io sorridendo li guardava, 
e nulla dicea loro. 

V 

Un giorno avvenne che questa gentilissima sedea 
in parte, ove s'udiano parole de la reina de la gloria r 

XXIII, 35: Chi crederebbe che l'odor d'un pomo 

si governasse, generando brama 
e quel d'un'acqua non sappiendo corno ; 

e Inf., xxviii, 126: 

com'esser può quei sa che si governa. 

13. insegne, segni, indizii; cfr. il Petr., canz. Amor, se vuoi, 14 ~ 

Ri togli a morte quel ch'ella n'ha tolto 
e ripon le tue insegne nel bel volto; 

e in un madrig. : 

Perché al viso d'Amor portava insegna ; 

e il Cavale, (p. 62): 

nostro stile, 

lo quale porta di merzede insegna. 

- non si porla ; più regolarmente si direbbe ora non si sarebbe po- 
tuto, o, come fu corretto in altri testi, non si potea: ma lo scrittore 
considerò come presente e generale il fatto che non si nascondono i 
segni dell'amore, e però scrisse non si porla. 

14. per cui, per quale donna ecc. 

15. distrutto ; G. Cavale, (p. 16) : 

li spiriti fuggiti del mio core, 
che per soverchio de lo su' valore 
eran distrutti ecc.; 



e anche (p. 51): 



guardate l'angosciosa vita mia, 
che "sospirando la distrugge amore. 



- sorridendo; il perché di questo sorriso e silenzio, osserva il Giul.,. 
ognuno che abbia cuore l'intende, e sa come talora siano eloquenti 
sopra ogni parola. 

V. — 1» questa gentilissima, Beatrice, cosi indicata anche nel 
cap. iv, 3. 

2. in parte ecc., in un luogo, in una chiesa nella quale si canta- 



CAPITOLO V 25 



ed io era in luogo, dal quale vedea la mia beatitu- 
dine: e nel mezzo di lei e di me, per la retta linea, 
sedea una gentile donna di molto piacevole aspetto, la 5 
quale mi mirava spesse volte; maravigliandosi del mio 
sguardare, che parea che sopra lei terminasse; onde 
molti s'accorsero del suo mirare. Ed in tanto vi fue 
posto niente, che, partendomi di questo luogo, mi sentio 
dire appresso di me: « Vedi come cotale donna di- 19 
strugge la persona di costui » ; e nominandola, intesi 
che dicea di colei, ch'era stata nel mezzo de la ritta 
linea la qual movea da la gentilissima Beatrice e ter- 
minava ne gli occhi miei. Allora mi confortai molto, 
assicurandomi che '1 mio segreto non era comunicato, 15 
il giorno, altrui per mia vista. E mantenente pensai 
di fare di questa gentile donna schermo de la veri- 
tade; e tanto ne mostrai in poco di tempo, che il mio 



vano laudi e si recitavano preci alla Vergine. - reina de la gloria; 
cfr. cap. xxvm, 6: quella reina benedetta Maria ecc. 

7. sguardare, è propriamente guardare continuamente, senza mai 
rivolgere gli occhi altrove. - terminasse, andasse a finire, fosse rivolto. 

8. in tanto, cosi, con tale attenzione. 

10. cotale, qui è posto genericamente invece del nome della gentil- 
donna. 

11. nominandola; Dante non ha voluto lasciarci i! nome della 
donna, che gli fu primo schermo all'amore di Beatrice; ma lo Scar- 
tazzini nel suo commento alla Dio. comm. (voi. II, pag. 595 617 ha so- 
stenuto con molti e sottili argomenti che essa sia da identificare colla 
Matelda del Purg., xxvm e segg. : se non che la sua congettura, per 
quanto osservabile, non ha incontrato il favore dei dotti. 

15. 7 mio segreto ecc.; l'amore per Beatrice, ch'io voleva tener 
segreto, non era stato in quel giorno rivelato agli altri per mia vista, 
cioè non ostante che i miei occhi l'avessero di continuo riguardata. - 
il giorno, in quel giorno, cfr. cap. in, 13: il Card, cita a questo luogo 
i versi del Poliziano: chHo mi credetti, il giorno, Fosse ogni dea dì 
del discesa in terra. 



26 LA VITA NUOVA 



segreto fu creduto sapere da le più persone che di me 
120 ragionavano. Con questa donna mi celai alquanti anni 
e mesi; e per più fare credente altrui, feci per lei 
certe cosette per rima, le quali non è mio intendi- 
mento di scriverle qui, se non in quanto facesse a 
trattare di quella gentilissima Beatrice; e però le la- 
-25 scerò tutte, salvo che alcuna cosa ne scriverò, che 
par che sia loda di lei. 



I 



Dico che in questo tempo, che questa donna era 
schermo di tanto amore, quanto da la mia parte, sì 
mi venne una volontà di volere ricordare il nome di 
quella gentilissima, e d'accompagnarlo di molti nomi 

19. fu creduto sapere; un uso analogo del verbo sapere è nel 
Conv., iv, 17: le vertù morali paiono essere e sieno più comuni e 
più sapute e più richieste che le altre. 

U2. certe cosette per rima ; intorno alle poesie di Dante scritte per 
questa donna cfr. la Notizia sulla V. N., § 6. Cino da Pistoia dice delle 
sue poesie (pag. 254): 

queste cosette mie da chi le tolgo 

ben lo sa Amor, dinanzi a cui le squadro. 

23. facesse, convenisse, fosse opportuno. 

25. alcuna cosa, cioè alcuna parte delle cosette per rima, qualcuna 
delle poesie composte per la donna dello schermo: sono il sonetto n 
e il serventese accennato nel cap. seguente. 

VI. — 2. quanto da la mia parte ; il Lue. mette in correlazione 
il quanto al tanto amore del quale la donna era schermo, interpre- 
tando: quanto io, da parte mia, ne nutriva per Beatrice; intenderei 
invece quanto da la mia parte per una formula restrittiva da inter- 
pretare: quella donna era schermo del vero amore, ma solamente per 
me, quanto dalla mia parte, poiché per gli altri io ne era innamorato 
davvero (cfr. cap. v, 10: vedi come la cotale donna distrugge ecc.) 

4. quella gentilissima ; Beatrice, che è indicata cosi anche nei 
-capp. iv, 3 e v, 1. 



CAPITOLO VI 27 



di donne, e specialmente del nome di questa gentile 5 
donna; e presi li nomi di sessanta le più belle donne 
-de la cittade, dove la mia donna fue posta da l'al- 
tissimo sire, compuosi una pistola sotto modo di ser- 
ventese, la quale io non scriverò : e non n' avrei fatto 
menzione se non per dire quello, che componendola i0 



6. li nomi di sessanta ecc. ; chi fossero le donne che Dante ricor- 
dava nella sua epistola non sappiamo : ma fra esse dovevano essere 
la donna dello schermo, Beatrice, e l'amante di Lapo Gianni (cfr. la 
nota a questo cap., 9)." 

8. una pistola sotto modo di serventese ; intorno al serventese 
e ai suoi caratteri metrici è da vedere la cit. notizia Sulle forme 
metr. ital., cap. v, § 1. Di questa epistola di Dante non abbiamo 
alcuna traccia nei molti manoscritti delle sue rime: due poesie per 
altro di argomento non molto dissimile ce ne possono dare un' idea, 
e sono il frammento di capitolo in terza rima, attribuito al Boccaccio 
(in Manni, Stor. del Decameron., pag. 143), nel quale sono ricordate 
•col loro proprio nome dodici donne fiorentine, e il serventese di A. 

Pucci composto nel 1335 in lode delle belle donne di Firenze (in D'Anc, 
pag. 47-51). Non molto diversa doveva esser l'epistola di Dante, la 
quale fu forse composta in terzine e inspirata da consimili poesie di 
trovadori provenzali, come Vamoroso carroccio di Rambaldo di Va- 
queiras (in Bartsch, Chrest- provenc., pag. 126), la tregua di Guglielmo 
della Torre (in Suchier, Denkm. provenz. Liter., I, 323), i serventesi 
di Alberto da Sisteron (in Herrig. Archiv. XXXII, 407) e di Amerigo di 
Bellinoi (in Mahn, Gediehte der Troubad., I, 60) ed altre, nelle quali 
sono encomiate e ricordate coi loro proprii nomi molte gentildonne 
italiane del secolo xm. 

9. la quale io non scriverò; il Renier sostiene, sebbene dubitosa- 
mente, che Dante non abbia mai scritto questa epistola, ma che ne 
parli nella V. N. solo per dire che la sua donna vi teneva fra le altre 
il numero nove : « ognuno può vedere, dice egli, quanto dovesse re- 
pugnare allo spirito di Dante, cui una sola pareva donna, l'encomiarne 
sessanta in un' suo componimento poetico ». Ma si osservi anzitutto che 
Dante non dice di avere encomiato in quel serventese le sessanta più 
belle donne della città, ma soltanto di averle nominate accanto a Beatrice 
e alla donna dello schermo; si che l'argomento tratto dalla ripugnanza 
di Dante non ha alcun valore. E poi, abbiamo un bellissimo sonetto 
dell'Alighieri (pag. 180), nel quale egli esprime il voto di trovarsi per 
forza d'incanto in una nave nell'ampiezza infinita dell'oceano, insie- 



28 LA VITA NUOVA 



maravigliosamente addivenne, ciò è che in alcuno altro 
numero non sofferse lo nome de la mia donna stare, 
se non in sul nove, tra li nomi di queste donne. 



VII 



La donna, co la quale io avea tanto tempo celata 
la mia volontade, convenne che si partisse de la sopra- 
detta cittade, e andasse in paese molto lontano : per che 
io, quasi sbigottito de la bella difesa che mi era ve- 
5 nuta meno, assai me ne disconfortai più eh' io mede- 
simo non avrei creduto dinanzi. E pensando che, se 
de la sua partita io non parlassi alquanto dolorosa- 
mente, le persone sarebbero accorte più tosto del mio 
nascondere, propuosi di farne alcuna lamentanza in un 



me ai suoi amici Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, e nella compagnia 
delle loro donne (p. fcO): 

E monna Vanna e monna Bice poi 
con quella eh' è sul numero del trenta 
con noi ponesse il buono incantatore. 

Vanna è la donna del Cavalcanti (cfr. cap. xxiv, 15), Bice è la gen- 
tilissima della V. iV"., e l'altra è la donna di Lapo, che stava sul 
numero del trenta, era cioè la trentesima nel serventese che enar- 
rava i nomi delle sessanta belle fiorentine : il quale, non solo fu scritto 
dall'Alighieri, ma doveva esser notissimo, almeno ai suoi amici, se 
con un richiamo ad esso poteva essere indicata la donna del Gianni. 

12. non sofferse ecc. ; vuol dire che il nome di Beatrice non potè 
per ragioni formali, o di rima o di verso, esser allogato nell'epistola 
se non come nono nella serie dei sessanta nomi ; e ciò, vero o falso, 
è in relazione cogli altri luoghi di questo libro, sui quali cfr. il § 5 
della Notiz. sulla V. N. 

VII. — 3. in paese molto lontano; cfr. la nota al cap. ix, 3. 

7. partita, partenza ; è una forma usata spesso da Dante, per es. 
Inf., xxn, 79. - parlassi, parlare è usato qui genericamente per dire 
in rima. 



CAPITOLO VII 29 



sonetto, il quale io scriverò ; acciò che la mia donna io 
fue immediata cagione di certe parole, che nel sonetto 
sono, si come appare a chi lo intende : e allora dissi „ 
questo sonetto che comincia : 

[Sonetto II] 

O voi, che per la via d'Amor passate, 

attendete, e guardate 15 

s' egli è dolore alcun, quanto '1 mio grave: 

e prego sol, eh' audir mi sofferiate ; 



10. la mia donna ecc. Sebbene il sonetto sia scritto per la par- 
tenza della donna dello schermo, alcune parole di esso accennano a 
Beatrice ; poiché nella parte che si riferisce alla prima è accennata 
la gioia che per amore veniva a Dante, mentre in quella che riguarda 
Beatrice si accenna invece la dolorosa condizione nella quale si trovava, 
apparentemente per l'allontanamento della donna che egli fingeva 
d'amore, ma realmente perché il suo amore vero non conseguiva una 
soddisfazione piena ed intera. 

13. sonetto; è propriamente un sonetto doppio, varietà del sonetto 
comune, della quale vedi la mia notizia Sulle forme met. it., cap. ni, 
§ 4. Del resto questo sonetto, per la mancanza di sentimento vero 
e di fantasia, e per la ricerca più artificiosa delle difficoltà metriche 
e della lingua più arcaica, è da ricongiungere alla lirica d' imitazione 
provenzale e alla poesia di scuola guittoniana, alla quale appartenne 
nella sua gioventù anche l'Alighieri. 

14. O voi ecc. È una parafrasi del passo di Geremia riferito da 
Dante stesso in fine di questo cap., 36; il Le Clerc suppone imitata 
questa espressione da un passo consimile del poeta francese Rutebeuf, 
ma il Card, osserva con ragione che le lamentazioni di Geremia erano 
tanto popolari che potevano dar argomento d' imitazione cosi in Francia 
come in Italia, cosi a poeti letterati come a rimatori volgari, e cita 
questi bellissimi versi del Poema della passione : 

O tutti voi che passate per -via 
attendete e guardate se dolore 
simil si trova alla gran doglia mia ; 
pietà vi prenda del mio dolce amore 
e di me madre vedova Maria ecc. 

17. sofferiate; sofferire è frequentemente usato dai nostri poeti 
nel senso di sopportare, sostenere, consentire; cfr. la nota al cap. xix, 39. 



30 LA VITA NUOVA 



e poi imaginate 
6 s\io son d'ogne tormento ostello e chiave. 

20 Amor, non già per mia poca bontate, 

ma per sua nobiltate, 
mi pose in vita si dolce e soave, 
eh' i' mi sentia dir dietro spesse fiate : 
«Deo! per qual dignitate 

25 12 cosi leggiadro questi lo cor have ! » 

Or ho perduta tutta mia baldanza, 
che si movea d' amoroso tesoro ; 



19. s' io son ecc., cioè se io accolgo in me ogni dolore e se io 
ne sono oppresso. - chiave, esser chiave di qualche affetto o qualità 
vuol dire averne il possesso, risentirne gli effetti ecc. Il trov. provenz. 
Arnaldo di Maroill chiama la sua donna chiave di fin pregio (Bartsch, 
Chr., pag. 96); Baldo da Passignano (Ant. rim. volg. Ili, 203): e voi 
die siete d'ogni gioia chiave; e Pier della Vigna nell' In f., xin, 58, 
dice : Io son colui che tenni ambo le chiavi Del cor di Federigo ecc. 
- ostello, è in generale il luogo nel quale uno è accolto; vedansi i 
vari usi che Dante fa di questa voce nel Purg., vi, 76, Par., vin,. 
129, xv, 132, xvii, 70, xxi, 129 ecc. 

20. non già per mia poca bontade, non già per il mìo scarso,, 
tenue merito ; efr, Par., xvi, 1 : O poca nostra nobiltà di sangue. 

21. ma per sua nobiltate; cfr. Conv., in, 8: « amore cioè 

diritto appetito, per lo quale e del quale nasce origine di buono pen- 
siero; e non solamente fa questo, ma disfà e distrugge lo suo con- 
trario, cioè li vizii innati, li quali massimamente sono de' buoni pen- 
sieri nemici ». Si veda anche la nota al cap. xiii, 6. 

24. per qual ecc. Il Tod. scrive :'« Il significato di questo concetto, 
secondo il mio parere, è il seguente : com' è fatto degno costui di ri- 
porre gli affetti del suo cuore in cosi leggiadra donna ? ovvero: per 
qual merito è concesso a costui di amare si leggiadra donna? Se 
questo poi è, come io credo, il concetto racchiuso ne' due versi, ne 
viene che qui la parola dignitate sia usata in un significato affatto 
insolito, e valga: ragione d'esser degno d'alcun bene, merito ». Il 
Giul. interpreta diversamenie il leggiadro e lo intende per bello, gen- 
tile, fatto perciò all' amore ; cosi che i due versi sarebbero da spie- 
gare : per qual privilegio costui ha V animo cosi ben disposto al- 
l'amore? 

26. Or ho perduta ecc., cfr. la nota a questo cap., 10 - tutta mia- 
baldanza, ogni mia gioia, che procedeva dal mio amore. 



CAPITOLO VII 31 



ond' io pover dimoro 
16 in guisa, che di dir mi vien dottanza. 

Si che, volendo far come coloro, 30 

che per vergogna celar lor mancanza, 

di for moatro allegranza, 
20 e dentro da lo core struggo e ploro. 

Questo sonetto ha due parti principali : che ne la 
prima intendo chiamare li fedeli d'Amore per quello 35- 
parole di Geremia profeta : vos omnes, qui tran- 
sitis per viam ì attendite et vìdete, si est dolor sicut 
dolor meus ; e pregare che mi soffermo d' audire. Ne la 
seconda narro là ove Amore m'avea posto, con altro 



29. in guisa, che ecc., temo di parlare, di esprimere in versi le 
perturbazioni del mio spirito. - dottanza, dubitanza, timore, per es- 
Cino: E chi le conterà la morte mia Non so, ch'amor medesmo 
n'ha dottanza. 

31. che .... celar, nascosero per ritegno i loro difetti. 

32. allegranza, allegria, gioia. « Si dice comunemente, scrive il 
Gaspary [La scuola poetica sic, pag. 272) esser tolti dal provenzale 
i sostantivi femminili in -anza ed -enza ... e difatti tali formazioni 
sono tanto più numerose presso gli antichi poeti che non nella lingua 
posteriore, da dover ben ammettere che il provenzale, che pure le 
amava, abbia contribuito al loro aumento. Ma ciò che sopratutto vi 
spinse i primi scrittori fu il bisogno di comode rime in un modo di 
parlare ancora inabile e povero: ed è perciò che tali parole spesseg- 
giano appunto nella rima. Se pertanto in questo fatto si scorge una 
tendenza promossa dal provenzale, tuttavia non si ha ancora il diritto 
di riguardare come provenzale ciascuna siffatta parola in particolare. 
I due suffissi -anza (antia) ed -enza (entia) non sono meno italiani 
che provenzali, e possono produrre nuove formazioni tanto bene nel. 
primo idioma quanto nel secondo, e, quantunque noi non possediamo 
nella sua integrità il lessico provenzale, nondimeno si dubiterà con 
buona ragione rispetto a molti sostantivi italiani di questa fatta, se 
essi mai esistessero in provenzale». 

36. vos ecc., è un versetto delle lamentazioni di Geremia, 1, 12- 
39. là ove, cioè nella condizione di una vita dolce e soave. 



32 LA VITA NUOVA 



40 intendimento che l'estreme parti del sonetto non mo- 
strano : e dico eh' i' ho ciò perduto. La seconda parte 
comincia quivi : Amor non già [v. 7]. 



Vili 



Appresso lo partire di questa gentil donna, fu 
piacere del signore de li angeli di chiamare a la sua 
gloria una donna giovane di gentile aspetto molto, 
la quale fu assai graziosa in questa sopradetta cit- 
tade ; lo cui corpo io vidi giacere sanza 1' anima in 
mezzo di molte donne, le quali piangeano assai pie- 
tosamente. Allora, ricordandomi che già l'avea veduta 



40. l'estreme parti del sonetto, sono i due piedi, cioè i v. 13-20 ; 
cfr. la nota in questo cap., 10. 

Vili. — 2. signore de li angeli, Dio che è signore degli spiriti 
più eletti del cielo, degli angeli che costituiscono il primo dei nove 
ordini delle creature spirituali : cfr. a questo proposito le idee esposte 
da Dante nel Conv., n, 6. Nel Par., x, 53, Dio è detto il sole degli 
angeli. 

3. una donna giovane di gentile ecc. Il Minich (Sulla Matelda 
di Dante, Venezia, 1862) mise fuori dubbiosamente l'ipotesi che 
questa giovane, della quale Dante piange la morte, sia da identificare 
colla Matelda del Purgatorio; poiché, egli scrisse «dall'epoca della 
celebre contessa di Toscana quel nome di Matelda esser doveva in 
Firenze abbastanza comune, e se la congettura non è in verisimile, 
convien pensare che Dante abbia voluto rinnovare a sé stesso la dolce 
impressione di un'affettuosa rimembranza ». Ma lo Scartazzini (Comm. 
ii, 612), il quale riconosce nella Matelda un'altra delle donne della 
V. N. (cfr. cap. v, 11) osserva come dal racconto di Dante risulti che 
egli non ebbe alcuna relazione colla donna, compianta nelle poesie 
di questo cap., e che fu indotto a piangerla solo dal ricordo di averla 
vista qualche volta in compagnia di Beatrice. 

5. lo cui corpo ecc., il corpo della quale giovane io vidi circondato 
da molte donne piangenti. 

6. piangeano assai pietosamente; cfr. Inf., xiv, 20 : che piangean 
tutte assai miseramente. 



CAPITOLO Vili 33 

fare compagnia a . quella gentilissima, non poteo soste- 
nere alquante lagrinle; anzi piangendo mi propuosi di 
•dire alquante parole de la sUa morte in guiderdone di io 
ciò che alcuna fiata l'avea veduta con la mia donna. 
E di ciò toccai alcuna cosa ne l'ultima parte de le 
parole ched io ne dissi, si come appare manifesta- 
mente a chi lo 'ntende : e dissi allora questi due so-, 
netti ; de li quali comincia il primo Piangete amanti, i» 
il secondo Morte villana. . *, 

[Sonetto III] v 

Piangete, amanti, poi che piange Amore, 
udendo qual cagion lui fa plorare: 



8. quella gentilissima, Beatrice; cfr. capp. iv, 3; v. 1; vi, 4. 

12. E di ciò, cioè dell'aver già veduto qualche volta questa giovane 
'in compagnia di Beatrice. - toccai alcuna cosa ne t'ultima parte de 
le parole ecc. Il Frat. e il Witte intendono che Dante voglia riferirsi 
ai v. 19-20 del son. iv: il Card, invece pensa che accenni ai v. 9-14 del 
son. in: io inclinerei a ritenere che Dante abbia voluto alludere a 
Beatrice in ambedue i sonetti, e spiegherei la frase ne l'ultima parte 
de le parole cosi: sulla fine di ciascuna delle poesie ecc.; cfr. del resto 
le note a questo cap., 26, 55-5S e 63. 

17. Piangete amanti ecc. Nota il Card, che di questo principio si 
ricordò il Petrarca nel son. in morte di Cino da Pistoia : 

Piangete, donne, e con voi pianga Amore, 
piangete, amanti, per ciascun paese; 
poi che morto è colui che tutto intese 
in farvi, mentre visse al mondo, onore. 

Si può aggiungere che l'uno e l'altro presero la mossa dei noti versi 
di Catullo, ni': 

Lugete, o Veneres Cupidinesque 

et quantum est hominum venustiorum 

- poi che piange Amore; il Frat., il Giul. e il Witte credono .che.' in 
tutto il sonetto sia indicata Beatrice col, nome d'Amore, come nel 
.son. del cap. xxiv; crederei invece che la ideale identificazione di 
Beatrice coli' Amore si abbia solamente negli ultimi sèi versi: primo, 
perché Dante ha già avvertito che.il senso riposto dei suoi concetti 

Dante — La Vita Nuova. 3 



34 LA VITA NUOVA 



Amor sente a pietà donne chiamare, 
20 4 mostrando amaro duol per gli occhi fore; 

perché villana morte in gentil core 
ha messo il suo crudele adoperare, 
guastando ciò ch'ai mondo è da laudare 
8 in gentil donna, fuora de l'onore. 
25 "Udite quanto Amor le fece orranza; 

ch'io '1 vidi lamentare in forma vera 
11 sovra la morta imagine avvenente, 
e riguardava verso 'l ciel sovente, 
ove l'alma gentil già locata era. 
30 14 che donna fu e di si gaia sembianza. 



si deve cercare ne l'ultima parte de le parole; secondo, perché anche- 
nel sonetto del cap. xxiv sono indicate contemporaneamente col nome- 
di Amore la personificazione dell'affetto e Beatrice. 

19. sente a pietà donne chiamare, cioè sente le donne chiamare,. 
piangere pietosamente. 

Sii. villana morte', cfr. in questo medesimo cap., 39: Morte vil- 
lana \ e Giacomino pugliese (Ant.rim. volg., 1, 379): Villana morte 
che non ha' pietanza. 

23-24. guastando ecc. La maggior parte degli interpreti spiegano : 
* guastando, fuor dell'onore che non può dalla morte ricevere detri- 
mento alcuno, tutto ciò che al mondo è da lodare in una donna gentile, 
cioè la gioventù, la bellezza ecc. » Il primo ad avvertire la falsità di 
questa interpretazione fu il Card., il quale perciò accennò favorevol- 
mente all'emendazione proposta dal Dionisi (Anedd., v, 24) : gentil 
donna suora dell'onore. Ma non c'è bisogno di metter le mani sulla 
lezione volgata che è quasi di tutti i testi, e si può spiegare cosi : 
« guastando ciò che, oltre l'onore, si deve lodare in una donna gen- 
tile»; e questa interpretazione è confermata dal passo parallelo di 
questo stesso cap., 51-54. 

25. Udite ecc. Cino (p. 27): Io veggio Amor visibil che l'adora, E 
falle riverenza, si è bella. 

26. in forma vera, non già per mia fantasia, ma personificato 
nelle sembianze di Beatrice, la quale, come dice al cap. xxiv, 51, ha 
nome Amor si gli somiglia. 

30. che donna fue ecc., che in terra era stata signora di un corpo- 
cosi avvenente. - gaia, bella, si dice di una donna in quanto la sua- 
bellezza è principio di gaudio all'uomo ; ed è in questa significazione- 
parola venuta ai nostri poeti dai provenzali. 



CAPITOLO Vili 35 




Questo primo sonetto si divide in tre parti. Ne la 
prima chiamo e sollicito li fedeli d'Amore a piangere ; 
e dico del signore loro che piange, e dico udendo la 
cagione perch'e' piange, acciò che s'acconcino più ad 
ascoltarmi; ne la seconda narro la cagione; ne la terza 35 
parlo d'alcuno onore, che Amor fece a questa donna. 
La seconda parte comincia : quivi Amor sente [v. 3], 
la terza quivi: Udite [v. 9]. 

[Sonetto IV] 

Morte villana, di pietà nemica, 

di dolor madre antica, 40 

giudicio incontrastabile, gravoso, 
poi che hai data matera al cor doglioso, 
ond'io vado pensoso, 
6 di te blasmar la lingua s'affatica. 
E s'io di grazia ti vo' far mendica, 
convienesi ch'io dica 



32. fedeli d'Amore, gli amanti, servi d'amore; secondo il Renier 
si avrebbe qui un accenno agli iniziati iu quella spiritualizzazione 
poetica dell'amore, che a traverso tutti gli stadii poetici anteriori era 
giunta dalla Provenza allo stil nuovo. 

39. Morte villana ecc. Sebbene per i particolari di lingua e di stile 
non siano spregevoli, questo sonetto e l'antecedente cosi per la ma- 
teria come per la forma rientrano nel gruppo delle poesie di Dante 
che risentono l'influenza dei poeti anteriori. Il sonetto doppio é nel 
canzoniere dell'Alighieri un misero strascico della metrica guidoniana ; 
e l'invettiva contro la morte è uno dei luoghi comuni della poesia del 
dugento (cfr. gli esempi raccolti dal Card, nelle note a questo sonetto). 

45. E s y io di grazia ti vo? far ecc. ; l' interpretazione più retta è 
quella data già dal Dionisi {Anedd. iv, 108): «se voglio farti odiosa e 
abominevole al mondo, non basta ch'io m'affatichi a dirti villana e 
di pietà nimica, ma bisogna che per me si palesi l'enorme fallo da te 
commesso in far morire quella donna; non perché la gente non 
sappia il misfatto tuo, che lo sa, ma perché s' adiri contro di te chi 



36 LA VITA NUOVA 



lo tuo fallar, d'ogni torto tortoso, 
non però ch'a la gente sia nascoso, 
ma per farne cruccioso 
50 12 chi d'Amor per innanzi si notrica. 

Dal secolo hai partita cortesia, 
e, ciò ch'è in donna da pregiar, virtute; 
in gaia gioventute 
16 distrutta hai l'amorosa leggiadria. 



da quinci innanzi sarà seguace d'amore; che ne sarai abominato non 
solo dall' età presente ma anche dalle future » ; cosi che mendica 
di grazia significa mancante, priva di grazia, come in un luogo di 
L. Gianni (Val. II, 128): Amor mendico del più degno senso vuol dire 
Amor cieco, privo del nobilissimo senso della vista. Il Giul., il Witte e 
il Lue. leggendo ti vuo' o ti vuoi spiegano : e se non ostante il mio 
biasimo tu vuoi ancora mendicar grazia, è necessario che io pa- 
lesi ecc. ' 

47. d'ogni torto tortoso, colpevole d'ogni torto; non è questo il solo 
luogo nel quale Dante si diletti di questi giuochi di parole, che anche 
nella Commedia ricorrono di frequente; cfr. Inf., i, 36 ; xm, 67 e segg. ; 
xxvr, 65; Purg. xx, 1; xxvn, 132; xxxi, 136; xxxnr, 143; Par. ni, 57; 
v. 139 *s xxi, 49. 

49. cruccioso, il Giul. intende dolente, ma parmi che si debba spie- 
gare : « per far adirato contro di te chi per innanzi, per l'avvenire 
sarà fedele d'Amore». 

51. dal secolo ; cfr. la nota al cap. n, 9. 

52. virtute; non si deve congiungere col verso seguente come 
fanno il Witte, il D'Anc, il Lue. Si ricordi il passo parallelo in questo 
cap. 23-24, e si interpetri : * hai allontanata dal mondo la cortesia e la 
virtù {la parte spirituale della giovane), ed hai distruttala bellezza nel 
suo fiore (la. parte corporea) ». Il D'Anc. afferma che colla interpun- 
zione, che ho adottato, si verrebbe a dire che la morte avesse di- 
strutto ciò che non è a lei soggetto, cioè la virtù; ma è in errore, 
poiché, anche nel nostro testo, questi versi dicono solo che la morte 
ha privato il mondo di uno spirito cortese e virtuoso, ed ha distrutta 
la bellezza del corpo, che a quello spirito apparteneva. Anche, colla 
nostra lezione non è vero che si tolga di mezzo la rimembranza del 
virgiliano Gratior et pulcro veniens in corpore virtus (Aen., v, 344); 
mentre con quella seguita dal D'Anc. si cade neh' inconveniente, stu- 
diosamente evitato in tutta questa poesia, di non far coincidere la fine 
del verso col compiersi del concetto o di un elemento di esso. 



CAPITOLO Vili 37 



Più non voi' discovrir qual donna sia, 55 

che per le propietà sue conosciute : 
chi non merta salute, 
20 non speri mai d'aver sua compagnia. 

Questo sonetto si divide in quattro parti; ne la pri- 
ma parte chiamo la morte per certi suoi nomi propi ; 60 
ne la seconda parlando a lei, dico la cagione per ch'io 
mi movo a biasimarla; ne la terza la vitupero; ne la 
quarta mi volgo a parlare a indifinita persona, avve- 
gna che quanto al mio intendimento sia difinita. La 
seconda comincia quivi : Poi che hai data [v. 4] ; la 65 
terza quivi: E s' io di grazia [v. 7]; la quarta quivi: 
Chi non merta salute [v. 19]. 



55-58. Il Giul. spiega : « non voglio manifestare qual donna sia più 
che, oltre a quello che ne dissi: ma per le sue propietà conosciute 
(cortesia, virtù, gaia gioventute, amorosa leggiadria) è tale, che chi 
non merta salute (per virtù non è degno del cielo) non isperi mai 
d'averla a compagna»; ma questa interpetrazione richiederebbe due 
punti dopo il v. 17, mentre la terza parte del sonetto finisce nel verso 
seguente, come Dante stesso accenna in fine del cap., 66. Meglio, il 
Tod. : « Parlando secondo la lettera a indifinita persona, ma secondo 
il suo intendimento a Beatrice, egli [Dante] le vuol far comprendere 
questi sensi: — tu avesti talvolta la compagnia della giovane donna 
defunta, d'ora in poi non si speri d'averla mai se non chi si meriti la 
salute eterna. — Volea Dante chiudere l'episodio della giovane col 
porla in cielo, e volea nel tempo stesso rammentare la compagnia che 
si ebbe Beatrice in terra, e da ciò fu tratto ad esprimere che ormai 
la sua compagnia non potea godersi che dagli eletti ». 

60. nomi propi, epiteti appropriati, convenienti, cioè villana, ne- 
mica di pietà, antica madre di dolore, giudicio incontrastabile e 
gravoso. 

63. ne la quarta ecc. cfr. la nota a questo cap., 55-58. La indi/I- 
nita persona, che nella mente di Dante era difinita, è Beatrice, come 
risulta chiaramente dal confronto dei sonetti colla prosa esplicativa. 



V- 



n 



38 LA VITA NUOVA 



IX 



Appresso la morte di questa donna alquanti die, 
avvenne cosa, per la quale mi convenne partire de la 



IX. — 2. avvenne cosa ecc. Secondo il Balbo (Vita di D., I, 35) la 
cagione dell'allontanamento sarebbe stata l'andata a Bologna per fre- 
quentare la celebre università; che non può essere, perché Dante non 
si recò in quella città se non dopo l'esiliò, come dimostrarono il Tod. 
e il Bartoli, V, 47-52. Secondo il Witte sarebbe accennata la cavalcata 
dei fiorentini, che andarono a combattere contro i ghibellini d'Arezzo 
in Campaldino, nel giugno del 1289; 6 con questa ipotesi si intende- 
rebbero facilmente tutte le particolarità colle quali Dante ci descrive 
questo suo viaggio: egli si allontanava dalla città suo malgrado perché 
vi lasciava Beatrice; era in compagnia di molti, perché faceva parte 
dell'esercito fiorentino; andava a cavallo, perché militava fra i cava- 
lieri, e camminava lungo l'Arno, che veramente per le terre del Ca- 
sentino, per le quali passò quell'esercito, scende chiarissimo e corrente. 
Il D'Anc. rigetta questa ipotesi perchè non è in armonia colla crono- 
logia della V. N., poiché con questo capitolo, siamo ancora assai 
prossimi ai fatti del cap. in, che sarebbero del 1283, e invece molto 
lontani da quelli del cap. xvn, che sarebbero del 1289; ma una ra- 
gione più forte per dubitare dell' ipotesi del Witte è l'incertezza delle 
testimonianze relative alla partecipazione di Dante alla cavalcata 
contro gli aretini, poiché il primo a parlarne è un biografo del se- 
colo xv, L. Bruni (cfr. del resto Bartoli, voi. V, pagina 81-93). Se- 
condo il D' Anc, Dante accenna qui alla sua partecipazione ad un 
altro fatto di guerra, la cavalcata delle milizie fiorentine contro il 
Castello di Poggio S. Cicilia nel senese, fatto ribellare dai ghibellini 
d'Arezzo, impresa che durò dall'ottobre dell'85 all'aprile dell'Stì: questa 
ipotesi sarebbe in armonia colla cronologia determinata dal D'Anc. 
ai fatti della V. N., ma non ha alcun fondamento nella biografia di 
Dante. 11 Del Lungo, Beatrice nella vita e nella -poesia del sec. XIII 
{Nuova Antologia, 1 giugno 189U), ha cercato di rafforzare, con acuti 
riscontri di frasi fra il testo dantesco e i documenti dell'epoca, cotesta 
interpretazione militare ; ma persisto a credere che si tratti di una ca- 
valcata fatta per diporto nei dintórni di Firenze in compagnia di amici ; 
di che sono più indizi nella narrazione. Anzitutto il termine del viaggio 
di Dante era prossimo, tanto che egli non trascura di metter questa 
prossimità in opposizione alla lontananza del luogo ov'era la donna dello 
schermo ; l'andare gli dispiaceva, perché il diletto che egli poteva avere 



CAPITOLO IX 39 



£opradetta cittade, ed ire verso quelle parti, dov' era 
la gentile donna eh' era stata mia difesa, avvegna che 
non tanto fosse lontano il termine del mio andare, 5 
quanto eli' era. Tutto eh' io fossi a la compagnia di 
molti quanto a la vista, l'andare mi dispiacea si, che 
quasi li sospiri non poteano disfogare 1' angoscia, che 
il cuor sentia, però eh' io mi dilungava da la mia 
beatitudine. E però lo dolcissimo signore, il qual mi io. 
segnoreggiava per la virtù de la gentilissima donna, 
ne la mia imaginazione apparve come peregrino leg- 



da quella passeggiata, era menomato dall'aver lasciato anche per un 
momento la città della sua Beatrice, che sola poteva essergli cagione 
di vero piacere ; le fantasie, i pensieri e la visione d'amore sarebbero 
per lo meno inopportune in mezzo ai rumori di un' impresa guerre- 
sca, che avrebbero dovuto distrarre Dante da ogni meditazione e ri- 
volgere la sua mente ai fatti presenti e reali e non gli avrebbero la- 
sciato il tempo di pensare a trovarsi un' altra difesa ; il fatto che 
Amore gli nominasse la nuova donna in mezzo alla via e gli appa- 
risse in abito di pellegrino non può significar altro se non che 
quella donna fosse, certamente con altre, nella lieta brigata alla 
quale si era unito Dante ; finalmente nelle ultime parole della narra- 
zione, cavalcai quel giorno pensoso, a me pare accennarsi che la 
durata di quel viaggio o gita o cavalcata fu di un solo giorno : che, 
•se fosse durata più a lungo, non si intenderebbe perché non avesse 
avuto a perdurare ancora il nuovo stato d' animo di Dante. 

3. dov' era ecc., non possiamo sapere in quale città fosse la prima 
donna dello schermo, che probabilmente era uscita di Firenze per 
andar a marito. Data l' ipotesi del Balbo, sarebbe qualcuna delle città 
lombarde; secondo quella del Witte, Arezzo; secondo quella del D'Anc, 
•più tosto Siena; secondo la mia spiegazione, una città di Toscana, che 
non è possibile determinare. 

6. Tutto eh' io ecc. sebbene per quel che pareva io fossi in com- 
pagnia di molti, era in realtà raccolto nei pensieri che mi agitavano; 
quanto a la vista, quanto all'apparenza; per questo modo cfr. la 
nota al cap. xxxv, 9. 

12. apparve come peregrino ecc. Secondo il D'Anc, 1' amore ap- 
pare vestito da pellegrino, perché trattandosi qui di simulato amore 
•convenga a chi lo rappresenta e personifica un tale travestimento. Se- 



40 LA VITA NUOVA 



geramente vestito, e di vii drappi. Elli mi parea sbigot- 
tito, e guardava la terra, salvo che talora li suoi occhi 

15 < mi parea che si volgessero ad un fiume bello e cor- 
rente e chiarissimo, lo quale sen già lungo questo cam- 
mino là ov' io era. 

A me parve che Amore mi chiamasse, e dicessemi 
queste parole : « Io vengo da quella donna, la quale è- 

20 stata tua lunga difesa, e so che '1 suo rivenire non 
sarà a gran tempi ; e però quello cuore, eh' io ti facea 
avere a lei, io 1' ho meco e portolo a donna, la qual 
sarà tua difensione, come questa era (e nominollami 
per nome si eh' io la conobbi bene). Ma tuttavia di. 

25 queste parole, ch'io t'ho ragionate, se alcuna cosa ne 
dicessi, dillo nel modo che per loro non si discernesse 
il simulato amore, che tu hai mostrato a questa e che 
ti converrà mostrare ad altri ». E dette queste parole, 
disparve questa mia imaginazione tutta subitamente, 

condo il Card., questo travestimento indica l'errare dell'animo di Dante 
da un amore all' altro, come l'esser leggeramente vestito adombra la 
leggerezza e varietà di siffatti amori e i vili drappi significano che 
quel nuovo amore fu indegno. Secondo nie, sola spiegazione vera è 
quella che ho data nella nota a questo cap., 2. 

13. Elli ini parea sbigottito ecc. cfr. nelP Inf. vm, 118 Vir- 
gilio, che 

gli occhi alla terra e le ciglia avea rase 

d' ogni baldanza eoe. 

16. cammino, via, strada, come nel Purg. xx, 142: poi ripi- 
gliammo nostro canmin santo; nel Tesoretto di B. Latini, ed. Wiese, 
ii, 76: perdei lo gran cammino, cioè smarrii la via maestra, e- 
xn, 10: guarda che 'l gran cammino. 

20. so che 7 suo rivenire ecc. so che ella non ritornerà più. 

21. a gran tempi, per lungo volger di anni. 
23. difensione, difesa, schermo. 

25. ragionate qui come in altri luoghi della V. N. significa dire. 
29. di^parve questa mia imag. cfr. Purg. xvn, 43: cosi l'ima- 
ginar mio cadde giuso. 



CAPITOLO IX 41 



per la grandissima parte, che mi parve che Amore mi 30 
desse di sé : e, quasi cambiato ne la vista mia, cavalcai 
quel giorno pensoso ed accompagnato da molti sospiri. 
Appresso lo giorno cominciai di ciò questo sonetto, il 
quale comincia : 

[Sonetto V] 

Cavalcando l' altr' ier per un cammino, 35 

pensoso de 1' andar, che mi sgradia, 

trovai Amore in mezzo de la via, 
4 in abito legger di peregrino. 

Ne la sembianza mi parea meschino, 

come avesse perduta signoria; 40 

e sospirando pensoso venia, 
8 per non veder la gente, a capo chino. 

Quando mi vide, mi chiamò per nome, 

e disse : « Io vegno di lontana parte, 
11 ov' era lo tuo cor per mio volere ; 45- 



30. per la grandissima parte ecc. Io restai cosi turbato per le 
parole d'Amore che il cuore soverchiò l'imaginazione, si che improv- 
visamente disparvero i fantasmi della mia mente. Osserva il Witte che 
agente qui è Amore (mi parve che Amore mi desse), mentre nel son. 
è Dante {presi di lui). 

31. cambiato ne la vista mia, non si può intendere altrimenti che 
riferendo questo cambiamento, non all'apparenza di quel giorno, ma 
all' apparenza abituale. 

33. appresso lo giorno, intenderei il giorno di poi. - questo so~ 
netto. Comincia già a farsi sentire la nuova intonazione della poesia 
dantesca, sebbene 1' espressione sia ancora qua e là involuta e il fa- 
tasma poetico indeterminato e malsicuro. 

34. f altr' ier, recentemente; cfr. Purg. xxni, 118: Di quella vita 
mi tolse costui, Che mi va innanzi, V altrier quando tonda, Vi si 
mostrò la suora di colui ecc.; in questo medesimo cap., 33, dice 
Dante d' aver composto il sonetto il giorno dopo quello della ca- 
valcata. 

38. meschino, servo, come chi ha perduto signoria; cfr. Inf. ix, 
43 : le meschine Della regina dell' eterno pianto, e xxvn, 15 : venir 
se ne dee giù tra' miei meschini. 



42 LA VITA NUOVA 



45 e recolo a servir novo piacere ». 

Allora presi di lui si gran parte, 
14 eh' elli disparve, e non m' accorsi come. 

Questo sonetto ha tre parti : ne la prima parte dico 
si com' io trovai Amore, e quale mi parea ; ne la se- 
•50 conda dico quello eh' elli mi disse, avvegna che non 
compiutamente, per tema ch'avea di discovrire lo mio 
segreto, ne la terza dico com' elli mi disparve. La 
seconda comincia quivi : Quando mi vide [v. 9] ; la 
terza quivi : Allora presi [v. 13], 

X 

Appresso la mia ritornata, mi misi a cercare di 
questa donna, che '1 mio segnore m' avea nominata 
nel cammino de' sospiri. E acciò che '1 mio parlare 
ss sia più brieve, dico che in poco tempo la feci mia di- 
fesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltre li ter- 
mini de la cortesia; onde molte volte mi pensava dura- 
mente. E per questa cagione, ciò è di questa sover- 
chievole voce, che parea che m'infamasse viziosamente, 

45. novo piacere, una nuova bellezza piacente, un'altra bella donna : 
cfr. Purg. xxxi, 49 : mai non t' appresentò natura e arte Piacer 
quanto le belle membra ecc. 

X. — 1. ritornata o tornata, ritorno; in una ball, popolare (Rim. 
dei poet. boi., p. 173): Tenendo la tornata Como d" inamorati. 

2. questa donna ; forse per lei fu scritta la canz. La dispietata 
mente (p. 87), intorno alla quale cfr. la Notizia sulla V. N. § 6. 

3. cammino de' sospiri, la via nella quale io aveva cavalcato 
accompagnato da molti sospiri; cfr cap. ix, 31-32. 

6. pensava; spesso io aveva dolorosi pensieri delle ciarle, che i 
malevoli facevano oltre li termini della cortesia. 

8. m' infamasse viziosamente. Ecco la bella nota del D'Anca 
questo passo: « Dante era trascorso tropp' oltre: l'aver fatto di quella 
donna sua difesa tanto che la gente ne parlasse e 1* onor di quella 



CAPITOLO X 43 



quella gentilissima, la qual fu distruggitrice di tutti 
vizii e reina de le virtudi, passando per alcuna parte io 
mi negò lo suo dolcissimo salutare, nel quale stava 
tutta la mia beatitudine. Ed uscendo alquanto del pro- 
posito presente, voglio dare a 'ntendere quello che '1 
suo salutare in me vertudiosamenté operava. 

fosse, com' oggi direbbesi, compromesso, gettava su di lui nota vi 
ziosa d' infamia. In questi due amori, sebbene l'uno si presenti come 
nato dal mero caso dell' esserne la donna che ne fu 1' oggetto mezza 
nella linea retta, e l'altro consigliato da Amore stesso, a noi sembra 
trovare la conferma di ciò che il Boccaccio scrisse, Dante cioè esser 
«tato prono ad amori, non sempre spirituali, specialmente in gioventù. 
Dovendo egli in questo libretto far le sue confessioni, non poteva ta- 
cere di quei due affetti giovanili: solamente, volendo anche mostrare 
la fatalità e la perennità dell' amore a Beatrice, li college con questo 
rappresentandoli quali schermi all' occhio e ai commenti altrui, an- 
ziché come debolezze della carne inferma. Che intanto la giovinetta, 
idealmente e puramente amata, della quale fu V anima sua innamo- 
rata (Conv. ii, 9), per queste deviazioni sensuali, che infamavano vi- 
ziosamente Dante, scemasse verso di lui l' affetto e la stima, è cosa 
più che naturale ». 

10. reina de le virtudi, cfr. Inf. n 76: donna dì virtù. 

11. mi negò lo suo dolcissimo salutare; secondo alcuni la pri- 
vazione del saluto da parte di Beatrice sarebbe stata cagionata dal 
matrimonio di lei con Simone de' Bardi, ma lo stesso D'Anc, che è il 
più valido propugnatore della realità storica di Beatrice, ripudia questa 
interpetrazione. 

13. quello che 7 suo salutare ecc. Altri poeti del secolo di Dante 
descrissero gli effetti del saluto ; fra i quali ricorderò il Guinizelli che 
molto originalmente e con arditezza ed efficacia di espressioni rappre- 
sentò le turbazioni dell'animo suscitate dal saluto della sua donna, nel 
son. (p. 32) : Lo vostro bel saluto e 'l gentil sguardo. Il Guinizelli non 
arrivò all' idealizzazione di Dante, ma Cino da Pistoia lo sorpassò in 
quei bellissimi versi (p. 21): 

Tutto mi salva il dolce salutare, 
che vien da quella eh' è somma salute, 
in cui le grazie son tutte compiute, 
con lei va Amor e con lei nato pare. 
E' fa rinnovellar la terra e '1 mare 
e rallegrare il eie! la sua virtude, 
già mai non tur tai novità vedute, 
quali per lei ci face Amor mostrare. 

14. vertudiosamenté, per effetto della sua virtù. 



44 LA VITA NUOVA 



XI 



Dico che quand' ella apparia da alcuna parte, per 
la speranza de la mirabile salute neun nemico mi ri- 
manea, anzi mi giugnea una fiamma- di caritade, la 
quale mi facea perdonare a chiunque m'avesse effeso : 
5 e chi allora m' -avesse domandato di cosa alcuna, la 
mia risponsione sarebbe stata solamente : « Amore », con 
viso vestito d'umiltà. E quand' ella fosse alquanto pro- 



XI. — 1. Dico ecc. Si osservi che, quanto agli effetti, il salutare 
di Beatrice è considerato in tre momenti distinti : la speranza del sa- 
luto, che induce nell'animo di Dante il sentimento della pace e della 
carità; la vicinanza del saluto, che lo commove tanto da impedirgli 
quasi la facoltà della vista; e l'atto del saluto, che ha tanta efficacia 
dà togliergli il dominio del corpo. 

2. de la mirabile salute; qui come altrove Dante confonde a 
posta la salute o perfezione che può indurre a salvazione, col saluto 
che è la salute augurata : poiché, come dice in questo medesimo ca- 
pitolo, 19 ne le salute di Beatrice abitava la sua beatitudine. Non 
è necessaria l'emendazione del D'Anc, che legge: delle mirabile sa- 
lute; cfr. cap. ni, 13, e le terzine del son. Di donne io vidi (p. 116). 
- neun nemico mi rinanea, cfr. cap. xxi, 14 : fugge dinanzi a lei 
superbia ed ira. 

3. fiamma di caritade; cfr. nella Vita di S.Maddalena, questo 
passo rilevato dal D'Anc: dicendo le parole di Cristo pareva che 
le uscisse una fiamma d'amore ecc. 

6. la mia risponsione ecc.; nota il Card, che tutto questo luogo 
fu imitato dal Niccolini nel Giovanni da Procida (atto i. se. 2*). 

7. viso vestito d'umiltà; altrove di Beatrice (cap. xxvi, 33): be- 
nignamente e d'umiltà vestuta; cfr.: anche Cino da Pistoia (p. 94); 

Moviti, pietate, e va incarnata 
e della veste tua siamo vestiti 
questi miei messi ecc. 

L. Gianni (Val. II, 119) : 

Apprendi suo responso angelicato 
che move lingua di gentil virtute 
vestut' a manto di soavitate. 



CAPITOLO XI 45 



pinqua al salutare, uno spirito d'Amore, distruggiendo , . 
tutti gli altri spiriti sensitivi, pingea fori li deboletti 
spiriti del viso, e dicea loro: «Andate a onorare la io 
donna vostra »; ed elli si rimanea nel luogo loro. E chi 
avesse voluto conoscere Amore, fare lo potea mirando 
lo tremore de gli occhi miei. E quando questa gentilissima 
salute salutava, non che Amore fosse tal mezzo, che po- 
tesse obumbrare- a me la intollerabile beatitudine, ma 15 
•elli quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che T 
mio corpo, lo quale era tutto allora sotto '1 suo reggi- 
mento, molte volte si movea come cosa grave inani- 
mata. Si che appare manifestamente che ne le sue salute 

8. uno spirito d'Amore ; cfr. Cino (p. 87) : 

Quando la mente talor si rifìda, 

entra madonna ne li pensier miei, i 

che immantenente sospiri si fanno ; . 

svegliasi Amor con una voce e grida : 

« fuggite, spirti miei, ecco colei 

per cui martir le vostre membra aranno »; 

onde con gran spavento fuor ne vanno. 

9. spiriti sensitivi, le facoltà delle sensazioni. 

10. spiriti del viso, la facoltà visiva; cfr. Conv. ni, 9: per affa- 
ticare lo viso molto a studio di leggere, intanto debilitai gli spiriti 
visivi, che le stelle mi pareano tutte d' alcuno albore ombrate. 

13. lo tremore de gli occhi miei; il Petrarca, nella canz. Gentil 
mia donna, 72 : 

Certo il fin de' miei pianti, 
che non altronde il cor doglioso chiama, 
vien da' begli occhi al fin dolce tremanti, 
ultima speme de' cortesi amanti 

14. Amore fosse tal mezzo cioè fosse cosa infrapposta tra me e. 
Beatrice ; onde qui Amore è da intendere come personificazione. 

15. obumbrare, ricoprire di un'ombra, velare: è usato nel senso 
latino, che ha per es. in Ovidio, Eroid., xvn, 48: nec ullus Error, 
qui facti crimen obumbrat; e in Petronio, Sat. 101: poteris hanc 
simulai ionem et vultus confusione et lacrimis obumbrare, e spes- 
sissimo nella Vulgata, p. es. Psalm, xc, 4 e cxxxix, 8; Act. Apost.,. 
v, 13 ecc. 



46 LA VITA NUOVA 




20 abitava la mia beatitudine, la quale molte volte pas- 
sava e redundava la mia capacitate. 

XII 

Ora tornando al proposito, dico che, poi che la 
mia beatitudine mi fu negata, mi giunse tanto dolore, 
che, partito me da le genti, in solinga parte andai a 
bagnare la terra d'amarissime lagrime : e poi che al- 
s quanto mi fue sollenato questo lagrimare, misimi ne la 
mia camera là ov' io potea lamentarmi sanza essere udi- 
to. E quivi chiamando misericordia a la donna de la cor- 
tesia, e dicendo : « Amore, aiuta il tuo fedele », ra'ad- 

21. redundava, soverchiava, eccedeva le mie forze ; cfr. Cino 
(p. 42) : la beltà vostra pellegrina Qua giù tra noi soverchia mia 
natura. 

XII. — 1. al proposito, cioè alla narrazione, alla quale ha intra- 
messa la descrizione degli effetti mirabili del saluto di Beatrice. 

2. la mia beatitudine mi fu negata, mi fu negato il dolcissimo 
saluto di Beatrice, nel quale, come ha detto prima (cap. x, 11; xi, 19> 
era la sua beatitudine. 

3. solinga; cfr. la nota al cap. n, 16. 

5. fue sollenato ; le stampe hanno concordemente qui e al cap. 
xxxix, 21 sollevato, ma è dal verbo sollenare, che significa lenire, 
calmare; Chiaro Davanzati (Ant. rim. volg., Ili, 43): Faccio per sol- 
lenar lo grande ardore Ch' io sento per amar là ond' io inclendo. 
- misimi, entrai ; mettersi in un luogo indica spesso nella nostra 
lingua l'atto dell' entrarvi. 

7. donna de la cortesia ; il Card, spiega : donna cortese, ed os- 
serva esser proprietà della lingua italiana il sostituire talvolta all'ag- 
gettivo l'astratto che significa la qualità con la preposizione di: è 
verissimo, ma in questo caso la preposizione non può mai assumere 
l'articolo, come dimostrano gli esempi raccolti dal Card, stesso, perciò 
parmi da preferire la spiegazione del Giul.: signora, regina della 
cortesia. 

8. Amore, aiuta il tuo fedele; cfr. Inf. n, 98: E disse ora ab- 
bisogna il tuo fedele Di te ecc. Purg. xxxi, 133: Volgi, Beatrice, 
volgi gli occhi santi, Era la sua canzone, al tuo fedele. 



CAPITOLO XII 47 



dorraentai, come un pargoletto battuto lagrimando. Av- 
venne quasi nel mezzo del mio dormire, che mi parea io 
vedere ne la mia camera lungo me sedere un giovane 
vestito di bianchissime vestimenta ; e pensando molto 
quanto alla vista sua, mi riguardava là dov' io giacea, e 
quando m' avea guardato alquanto, pareami che sospi- 
rando mi chiamasse, e diceami queste parole : Fili mi, ìs- 
tempus est ut praetermittantur simulacro, nostra. 
Allora mi parea eh' io il conoscesse, però che mi chia- 
mava cosi, come assai fiate ne li miei sonni m'avea già 
chiamato. E raguardandolo parvemi che piangesse pie- 

11. lungo me, appresso di me; cfr. cap. xxm, 61; lungo H mio 
letto; Inf., x, 53: lungo questa; xxi, 98: lungo il mio duca ecc. 

12. vestito di bianchissime vestimenta : Amore, che prima era 
di vii drappi vestito (cap. ix, 13), appare ora in bianche vesti, quasi 
per far vedere la purità dei consigli, coi quali viene a rivolger Dante 
al vero amore. - e pensando ecc. e mostrandosi nell' aspetto suo 
molto pensoso; cfr. cap. xxxv, 9. 

13. mi riguardava ecc. cfr. su questo passo A. Mussafia nella 
Miscellanea Caix-Canello, p. 256. 

15. fili mi ecc. flgliuol mio, è tempo che si intralascino le finte 
imagini dei nostri amori. Altri leggono, meno bene, simulata nostra r 
intendendo gli schermi, i simulati amori delle due donne della difesa ; 
ma questa lezione fu suggerita forse dall'espressione simulato amore 
del cap. ix, 27. 

18. ne li miei sonni. Altri leggono ne li miei sospiri e inten- 
dono: nei momenti di dolore, quando sospirava; e veramente abbiamo 
già visto che una volta Amore apparve a Dante mentre li sospiri non 
poteano disfogare l'angoscia (cap. ix, 8). Ma è da osservare che Dante 
si riferisce ad un momento più remoto e precisamente all'apparizione 
d'Amore avvenuta durante un soave sonno (cap. in, 1). 

19, piangesse pietosamente; secondo il Witte, Amore piangeva 
per l' incostanza di Dante ; ma il D'Anc. osserva : « non crederei fosse 
questo il concetto dell'autore : ma piuttosto perché i simulacra con- 
sigliati da lui a Dante, al suo fedele, avevano fatto che a questi fosse 
negata la beatitudine del saluto, e cosi riuscito a male un consiglio 
dato a fine di bene, e forse ormai l'opera sua divenuta vana, se la 
pietà (cap. xin, 24) non facesse rinascere nel cuore di Beatrice quel- 
l'affetto che gli avvolgimenti amorosi di Dante avevano spento ». 



48 LA VITA NUOVA 



20 tosamente, e parea che attendesse da me alcuna pa- 
rola ; ond' io assicurandomi, cominciai a parlare cosi 
con esso: « Signore de la nobiltade, e perché piangi tu?» 
E quelli mi dicea queste parole : Ego tamquam cen- 
trimi circuii, cui simili modo se habent circumfe- 

25 rentiae partes; tu autem non sic. Allora pensando 
a le sue parole, mi parea che m'avesse parlato molto 



22. signore de la nobiltade ; la nobiltà vera, secondo Dante (Conv. 
iv, 17-18) ha per fine e per effetto l'acquisto delle virtù; e perciò qui 
chiama signore della nobiltà l'amore, che è principio e cagione di 
ogni virtù: cfr. la nota ai capp. vii, 21 e xm, 6. 

23. Ego tamquam ecc. ; io sono come il centro del cerchio, dal 
quale le parti della circonferenza sono equidistanti, ma tu non sei 
cosi. Questo é il senso apparente delle parole d'Amore, ma quale con- 
cetto vi può esser nascosto? Il Giul. crede che queste parole signifi- 
chino: «Io duro costante, non cosi tu; io rimango sempre lo stesso, 
non mi muto mai per diverse che sieuo le circostanze in cui m'aggiro, 
ma tu invece ti cambi di frequente ». Il Witte spiega: « un unico 
amore manda i suoi raggi ugualmente a tutte le parti della circon- 
ferenza, cioè si manifesta ugualmente in tutte le azioni dell'amante, 
ma le tue azioni hanno più d'un centro *• ; e riferisce un'altra spiega- 
zione del Notter : « Amando Beatrice mortale, oppure quel che in lei 
é mortale e non iddio, tu non sei ancora nel vero centro del tuo es- 
sere, cioè in me, che sono iddio ». Meglio di tutti, anche a giudizio 
del D'Anc, intese questo passo il Tod. ; il quale scrive: « Io sono, 
dice Amore, il centro del circolo, di cui tutti gli amanti occupano la 
circonferenza, e per ciò fanno capo a me gli affanni di tutti. Ora pesa 
sopra di me la cura di Beatrice, la quale corrispondendo vivamente 
all'affetto che in te stimava caldo e puro verso di lei, è messa in tra- 
vaglio dalle tue finzioni, dalle quali è tratta a credere, che ponendo 
lei da canto, tu faccia il vagheggino or con questa or con quella. 
Intesa la cosa in questa forma, tutto si spiega ottimamente; si spiega 
l'oscurità del discorso di Amore, al quale Dante non doveva far dire 
chiaramente, che Beatrice nudrisse un vivo affetto per lui; si spiegano 
chiarissimamente le parole precedenti dell'Amore madesimo: Fili mi, 
tempus est ut praetermittantur simulacro, nostra ; e si spiega a 
meraviglia il comando di Amore a Dante di scrivere un componimento, 
per sincerare Beatrice intorno a' sentimenti propri ». 

26. m'avesse parlato molto oscuramente, non già per la lingua. 



CAPITOLO XII 49 



oscuramente, si oh' io mi sforzava di parlare, e (li- 
ceali queste parole : « Che è ciò, signore, che mi parli 
oon tanta oscuritade ?» E que' mi dicea in parole vol- 
gari : « Non domandare più che utile ti sia. » E però 30 
cominciai con lui a ragionare de la salute, la qual mi fue 
negata, e domandalo de la cagione ; onde in questa guisa 
•da lui mi fue risposto : « Quella nostra Beatrice udio da 
oerte persone, di te ragionando, che la donna la quale . 
io ti nominai nel cammino de li sospiri, ricevea da te al- 35 
cuna noia;- e però questa gentilissima, la quale è con- 
traria di tutte le noie, non degnò salutare la tua per- 



-come intendono il Giul. e il Witte, ma per la sentenza; cfr. Purg., 
xxxhi, 82: 

.... perché tanto sopra mia veduta 

vostra parola disiata vola ! 

29. in parole volgari, cioè non più con quella solennità di Iìh- 
guaggio con la quale si era espresso sino allora, ma alla buona, vol- 
garmente. 

30. più che utile ti sia, più di quanto ti sia utile, più di quanto 
sia conveniente. 

32. domandalo, lo domandai, lo richiesi; nel Novell., ni : doman- 
dalo dove andava. 

34. di te ragionando, le quali parlavano di te ; cfr. per questo 
uso del gerundio la nota al cap. in, 49 - la donna ecc. quella nomi- 
nata a Dante da Amore nel cap. rx, 23. 

35. ricevea da te alcuna noia ecc. si cfr. le parole dei cap. x, 
3-12, e in relazione ad esse s'intenda: quella donna era biasimata per 
cagione delle tue dimostrazioni d'amore, e però Beatrice, che rifugge 
da ogni biasimo, non volle più salutarti, temendo che ciò potesse es- 
serle rimproverato; noia e noioso potevano bene da Dante esser recati 
alle varie significazioni che nei poeti provenzali ebbero le corrispon- 
denti parole enoi ed enoios, fra le qtali significazioni la più appro- 
priata a questo passo sarebbe quella di molestia e molesto. E un si- 
mile significato ha noioso in questo passo di Cino (p. 13) : Deh se 
non v' è noioso Chi v" ama, fate almen perch' ei non mora ecc. 

37. degno, si è già visto al cap. in, 14 il verbo degnare in senso 
di volere, stimar opportuno ecc.; ma qui parrebbe aver più toòto quello 

Daxtb — La Vita Nuova. 4 



50 LA VITA NUOVA 



sona, temendo non fosse noiosa. Onde con ciò sia cosa 
che veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo tuo 

40 segreto per lunga consuetudine, voglio che tu dichi 
certe parole per rima, ne le quali tu comprendi la forza 
eh' io tegno sopra te per lei, e come tu fosti suo to- 
stamente da la tua puerizia. E di ciò chiama testimo- 
nio colui che lo sa, e come tu prieghi lui che glile 

45 dica : ed io, che son quelli, volontieri le ne ragionerò ; 
e per questo sentirà ella la tua volontà, la quale sen- 
tendo, conoscerà le parole de li ingannati. Queste pa~ 

di potere, come in questo luogo di Guittone (I, 145) : 

ma non lo cor meo degna aver ardire 
di chieder lei mercede, 

cioè il mio cuore non può aver il coraggio di domandarle pietà. Cosi 
Amore verrebbe a dire che Beatrice, per sua natura contraria di tutte 
le noie non poteva salutar Dante, anche se ne avesse avuto il desi- 
derio, per il dubbio che la persona di lui fosse noiosa. 

40. per lunga consuetudine, il Witte riferisce queste parole a 
segreto e spiega « segreto, che da molto tempo hai chiuso nel tuo 
cuore »; meglio il D'Anc. riferendole a conosciuto intende che Beatrice 
per la lunga esperienza conosceva alquanto del segreto di Dante. 
Ma quale è questo segreto? Era l'amore per Beatrice stessa, o la fin- 
zione di mostrare amore per un'altra ? Il D'Anc. par che abbia inteso 
dell'amore vero per Beatrice; a me sembra invece che qui si accenni 
all'amore finto, del quale Beatrice avesse, per cosi dire, la chiave; 
cfr. in questo cap., 86. 

41. tu comprendi ecc. tu raccolga, ed esprima quanto grande sia 
l'efficacia che io ho sopra di te per sua cagione, per l'affetto suo. 

42. tostamente, subitamente; Cino (p. 51): tu ne morrai, s'io 
posso, tostamente; - cfr. la nota a questo cap., 86. 

44. colui che lo sa, cioè Amore ; cfr. la nota a questo cap., S8. 

45. le ne ragionerò ; benissimo il D'Anc. spiega « le dimostrerò, 
distruggendo le fuggevoli impressioni col ragionamento e colle prove 
dell'antico e costante amore, che quello, che parve amore per altra 
donna, fu amoroso strattagemma: ed essa sentirà, conoscerà qual' è 
l'animo tuo, e farà il debito caso delle parole di coloro che restarono 
presi all'inganno»: si cfr. del resto la nota a questo cap., 81. 

47. li ingannati sono le persone ricordate sopra 34 ; che avevano- 
detto a Beatrice esser Dante molesto alla donna dello schermo. 



CAPITOLO XII 51 



role fa che siano quasi un mezzo, si che tu non parli 
a lei immediatamente, che non è degno; e nolle man- 
dare in parte sanza me, dove potessero essere intese 5» 
da lei, ma falle adornare di soave armonia, ne la quale 
io sarò tutte le volte che sarà mestiere. » E, dette que- 
ste parole, disparve, e '1 mio sonno fue rotto. Onde io 
ricordandomi, trovai che questa visione m' era appa- 
rita ne la nona ora del die ; e anzi eh' io uscisse de la 55 
detta camera, propuosi di fare una ballata, ne la quale 
io seguitassi 'ciò che '1 mio segnore m'avea proposto, 
e feci poi questa ballata, che comincia cosi : 



51. falle adornare di soave armonia, procura che questa poesia 
sia musicata soavemente; che al tempo di Dante si musicassero le 
rime d'amore si ricava dal passo del Purg., n, 91, dove è descritto 
l'incontro del musico Casella, a proposito del quale dice l'anonimo 
fiorentino che * in sua giovinezza fece Dante molte canzone et bal- 
late, che questi intonò ». 

55. ne la nona ora del die, cioè nelle ore pomeridiane: cfr. la 
Not. sulla V. N., § 5. 

56. di fare una ballata; intorno a questa specie di poesia cfr. la 
mia notizia Sulle forme metr. itdl., cap. n, § 1-2. 

57. seguitassi ; il Giul, spiega : « tenessi dietro a ciò che Amore 
m'avea imposto di fare, scrivessi al modo eh' ei m'avea dettato »; il 
Frat. : « narrassi seguitatamente, fedelmente ». Meglio il Tod. : * io 
spiego più semplicemente, e letteralmente, eseguissi ». 

58. questa ballata. Osserva il D'Anc. che questa è la prima poesia 
de)la V. N. indirizzata propriamente a Beatrice ; di fatti i sonetti dei 
capp. in e vili e il sonetto doppio del cap. vii sono indirizzati ai fedeli 
d'amore ; il son. doppio del cap. vili è contro la morte ; il sonetto del 
cap. ix è narrativo d'una avventura, alla quale Beatrice è estranea. 
Questa ballata è forse la più brutta delle poesie della V. N. per le 
durezze dello stile, per la lingua qua e là ricercata o arcaica, e per 
la mancanza di quella lucida perspicuità che, anche nelle cose giova- 
nili dell'Alighieri, è osservabile: del resto Dante nell'uso della bal- 
lata non ebbe mai la viva semplicità del Cavalcanti né la composta 
eleganza di Cino e rimase di molto inferiore ai suoi due amici. 



'52 LA VITA NUOVA 



[Ballata I] 

Ballata, i' vo' ohe tu ritrovi Amore, 
60 e con lui vadi a madonna davante, 

si che la scusa mia, la qual tu cante, 
4 ragioni poi con lei lo mio segnore. 

Tu vai, ballata, si cortesemente, 

che senza compagnia 
65 dovresti avere in tutte parti ardire : 

ma, se tu vuoli andar sicuramente, 

retrova l'Amor pria, 

che forse non è buon senza lui gire: 

però che quella, che ti de' audire, 
70 se, com' io credo, è vèr di me adirata, 

e tu di lui non fossi accompagnata, 
14- leggeramente ti farla disnore. 



59. Anche Chiaro Davanzati imaginò che Amore potesse andare 
dalla donna a difender la sua causa ; si cfr. questi versi (Ant. rim. 
volg. % III', 132) : 

Amor, poi v' è piaciuto 

la mia greve doglienza, 

or non vi sia increscienza 

di me servire un' ora : 

gite là 've dimora 

valore e conoscienza 

e le contate eh' io per esia moro. 

61. si ohe ecc. affinché Amore possa esporre alla mia donna le 
ragioni di quella giustificazione che tu le canterai; cante dunque, con- 
giuntivo, è la vera lezione, non canti, indicativo come per lo più si 
legge e si spiega. 

64. senza compagnia d'altri, che ti potesse difendere e soccorrere 
ìh ogni occasione. 

68. non è buon, non è ben fatto, non conviene al caso presente. 

72. leggeramente, facilmente, senza averne gravezza. — disnore, 
disonore; anche Cino (p. 28): In disnor e in vergogna solamente, e 
Dino Frescobaldi (Kiv. fll. rom., I, 86) : vedendosi disnore D'aver vo- 
luta mai sua compagnia. 



CAPITOLO XII 53"' 



Con dolce sono, quando se' con lui, 

comincia este parole, 

appresso che averai chesta piotate : 75» 

« Madonna, quelli, che mi manda a vui, 

quando vi piaccia, vole, 

sed elli ha scusa, che la m' intendiate. 

Amore è qui, che per vostra bieltate 

lo face, come voi, vista cangiare : 80 

dunque, perché li fece altra guardare, 

pensatoi voi, da eh' e' non mutò '1 core ». — -v ' 

Dille: « Madonna, lo suo core è stato 
con si fermata fede, 

73. Con dolce ecc. Il D'Anc. raffronta a questi i versi del Caval- 

«anti (p. 23): 

Ballata, quando tu sarai presente 

a gentil donna, sai che tu dirai 

de la mia angoscia dolorosamente? 

Di' : quelli che mi manda a voi trovai ecc. 

- quando se' con lui, poiché sarai in compagnia d'Amore innanzi a 
madonna. 

78. la m' intendiate; il Card, nota: « quel mi i grammatici lo 
dicono, credo, espletivo: lo direi di servizio o di mezzo », e cita, fra 
gli altri, questi esempi: Cicer. De orat. il, 20: sit enim rnihi tinctus 
literis , audierit aliquid ; Verg. Georg . i : Depresso incipiat iam 
tum mihi taurus aratro Ingemere; Vita di S. G. Batt.: e poi disse 
0on volto benigno : dimmi ad Adamo che cara mi costerà la inob- 
bedienza sua; ai quali si può aggiungere quello del Novell., i: di- 
temi al signor vostro, che la miglior cosa di questo mondo si e 
misura. 

79. Amore è qui ecc., in mia compagnia è Amore ecc.; meno 
bene altri leggono è quei. 

80. lo face, come voi, vista cangiare; cfr. Purg., xix, 15: 

lo smarrito volto, 

come amor vuol, cosi le colorava ; 

e nel cap. xiv, 72: 

Ond' io mi cangio in figura d' altrui 

81. dunque ecc. Sa l'Amore lo fa trasfigurare dinanzi a voi, gli 
fece anche guardare un' altra donna ; e la cagione potete imaginarla 
quando sappiate che egli non mutò veramente il termine del suo af. 
ietto, ma fu costretto a fingere di amare un' altra. 



54 LA VITA NUOVA 



85 che 'n voi servir l'ha pronto ogne penserò 

tosto fu vostro, e mai non s' è smagato ». 
Sed ella non ti crede, • 
di', che domandi Amor, sed egli è vero: 
ed a la fine falle umil pregherò, 

90 lo perdonare se le fossi a noia, 

che mi comandi per messo eh' eo moia; 
34 e vedrassi ubbidir ben servidore. 

E di' a colui, eh' è d' ogni pietà chiave, 



85. che 'n voi ecc. che ogni suo pensiero l'ha disposto al vostro 
servizio ; coli* altra lez. lo pronta il senso sarebbe il medesimo, ma 
la necessità del passato in correlazione al precedente è stato dimostra 
vera la lezione comune. 

86. tosto fu vostro, fu vostro fin dalla fanciullezza, non appena 
vi vide ; vedasi il cap. i, 30 e questo, 42 e si noti come Dante insi- 
sta sull' idea che il suo innamorarsi fu improvviso ; e si cfr. Purg. 
xxx, 42: 

l'alta virtii che già m 1 avea trafitto 
prima eh' io fuor di puerizia fosse. 

- e mai non s' è smagato, non si è mai allontanato dal vostro, amore , 
non è mai venuto meno al suo affetto. Dante adopra il verbo sma- 
garsi nel senso di venir- meno, allontanarsi nel Purg., x, 106: Nonvo', 
però, lettor che tu ti smaghi Di buon proponimento, e nel Par., 
xxvh, 104: mia suora Rachel mai non si smaga Del suo miraglio; 
sebbene per la sua etimologia valga più tosto perdersi d' animo, sbi- 
gottirsi: cfr. la nota al cap. xxni, 133. 

88. sed egli è vero ; della verità delle tue parole si richiami per 
una conférma ad Amore. La lez. che sa lo vero è appoggiata sola- 
mente alla corrispondenza colle parole della prosa esplicativa, 43: 
E di ciò chiama testimonio colui che lo sa; e forse queste sugge- 
rirono tale emendazione a chi non bene aveva inteso il testo origi- 
nario. 

'iS9. ed a la fine ecc. Da ultimo pregala umilmente che se le fosse 
molesto il perdonarmi invii a me per messo, per un servo, 1' ordine 
di morire, e si vedrà questa novità che io presti ubbidienza ad un 
servitore. Il Card, nota l'esagerazione di questo frasario, ma è da os- 
servare che non è veramente proprio di Dante, si bene dei trovatori 
provenzali e italiani più antichi : esempì di questo luogo comune nelle 
due lingue si possono vedere nel Gaspary, p. 64-65. 

99. colui eh' è d' ogni pietà chiave, Amore che disserra i cuori 



CAPITOLO XII 



55 



avante ohe sdonnei, 

che le saprà contar mia ragion bona : s>5 

« Per grazia de la mia nota soave 
reman tu qui con lei, 
e del tuo servo, ciò che vuoi, ragiona; 
e s' ella per tuo prego li perdona, 
fa' che li annunzi un bel sembiante pace. » 100 

Gentil ballata mia, quando ti piace, 
44 movi in quel punto, che tu n' aggie onore. 



ad ogni sentimento pietoso; cfr. su questa locuzione la nota al cap. 
vii, 19. 

94. avante che sdonnei, prima che tu, ballata, lasci la mia don- 
na. Donneare, usato da Dante, Par., xxiv, 118: la grazia che don- 
nea Con la sua mente ; Par., xxvn, 88 : La mente innamorata Che 
donnea con la mia donna ; in una canz. (p. 202) : Per donneare a 
■guisa di leggiadro ecc. significa propriamente parlare con donne, e 
deriva dal prov. domneiar ; sdonneare, essendo il suo contrario, vale 
appunto abbandonare, lasciare la conversazione colle donne. 

96. Per grazia ecc. Il Card. : « per la impressione, per la efficacia 
della poesia e della musica soave, un senso un pensiero una voglia 
d'amore rimanga con lei e le parli di pietà ». Male il Giul. collega ai 
tre precedenti il verso Per grazia ecc., poiché era consuetudine degli 
antichi che il terminare di ogni periodo metrico coincidesse col chiu- 
dersi o col posare del pensiero ; e con questo verso appunto comincia 
la seconda mutazione della stanza. 

98. ciò che vuoi ragiona, esponi quelle ragioni che ti sembre- 
ranno più opportune. Vuoi o vuoli hanno i testi migliori, e il vuol 
di alcuni deriva forse da uno scambio della seconda colla terza per- 
sona: se Dante pregava Amore di far le sue difese (cfr. in questo 
cap., 44, e come tu prieghi lui), non pretendeva certo di determi- 
nargli il modo e le parole del suo ragionamento. 

100. fa' che li annunzi; cerca di ottenere che il sereno sem- 
biante, il saluto insomma di Beatrice dimostri a Dante, che ella si è 
pacificata. Altri meno bene leggono in bel sembiante facendo soggetto 
■ella; ma il senso non cambierebbe. 

101. Gentil ballata ecc. Cfr. L. Gianni (Val. II, 120): 

Muovi, ballata, senza far sentore 
e prenderai 1' amoroso cammino : 
quando sei giunta, parla a capo chino, 
non mi donar di gelosia errore. 



56 LA VITA NUOVA 



Questa ballata in tre parti si divide : ne la prima 
dico a lei dov' ella vada, e confortola però che vada 

105 più sicura; e dico ne ,la cui compagnia si metta, se 
vuole sicuramente andare, e sanza pericolo alcuno;, 
ne la seconda dico quello, che lei s' appartiene di fare- 
intendere; ne la terza la licenzio del gire quando vuole, 
raccomandando lo suo movimento ne le braccia de la 

no sua fortuna. La seconda parte comincia quivi : Con dolce 
sono [v. 15]; la terza quivi: Gentil ballata [v. 43], 
Potrebbe già V uomo opporre contra me e dire, che 
non sapesse a cui fosse lo mio parlare in seconda per- 
sona, però che la ballata non è altro, che queste pa- 

ii5 role ched io parlo : e però dico che questo dubbio io lo 
intendo solvere e dichiarare in questo libello ancora 
in parte più dubbiosa : e allora intenda qui chi più du- 
bita, e chi qui volesse opporre, in questo modo. 

V- 

XIII 

Appresso di questa soprascritta visione, avendo già. 
dette le parole, ch'Amore m'avea imposte di dire, mi 

105. ne la cui compagnia ecc., in compagnia di chi abbia a 
mettersi. 

113. a cui fosse; sottintendi indirizzato, rivolto. 

116-17. ancora in parte più dubbiosa-, cioè al cap. xxv. 

117. e allora intenda qui chi più dubita ; chi ha ancora qualche 
dubbio sulle mie parole quando sarà al cap. xxv intenda qui, si ri- 
chiami cioè alle difficoltà offerte dalla ballata di questo cap. xt'i e po- 
trà leggeramente spiegarle, aiutandosi di quelle dichiarazioni che io 
farò in quel luogo. 

118. in questo modo; che non si sappia a chi sia indirizzato il di- 
scorso di Dante, poiché la ballata non è persona, ma opera di per- 
sona ; cfr. la nota al cap. xxv. 70. 

XIII. — 1. questa soprascritta visione, è quella narrata nella 
ball, i e dichiarata nella prosa del cap. xii, 9-53. 



CAPITOLO XIII 57 



cominciaro molti e diversi pensamenti a combattere 
ed a tentare, ciascuno quasi indifensibilemente : tra li 
quali pensamenti quattro m' ingombravano più lo ri- & 
poso de la vita. L' uno de li quali era questo : buona 
è la signoria d'Amore, però che trae lo 'ntendimento 
del suo fedele da tutte le vili cose. L'altro era questo : 
non buona è la signoria d'Amore, però che quanto lo 
suo fedele più fede li porta, tanto più gravi e dolo- io 
rosi punti li conviene passare. L' altro era questo : 
lo nome d'Amore è si dolce a udire, che impossibile 
mi pare, che la sua propia operazione sia ne le più cose 
altro che dolce, con ciò sia cosa che li nomi seguitino 

4. indifensibilemente, cioè senza che io potessi opporre alcuna re- 
sistenza alle varie impressioni di quei pensieri. 

6. buona è la signoria ecc.: questo concetto dell'amore, che al- 
lontana la mente dei suoi seguaci da tutte le cose vili è dominante 
negli scrittori medioevali, e specialmente nei poeti provenzali e ita- 
liani ; cosi per es. A. da Peguilhan (Mahn, Werke, II, 165) dice : « amore, 
che fa prode il vile, bel parlatore l'ignorante e liberale l'avaro »;. 
Buonagiunta da Lucca (Val. I, 510): 

. . . amore ha in sé vertode, 

del vii uom face prode, 

s' egli è villano in cortesia lo muta, 

di scarso largo a divenir 1' aiuta. 

Si cfr. del resto la nota ai capp. vii, 21 e xii, 22. 

9. non buona ecc. l'idea che quanto più grande è la fede dell'in- 
namorato tanto maggiori debbano essere i dolori assegnatigli da 
Amore, ricorre anch' essa nei poeti anteriori a Dante ; nessuno dei 
quali per altro seppe esprimerla in modo cosi determinato e perspi- 
cuo (cfr. esempì provenzali in Mahn, Oed. II, 130 e IV, 38 ; ed italiani 
in Ant. rim. volg. I, 434). 

12. lo nome ecc. il terzo dei pensieri che combattevano Dante era. 
questo, che essendo soave e dolce a udire il nome d' Amore,, devono 
esser dolci anche i suoi effetti. L'Alighieri qui determina meglio il 
concetto della dolcezza di Amore, frequentissimo nei trovatori (cfr. 
Perdigon in Mahn, Ged. IV, 191); G. delle Colonne in Val. I, 192 ecc.)- 
appoggiandosi all'assioma scolastico, che i nomi sono formati sulla 
natura delle cose. 



58 LA VITA NUOVA 



»5 le nominate cose, si com' è scritto : Nomina sunt con- 
sequentia rerum. Lo quarto era questo : la donna per 
cui Amore ti stringe cosi, non è come l'altre donne, 
che leggeramente si mova del suo core. E ciascuno mi 
combattea tanto, che mi facea stare quasi come colui, 

■20 che non sa per qual via pigli il suo cammino, e che 
vuole andare, e non sa onde se ne vada. E sed io 
pensava di volere cercare una comune via di costoro, 
ciò è là dove tutti si accordassero, questa era molto 



15. si coìti' è scritto, in qualche libro scolastico, che sarà stato 
d' uso comune ai tempi di Dante ; ma nessuno dei commentatori ha 
potuto rintracciare questo assioma negli scritti di queir età : il solo 
Foerster nota che questa formula era usata frequentemente nelle di- 
spute fra i nominalisti e i realisti. 

16. Lo quarto ecc., è il pensiero della irremovibilità di Beatrice, 
la quale aveva privato Dante del saluto e difficilmente si sarebbe in- 
dotta a renderglielo. 

18. leggeramente, facilmente, come nel cap. xn, 72 e altrove. - 
core, osserva il Card, che qui tiene un po' del significato di pensiero, 
come in quel luogo del Novell., 34: E cosi pensando, V uno core gli 
■dicea : si darae, e V altro gli dicea : non darae ; e più del signifi- 
cato di desiderio, volere, genio, come in quel del Boccaccio, Ameto, 
71 : un giovane secondo il suo core. In questo senso é anche nel- 
l' Inf., x, 19: non tengo nascosto A te mio cor, se non per dicer 

J)OCO. 

19. mi combattea ecc. Questi quattro pensieri, ciò sono ch'Amore 
fosse inspiratore di virtù, che i suoi fedeli dovessero sopportar dolori, 
che i suoi effetti fossero dolcissimi, e che Beatrice non fosse disposta 
a rendergli il saluto, agitavano Dante e lo lasciavano in una grande 
incertezza, parendogli che solo la pietà potesse accordare i suoi pen- 
sieri che si contraddicevano. - come colui, che non sa ecc. cfr. 
Purg., ii, 132: Com' uom che va né sa dove riesca; il Petrarca, son. 
Quandi io son tutto volto, 7 : Vommene in guisa d' orbo senza luce. 
Che non sa' ve si vada, e pur si parte; il Frezzi, Quadriregio I, 3 : 
Come chi va né sa dove cammina. 

21. E sed io ecc. Il contrasto fra i diversi pensieri di Dante poteva 
esser tolto di mezzo ov' egli avesse suscitato in Beatrice un sentimento 
di pietà e di compassione; « ma, osserva il D'Anc, in tanta erranza 
amorosa e battaglia di diversi pensamenti non v'era altro rimedio 



CAPITOLO XIII 59 



inimica verso me, ciò è di chiamare e di mettermi ne 
le braccia de la pietà. Ed in questo stato dimorando, 25 
mi giunse volontà di scrivere parole rimate ; e dissine 
allora questo sonetto, lo qual comincia: 

[Sonetto VI] 

Tutti li miei penser parlan d'amore, 
e hanno in loro si gran varietate, 
ch'altro mi fa voler sua potestate, 30 

4 altro folle ragiona il suo valore, 
altro sperando m'apporta dolzore, 
altro pianger mi fa spesse fiate ; 



se non ricorrere alla Pietà, che, ognun lo capisce e lo sente non è 
Amore ; alla Pietà, da cui Dante rifuggiva, né ad invocarla piegavasi 
se non sdegnosamente, dicendole madonna quasi per disdegnoso modo 
di parlare ». 

27. questo sonetto è uno de' più brutti della V. N. : il contrasto 
degli affetti non è rappresentato, ma esposto scolasticamente ; la espres- 
sione involuta e imprecisa; la lingua povera e arcaica: né so trovarvi 
i « versi bellissimi » e quei « tocchi delicati di verace e sincera affe- 
zione » che vi ammirò l'Orlandini (cfr. Dante è il suo secolo, p. 396). 

28. Tutti ecc. La mia mente è occupata da pensieri amorosi, i 
quali sono tanto diversi che uno mi fa desiderare la signoria d'Amore 
e un altro me allontana, uno mi fa dolcemente sperare e un altro mi 
addolora e rattrista. 

30. altro: è il primo pensiero, che buona è la signoria d'Amore. 

31. altro folle, è il secondo pensiero, che non buona è la signoria 
d'Amore ; il senso di questo verso è : « un altro pensiero mi dice esser 
folle, pericoloso cioè e contrario alla ragione, il valore, la signoria 
d'Amore ». Non è necessaria l'emendazione forte, sostenuta dal Giul. 
e dal Card., i quali poi spiegano: « dimostra che è forte, dolorosa e 
grave la virtù d'Amore». 

32. altro sperando ecc. il terzo pensiero, quello della dolcezza 
d'amore, che mi conforta alla speranza. - dolzore, come il prov. dolsor, 
è frequente nei poeti antichi, per indicare la dolcezza morale, la gioia 
serena dell'animo soddisfatto. - 

33. altro pianger ecc. il quarto pensiero, cioè che Beatrice non 
gli avrebbe restituito il saluto, faceva pianger Dante, perché, come 



60 LA VITA NUOVA 



e sol s'accordano in cherer pietate, 
35 8 tremando di paura ch'è nel core. 

Ond' io non so da qual matera prenda ; 
e vorrei dire, e non so ch'i' mi dica: 
11 cosi mi trovo in amorosa erranza. 
E se con tutti voi' fare accordanza, 
40 convenemi chiamar la mia nemica, 

14 madonna la pietà, che mi difenda. 

Questo sonetto in quattro parti si divide: ne la 
prima dico e soppongo, che tutti li miei penseri par- 
lano d'Amore ; ne la seconda dico che sono diversi, 
45 e narro la loro diversitade; ne la terza dico in che 
tutti pare che s'accordino ; ne la quarta dico che, vo- 
lendo dire d'Amore, non so da qual parte pigli ma- 

dirà al cap. xviii, 24 lo fine del suo amore fue già lo saluto di questa 
donna. 

35. tremando ecc., nella canz. Cosi nel mio parlar (p. 144) :. 

Che più mi trema il cor, qualora io penso 

di lei in parte, ov'altri gli occhi induca, 

per tema non traluca 

lo mio pensier di fuor si che si scopra, 

ch'io non fo de la morte, che ogni senso 

colli denti d'Amor già mi manduca 

ciò che nel peneier bruca 

la mia virtù si che si allenta l'opra. 

- eli 1 è nel core; cfr. Inf., i, 20: la paura Che nel lago del cor m'era 
durata. 

36. da qual matera ecc. non so da quale dei quattro pensieri io 
debba prendere argomento a parlare ; matera, più tosto che materia* 
è in questo senso anche nel Par., i, 27 : che la matera e tu mi farai 
degno, e spesso nella V. N. Cosi è negli altri poeti antichi; per es. 
nel Cavale, (p. 68): Di vii matera mi conven parlare. 

38. amorosa erranza, incertezza, errore di mente determinato 
dai pensieri amorosi. 

39. voi\ per voio, forma arcaica da volo, voglio è frequentissima 
nei poeti antichi. 

43. soppongo; qui il verbo supporre è tratto da Dante alla signi- 
ficazione di esporre. 



CAPITOLO XIII 61 



tera; e se la voglio pigliare da tutti, conviene ched 
io chiami la mia nemica, madonna la pietade, e dico 
madonna, quasi per disdegnoso modo di parlare. La 
seconda parte comincia quivi : E hanno in loro [v. 2] ; 
la terza quivi : E sol s' accordano [v. 7] ; la quarta 
quivi : Ond 1 io non so [v. 9]. 



50 



XIV 



Appresso la battaglia de' diversi pensieri, avvenne 
che questa gentilissima venne in parte, dove molte gen- 
tili donne erano raunate; a la qual parte io fui con- 
dotto per amica persona, credendosi fare a me grande 
piacere in quanto mi menava là ove tante donne mo- 
stravano le lor bellezze. Onde io quasi non sappiendo 



48. se la voglio pigliare da tutti ; è la spiegazione del verso: e 
se con tutti voi' fare acoor danza. 

XIV. — 1. battaglia, commovimento e lotta dello spirito innanzi ai 
diversi pensieri amorosi; cfr. il Cavalcanti (p. 70): 

L'anima mia vilmente è sbigottita 
della battaglia eh' eli' ave dal core. 

t. questa gentilissima, Beatrice: cfr. la nota al cap. vni, 8. - in 
parte, in un luogo ; cfr. cap. v, 2 : in parte ove saudiano parole ecc. 

4. amica persona; non v'ha alcun indizio che ci aiuti a scoprire 
chi fosse questo amico di Dante che lo accompagnò alla ragunata delle 
donne : solamente possiamo escludere che si tratti del Cavalcanti, 
poiché manca la designazione di primo amico, colla quale é indicato 
nella V. N. - credendosi ecc. il quale si pensava di farmi gran pia- 
cere, conducendomi là dove molte donne facevano pompa delle loro 
bellezze, nell'occasione di una festa nuziale. 

6. quasi non sappiendo a che ecc., senza sapere per qual fine 
l'amico mi avesse condotto a questa festa. Il Frat. e il Card, spiegano 
questo passo come un'allusione a ciò che occorse a Dante, incontrando 
in quel luogo Beatrice; ma egli sul principio non poteva sapere della 
Presenza di lei nella festa, né degli effetti della sua apparizione. 



62 LA VITA NUOVA 



a ch'io fossi menato, e fidandomi ne la persona, la 
quale un suo amico a l'estremità de la vita condotto 
avea, dissi a lui : « Perché siamo noi venuti a queste 

io donne? » Allora que' mi rispuose: « Per far si ch'elle 
siano degnamente servite ». E '1 vero è, che raunate- 
quivi erano a la compagnia d'una gentile donna, che 
disposata era il giorno ; e però, secondo l'usanza de la 
sopradetta cittade, convenia che le facessero compagnia 

15 nel primo sedere a la mensa che facea ne la magione 
del suo novello sposo. Si ched io, credendomi fare 
piacere di questo amico, propuosi di stare al servigio 
de le donne ne la sua compagnia. E nel fine del mio 
proponimento parvemi sentire uno mirabile tremore in- 



7. e fidandomi ne la persona, la quale ecc. Si congiunga fidan- 
domi a dissi e si spieghi : affidandomi interamente all'amico, gli chiesi 
per qual cagione o fine mi avesse accompagnato in quel luogo e non 
pensai che egli senza volerlo mi aveva condotto a provare tale com- 
mozione che ne sarei quasi morto ». Chi è condotto a l'estremità de 
la vita è Dante stesso, non una terza persona, come intendono ilGiul. 
e il Witte. 

13. il giorno, cfr. la nota al cap. v, 15. - e pero secondo l'usan- 
za ecc. Negli Ordinamenti intorno agli sponsali e ai mortorii pubbl. 
dall'Emiliani-Giudici (Storia dei municipii Hai. append. Firenze. 1S53) 
si legge che « a le nozze non possa avere né essere più di venticinque 
donne, delle quali ne sieno le diece dalla parte della donna novella, e 
quattordici da la parte de lo marito » ; e nella legge suntuaria del 1355 
volgarizzata da A. Lancia (ed. Fanfani, Firenze, 1851) è ristretto il nu- 
mero delle donne a sedici, dieci dalla parte del marito e sei da quella 
della sposa. Questa era la costumanza fiorentina, e poiché negli sta- 
tuti non sono escluse le fanciulle dal numero delle assistenti a nozze, 
non si può consentire al Balbo, che (Vita di D., i, 3) da questo passo 
della V. N. induce Beatrice esser stata già maritata a Simone dei 
Bardi, allorché Dante l'incontrò alla festa. y 

15. magione è la casa o una parte di essa, in quanto è considerata 
come il luogo della dimora abituale ; nel senso cioè del fr. maison- 
(dal lat. mansionem). 

19. uno mirabile tremore: cfr. Purg., xxx, 34: 



CAPITOLO XIV 63 



cominciare nel mio petto da la sinistra parte, e disten- 20 
dersi di subito per tutte le parti del mio corpo. Allora 
dico ched io poggiai la mia persona simulatamente ad 
una pintura, la qual circundava questa magione: e te- 
mendo che altri non si fosse accorto del mio tremare, 
levai gli occhi, e, mirando le donne, vidi tra loro la 2» 



E lo spirito mio, che già cotanto 
tempo era stato che alla sua presenza 
non era di stupor, tremando affranto ecc., 

sui quali versi osserva il Daniello: «Suol spesse volte avvenire agli 
amanti, che mentre intentamente mirano l'amata loro, alla presenza 
di quella, pieni di tremore e di stupore rimangono; il che vuol ora 
dimostrare il poeta esser avvenuto a lui, dicendo che lo spirito suo, 
il quale già cotanto tempo era stato che alla presenza di Beatrice 
non era tremando affranto di stupore, senza aver più conoscenza degli 
occhi ecc. ». 

20. da la sinistra parte ; era opinione volgare degli antichi, pro- 
fessata anche da Aristotele, che l'uomo avesse il cuore dalla parte si- 
nistra del torace, non in mezzo com'è veramente. Nel Purg. x, 48 dice 
Dante che egli si trovava a sinistra di Virgilio, da quella parte onde 
il core ha la gente. 

22. poggiai la mia persona. Nel codice cassinese della Commedia 
al verso dell' Inf., v, 142 leggesi una postilla, che si riferisce a questo 
passo della V. N. : «Nota come quello che qui finge l'autore, vale a dire 
che cadesse, avvenne a sé stesso mentre era impigliato dall'amore di 
Beatrice; imperocché essendosi fatto a certo convito in cui trovavasi 
Beatrice, venutagli questa incontro, in quello che montava per le scale r 
cadde come mezzo morto, e trasportato sopra un letto, vi stette al- 
quanto fuor dei sensi». Si vede, dalla inesattezza dei particolari, che 
il postillatore cassinese aveva un vago ricordo della narrazióne di 
Dante, ma non teneva innanzi il testo della V. N. - simulatamente, 
cioè copertamente, senza dar troppo nell'occhio, affinché i presenti 
non si accorgessero del suo venir meno. 

23. pintura; se circondava tutt'intorno la magione ossia la stanza 
del convito non poteva esser un quadro, come spiegano il Pizzo e il 
Witte; ma più tosto una serie di arazzi figurati, secondo il costume 
antico delle case fiorentine. 

25. levai gli occhi e mirando le donne vidi tra loro ecc. Cfr. Inf, 
i, 26: Guardai in alto e vidi le sue spalle ecc. 



64 LA VITA NUOVA 



gentilissima Beatrice. Allora fuoro si distrutti li miei 
spiriti per la forza ch'Amore prese veggendosi in tanta 
propinquitade a la gentilissima donna, che non ne ri- 
masero in vita più che li spiriti del viso; ed ancora 
30 questi rimasero fuori de li loro strumenti, però che 
Amore volea stare nel loro nobilissimo luogo per ve- 
dere la mirabile donna: e avvegna ched io fossi altro 
che prima, molto mi dolea di questi spiritelli, che si 

26. Allora fuoro ecc. : osserva il Card, che tutto questo luogo sino 
alle parole come stanno gli altri nostri pari è variazione e amplifi- 
cazione di quel che ha detto già nel cap. xi. 

29-30. li spiriti del viso che rimasero fuori de li loro istrumenti 
sono la facoltà della vista impedita dal soverchiare dell'affetto, e per- 
ciò considerata come cacciata fuor degli occhi da Amore, che si mette 
in sua vece; cfr. xi, 8-11. 

33. I poeti fiorentini del dugento considerarono, non solo le facoltà 
dell'animo, ma anche le più varie attitudini dell'essere come personi- 
ficate in tanti spiriti o spiritelli; il Cavalcanti specialmente arrivò 
sino all'esagerazione, chiamando per es. spirito noioso (p. 60) la noia, 
rosso spirito nel volto (p. 42) il rossore, i debòletti spiriti (p. 51) le de- 
bolezze, e via via, e giocando anche di bisticci su questa facile perso- 
nificazione scrisse questo sonetto (p. 41), dove in ciascun verso spirito 
■e spiritello designano un'idea diversa. 

Pegli occhi fere uno spirito sottile, 
che fa in la mente spirito destare; 
da qual si move spirito d'amare 
e ogn'altro spiritello fa gentile. 
Sentir non po' di lu' spirito vile 
di cotanta vertù spirito appare; 
questo è lo spiritel, che fa tremare 
lo spiritel che fa la donna umile. 
E poi da questo spirito si move 
un altro dolce spirito soave, 
che siegue un spiritello di mercede ; 
lo quale spiritel spiriti piove, 
che di ciascuno spirit'ha la chiave, 
per forza d'uno spirito che '1 vede ; 

A proposito di questi spiriti scrive il Fauriel (Dante et les orig. de la 
litt.ital.l, 354): «Per il doppio effetto degli insegnamenti e degli 
«sempì di B. Latini la tendenza verso gli studi e le speculazioni filo- 
sofiche, già cosi generale in Italia, fu rafforzata in Firenze, e vi si fece 



CAPITOLO XIV 65 



lamentavano forte, e diceano : « Se questi non ci infol- 
.gorasse cosi fuori del nostro luogo, noi potremmo stare 35 
-a vedere la maraviglia di questa donna, cosi come 
stanno gli altri nostri pari ». Io dico che molte di que- 
ste donne, accorgendosi de la mia trasfigurazione, si 
cominciaro a maravigliare ; e ragionando si gabbavano 

sentire persino nella nuova scuola di poesia cavalleresca che si veniva 
formando. Fra i poeti di questa scuola, ve n' ha che si curarono meno 
d'esprimere l'amore, che di definirlo sottilmente secondo le opinioni 
d'Aristotele. Si domanda seriamente se esso è un'accidente o una so- 
stanza; tutti i movimenti delle passioni, tutti gli atteggiamenti del 
sentimento sono personificati, e sono riguardati come effetti e prodotti 
•di tanti spiriti diversi, di tante anime speciali, nelle quali si divide e 
suddivide l'anima razionale, sensitiva o appetente di Aristotele. Ciascun 
poeta ebbe allora ai suoi ordini per produrre e spiegare le più pic- 
cole avventure, gli incidenti più fuggevoli dell'amore, una legione di 
piccoli spiriti, di piccoli genii, di spiritelli, come si diceva, ch'egli 
faceva viaggiare e volteggiare a sua voglia, in tutte le regioni del 
cuore e del pensiero ». 

34. Se questi non gì in folgorasse, non ci cacciasse fuori della no- 
stra sede naturale, quasi con la violenza della folgore ; si cfr. questa 
■«Spressione coi versi del Guinizelli (p. 32): 

Per li occhi passa come fa lo trono, 
che fer per la. finestra de la torre 
e ciò che dentro trova spezza e fende. 

37. gli altri nostri pari, ciò sono gli altri sensi, che non riman- 
gono cosi vinti dalla commozione innanzi a Beatrice. 

39. e ragionando ecc. e parlando, esse e Beatrice usavano parole 
<ìi scherno a proposito della mia trasfigurazione. Cfr. F. da Barberino, 
Bel regg. e dei cost. di donna (p. 68) : 

Egli è venuto un tempo 

che quella si tien buona 

e crede esser cotanto maggior, quanto 

più intenditori le vanno dintorno ; 

e di certi si gabba 

e di certi si ride 

e di certi altri fa coll'altre beffe : 

e tanto va cosi d'intorno al fuoco 

che quel eh' è beffa si converte in vero. 

In una situazione molto simile a quella di Dante si ritrovò anche Cino 
•e la rappresentò vivamente nel sonetto, che comincia (p. 117) : 

Dante — La Vita nuova. 5 



66 LA VITA NUOVA 



40 di me con questa gentilissima : onde, di ciò accorgen- 
dosi l'amico mio di buona fede mi prese per la mano r 
e traendomi fuori de la veduta di queste donne, si mi 
domandò che io avesse. Allora io riposato alquanto, e 
resurressiti li morti spiriti miei, e li discacciati rive- 

45 nuti a le loro possessioni, dissi a questo mio amico 
queste parole : « Io tenni li piedi in quella parte de la 
vita, di là da la quale non si può ire più per inten- 
dimento di ritornare ». E partitomi da lui, mi ritornai 
ne la camera de le lagrime, ne la quale, piangendo e 

50 vergognandomi, fra me medesimo dicea : « Se questa 
donna sapesse la mia condizione, io non credo che 
cosi gabbasse la mia persona, anzi credo che molta 
pietà ne le verrebbe ». Ed in questo pianto stando cosi. 

Se vpi udiste la voce dolente 

de' miei sospir, quando eh' escon di fuore, 

non gabbareste la vista e '1 colore 

eh' io cangio allor quando vi son presente. 

41. l'amico mio di buona fede ecc., l'amico che credendosi di 
accompagnar Dante ad un luogo di festa si era ingannato, non po- 
tendo prevedere 1" incontro di Beatrice e i suoi dolorosi effetti. 

44. resurressiti li morti spiriti ecc. risorte le mie facoltà, e 
restituite alle loro normali funzioni, interrotte dalla grande commo- 
zione. 

45. a le loro possessioni; spiega il Giul., al loro luogo, agli stru- 
menti od organi per cui mezzo sogliono dispiegare le loro operazioni, 

46. Io tenni ecc. Il Cavalcanti (p. 76) : 

Allor m'apparve di sicur la morte 

accompagnata di quelli martiri, 

che soglion consumare altra' piangendo. 

Il Card, nota che assomiglia a quel di Lucrezio, vi, 1155 : Languebat 
corpus leti iam limine in ipso ; e di Catullo, lxviii, 4 : Sublevem et 
a mortis limine restituam ; e di Virgilio, Culex, 222 : te Restituì su- 
peris leti iam limine ab ipso. 

49. camera de le lagrime ; quella stessa che nel cap. n, 16 chiama 
solingo luogo d'una sua camera e nel cap. xn, 6 la camera là ov' egli. 
potea lamentarsi senza essere udito. 



CAPITOLO XIV 67 



propuosi di dire parole, ne le quali, parlando a lei, si- 
gnificasse la cagione del mio trasfìgurarnento, e dicessi 5& 
che io so bene eh' ella non è saputa, e che se fosse 
saputa, io credo che pietà ne giungerebbe altrui : e 
propuosile di dire, disiderando che venissero per av- 
ventura ne la sua audienzia. Ed allora dissi questo 
sonetto, il quale comincia cosi : 60 



[Sonetto VII]" 

Con l'altre donne mia vista gabbate, 
e non pensate, donna, onde si mova, 



56. so bene eli? ella non è saputa ; il Frat. riferendo ella a Bea- 
trice, intende: questa non è consapevole, non ha cognizione di ciò. 
Meglio, il Giul. : « so bene che la cagione del mio trasfìguramento non 
è conosciuta » : e cosi intendono il Card, e il Tod. 

56. se fosse saputa : cfr. la nota al cap. v, 19. 

57. pietà ne giungerebbe altrui ; il D'Anc. richiama opportuna- 
mente i versi del Cavalcanti (p. 71): 

Qualunqu' è quei che più allegrezza sente 
se vedesse li spirti fuggir via 
di grande sua pietate piangerla. 

59. audienzia, l'atto dell'udire, l'udita ; cfr. Cino (p. 46): La grave 
audienza de gli orecchi miei. 

60. questo sonetto, dei migliori fra i giovanili di Dante, è di quelli 
che risentono troppo da vicino, cosi per l' intonazione generale, come 
per certe particolarità di stile e d'imagini, i sonetti del Guinizelli ; che 
Dante e gli altri poeti fiorentini consideravano padre loro e degli 
altri miglior che mai Rime d'amore usar dolci e leggiadre (Purg., 
xxvi, 98). 

61. Con l'altre donne, quelle che nella festa si erano accorte della 
sua trasfigurazione ; cfr. in questo cap. 37-40 : nei due luoghi con 
esprime solo la relazione di compagnia, significando insieme con 
tanto è vero che nella prosa dice le donne gabbarsi con questa gen- 
tilissima, mentre nel son. dice Beatrice gabbarsi con l'altre donne ; 
onde risulta chiaro come nel primo luogo Dante non abbia voluto si- 
gnificare che le donne si burlassero di lui nei discorsi loro a Bea- 
trice, ma che e le donne e Beatrice insieme, parlando di lui, lo met- 
tevano in burla. 



68 LA VITA NUOVA 



eh' io vi rassembri si figura nova, 
4 quando riguardo la vostra beltate. 
65 Se lo saveste, non poria piotate 

tener più contra me l'usata prova ; 
che amor, quando si presso a vo' mi trova, 
8 prende baldanza e tanta securtate, 
che fere tra' miei spiriti paurosi, 
70 e quale ancide, e qual pinge di fora, 

11 si ebe solo remane a veder vui. 

Ond"' io mi cangio in figura d'altrui, 
ma non si, eh' io non senta bene allora 
14 li guai de li scacciati tormentosi. 

75 Questo sonetto non divido in parti, però che la divi- 
sione non si fa, se non per aprire la sentenzia de la 

63. eh" 1 io ecc. vi appaia in sembiante cosi strano, cosi trasfigu- 
rato. - nuovo in questo senso è frequentemente usato; per es., di per- 
sona dal Velluti, Cronaca (p. 30): fu grosso e nuovo uomo, ed ebbe 
una moglie che fu nuova donna. 

66. prova, la resistenza che la pietà suole opporre ai desideri 
degli amanti : cfr. Inf., vui, 122 ; Non, sbigottir eh' *' vincerò la prova 
e xxvn, 43 ; la terra che fé" già la lunga prova. 

68. prende baldanza, imbaldanzisce, insuperbisce; cfr. cap. xxv, 
72: e acciò che non ne pigli alcuna baldanza persona grossa ; della 
baldanza d'Amore cfr. la nota al cap. i, 41. 

69. che fere; cfr. i versi del Guinizelli cit. alla nota del cap. i, 16: 
fere qui vale percuote, ferisce, come neW Inf., ix, 69: un vento Im- 
petuoso per gli avversi ardori Che fler la selva ecc. 

70. Cfr. in questo cap., 26-33, la dichiarazione di questo verso e 
del seg. 

71. si che solo ecc. Cfr. cap. xvi, 25 : 

campami un spirto vivo solamente, 
e quei rimati, perché di voi ragiona. 

72. Ond' io mi cangio ecc. Il Giul. annota : « è qui bello di con- 
siderare il vario modo, in che un medesimo pensiero viene espresso 
ed abbellito. A diverso proposito, nella Commedia, per dinotare l' in- 
ganno di Mirra scellerata, l'Ai, dice che costei falsificò sé in altrui 
forma, siccome lo Schicchi falsificò in sé Buoso Dopati, pigliandone 
le sembianze e simulando di esser lui stesso: Inf., xxx. 41 e 44 » 



CAPITOLO XIV 69 



cosa divisa : onde, con ciò sia cosa che per la sua ra- 
gionata cagione assai sia manifesto, però non ha me- 
stiere di divisione. Vero è che tra le parole, dove si 
manifesta la cagione di questo sonetto, si scrivono so 
dubbiose parole ; ciò è quando dico, che Amore uccide 
tutti li miei spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo 
che fuori de li strumenti loro. E questo dubbio è im- 
possibile a solvere a chi non fosse in simile grado fé- . 
dele d'Amore ; ed a coloro che vi sono è manifesto 85 
ciò che solverebbe le dubitose parole : e però non è 
bene a me di dichiarare cotale dubitazione, acciò che '1 
mio parlare dichiarando sarebbe indarno, o vero di 
soperchio. 

XV ^^—^ 

Appresso la nova trasfigurazione mi giunse uno 
pensamento forte, lo quale poco si partia da me; anzi 
continuamente mi riprendea, ed era di cotale ragiona- 



77. ragionata cagione, il fatto che diede occasione al sonetto ed è 
minutamente narrato nella precedente prosa. 

81. dubbiose parole, quelle che sono scritte in questo cap., 26-27. 

84. in simile grado fedele d'Amore, innamorato e capace di sentir 
l'amore, cosi come son' io, in grado simile al mio. 

87. acciò che, però che: uso frequentissimo negli antichi; per es. 
Novell., i: disse che molto era savio in parola, ma non in fatto, 
acciò che non avea domandato; xx: a me non pare, acciò che la 
legge è giustissima ecc. 

88. sarebbe indarno per chi non sente' l'amore in simile grado ; 
mentre sarebbe di soperchio a quei che lo sentono. 

XV. — 1. nova trasfigurazione, quella descritta nel cap. xrv. 

2. pensamento forte; intenderei grave, intenso, continuato: ed è 
il pensiero d'Amore che lo consigliava a fuggir Beatrice, più tosto che 
rimanere oppresso dagli effetti della vista di lei. 

3. ragionamento, qui intende il pensiero eh' egli aveva di vincere 
la naturale attrazione verso la sua donna ; ma poiché imagina che sia 



70 LA VITA NUOVA 



mento meco: « Poi che tu pervieni a cosi discherne- 
5 vole vista quando tu se' presso di questa donna, perché 
pur cerchi di vedere lei? Ecco che tu fossi domandato 
da lei : che avresti da rispondere, ponendo che tu avessi 
libera ciascuna tua vertude, in quanto tu le rispon- 
dessi? » Ed a costui rispondea un altro umile pensiero, 
io e dicea : « S' io non perdessi le mie vertudi, e fossi 
libero tanto eh' io le potessi rispondere, io le direi, che 
si tosto com' io imagino la sua mirabile bellezza, si 
tosto mi giugne un disiderio di vederla, lo quale è di 
tanta vertude, che uccide e distrugge ne la mia me- 
15 moria ciò che contra lui si potesse levare ; e però non 
mi ritraggono le passate passioni da cercare la veduta 
di costei ». Onde io, mosso da cotali pensamenti, pro- 
puosi di dire certe parole, ne le quali, scusandomi a 
lei di cotale riprensione, ponessi anche di dire di quello 



pensiero non della sua mente, si bene di Amore personificato, dice 
che gli era esposto quasi per mezzo di una ragionata dimostrazione. 
4. dischernevole vista,, aspetto ridicolo, che eccita lo scherno degli 
altri; cfr. cap. xiv, 39. 

6. Ecco che tu fossi ecc., supponiamo che tu fossi interrogato 
dalla tua donna. 

7. ponendo che tu ecc. ; veramente, osserva il Witte, trovandosi 
nel cospetto di Beatrice, Dante non aveva libere le sue virtù, però 
che, come si dice nel cap. xi, 18, persino il corpo si movea come 
cosa grave inanimata. 

8. in quanto tu le rispondessi; il Giul. : «posto cioè che tu fossi 
libero tanto, da poter risponderle ». 

10. S' io non perdessi ecc. Se innanzi a Beatrice io conservassi 
tutte le mie facoltà e specialmente quella della parola, le direi come 
non appena ricordo la sua meravigliosa bellezza sento desiderio di 
contemplarla e questo desiderio è si forte da cancellare nella mia me- 
moria qualunque ricordo degli affanni passati ecc. 

16 le passate passioni; i dolori sofferti da Dante per 1* addietro, 
per effetto della vista di Beatrice. 



CAPITOLO XV 71 



■che mi diviene presso di lei; e dissi questo sonetto, 20 
il quale comincia cosi: 

[Sonetto Vili] 

Ciò, che m' incontra ne la mente, more 
quand' i' vegno a veder voi, bella gioia, 
e quand' io vi son presso, io sento Amore, 
4 che dice: « Fuggi se '1 perir t' è noia ». 25 

20. questo sonetto; risente anch' esso del fare scolastico e ragio- 
nativo che hanno tutte le poesie composte da Dante nella gioventù ; 
<e si può ripetere a proposito di questo sonetto 1' osservazione fatta 
sui due precedenti, cioè che il poeta non ha saputo rappresentare 
il contrasto degli affetti, preoccupato dal desiderio di spiegarlo: 
anche nei particolari dello stile e della lingua nulla è di osservabile. 

22. Ciò che ecc. Il Card, e il Tod. interpungono cosi : Ciò che 
m? incontra, ne la mente onore ecc. e spiegano l'uno: « ogni pen- 
siero che si opponga al desiderio di vedervi, muore nella mia memo- 
ria quando ecc. » e l'altro : « si dilegua dalla mia memoria ciò che mi 
accade quando vi veggio ». Il Giul. e il Witte invece scrivono : Ciò 
che m' incontra ne la mente, more ecc. ed interpretano : « ogni 
opposto pensiero che sorga nella memoria, resta distrutto dal mio 
desiderio e vengo a veder voi ecc. ». La prima interpretazione è in 
«orrispondenza precisa colle parole della prosa : si tosto mi giugne 
un desiderio di vederla, lo quale è di tanta vertude, che uccide » 
distrugge ne la mia memoria ciò che contra lui si potesse levare, 
ed è certamente la vera; sebbene possa a prima vista far dubitare la 
forte ellissi di pensiero della frase che m' incontra per significare 
« che si leva in me contro il desiderio di veder Beatrice ». Del resto 
la stessa ellissi nella frase medesima è anche in un sonetto di Cino 
<p. 117), che rappresenta in forma assai più viva e perspicua uno stato 
di animo, analogo a quello di Dante : 

' Se voi udiste la voce dolente 

de' miei sospiri quand' escon di fuor e, 
non gabbereste la vista e '1 colore 
eh' i' cangio allora eh' i' vi son presente. 
Anzi se voi m'odiaste mortalmente, 
passerebbe pietà nel vostro core ; 
e soverrebbe a voi del mio dolore 
veggiendone cagion voi solamente. 
Però che vegnon dal distrutto loco, 
ciò è dal cor meo che piange lasso, 
tanto si sente avjsr di vita poco ; 



72 LA VITA NUOVA 



Lo viso mostra lo color del core, 
che, tramortendo, ovunque può s' appoia; 
e per la ebrietà del gran tremore 
8 le pietre par che gridin : « Moia, moia ». 



V anima dice a lui : « ora ti lasso >, 
per che m' incontra ciò che riso e gioco 
vi fa menar, quand' avanti vi passo. 

- mente, secondo le parole di Dante stesso, è la memoria; come nel- 
l' Inf., ii, 8 : mente, che scrivesti ciò eh' io vidi ; jiel Boccaccio,. 
Rime: Sta, nella 'mente min quella figura ecc. 

26. Lo viso ecc. Il Card.: «il viso si cuopre di pallidezza, eh' è 
il color conveniente alla passione che porto dentro il cuore. Horat. 
Carm., in, x, 14: Et tinctus viola pallor amantium ; Petrarca: Un 
pallor di viola, e d'amor tinto; Dante stesso (cap. xxxvi. 13): Color 
d'amore e di pietà sembianti, e Purg., xxvin, 45: s' io vo' credere 
a' sembianti Che soglion esser testimon del cuore ». Il Giul.: * viso 
qui si vuol intendere per tutta la persona », e si richiama alle parole 
del cap. xiv, 21-23. Intenderei col Card, viso per volto, o- vero più lar- 
gamente aspetto, senza il rapido passaggio da questa idea a quella 
della persona; cfr. la nota seguente. 

27. che, tramortendo ecc. il quale cuore, sentendosi morire, ve- 
nir meno, ovunque può s' appoia, si apprende al rimedio che può 
avere, quello cioè di cercare la veduta di costei - s'appoia, à appog- 
gia ; detto anche di moti dell' animo, per es. in Lapo Gianni (Val. II, 
118) : colei, a cui ti vo' mandare Cui gentilezza ed ogni ben s' ap- 
poia, in Chiaro Davanzati {Ant. rim. volg., in, 141) : simile figura Di 
clarità ver la vostra s' apoia. Il Giul. e il Witte intendono di un ap- 
poggiarsi materiale del viso, ma è impossibile trarre questa voce alla 
significazione di persona, e d'altra parte qui sono rappresentati solo- 
i commovimenti dello spirito. 

28. e per V ebrietà ; il Card. « per 1' eccesso di quel tremore che 
rassembra allo stato dell' ebrietà, che mi fa parer ebro ». 

29. le pietre par che gridin ecc. Il Witte : « invece di sorreggerlo 
le pietre di quel muro, commosse dal suo tremore, vogliono vederlo 
morto », e anche il Fraticelli intende « le pietre di quella parete, di 
quella muraglia, ov' egli sentendosi venir meno s' appoggiò ». È inu- 
tile ripetere che questo luogo non è immediatamente collegato col 
racconto del cap. xiv, ma la rappresentazione di un fenomeno poste- 
riore conseguente a quel fatto ; perciò è da intendere che insin le 
pietre commosse per il tremare di Dante, gli avrebbero come minor 
male desiderata la morte. 



CAPITOLO XV 73 



Peccato face chi allor mi vide, 30 

se 1' alma sbigottita non conforta, 
li sol dimostrando che di me gli doglia, 

per la pietà, che '1 vostro gabbo ancide, 

la qual si cria ne la vista morta 
14 de gli occhi, e' hanno di lor morte voglia. 3» 

Questo sonetto si divide in due parti : ne la prima 
dico la cagione, per che non mi tengo di gire presso 
di questa donna ; ne la seconda dico quello che mi di- 
viene per andare presso di lei ; e comincia questa parte 
quivi : E quand' io vi son presso [v. 3]. Anche, si divide 40 
questa seconda parte in cinque, secondo cinque diverse 
narrazioni : che ne la prima dico quello che Amore 
consigliato da la ragione mi dice quando le sono presso ; 
ne la seconda manifesto lo stato del cuore per esemplo 
del viso; ne la terza dico, si come ogni sicurtà mi 4& 
viene meno; ne la quarta dico che pecca quelli che 

30. Peccato face chi allor mi vide ecc. Tutti gli interpreti ricono- 
scono in vide un presente, ma parmi da consentire al D'Ovidio, che 
lo tiene per un perfetto, e spiegherei: « Chi mai mi vide in quello 
stato di animo, che ho descritto, fa peccato se non si muove a con- ' 
fortarmi ». Il passo poi è spiegato dal Witte: « la vista morta, V a- 
spetto tramortito della mia persona, cria cioè crea, fa nascere, ov- 
vero dovrebbe farlo, pietà in altrui. Anzi il non sentirne e il non 
manifestarla, non confortando V alma sbigottita del poeta, o non di- 
mostrando almeno qualche compassione pel suo stato, sarebbe pec- 
cato. Ma questa pietà, benché nata in altrui, è uccisa dal gabbo, dal 
beffarsi che Beatrice ne fa colle sue compagne ». 

34. la vista morta, è il pallore mortale, il morto colore, come 
lo chiama il Cavalcanti, (p. 52) il qual sol apparir quand' om si 
'more. 

37. non mi tengo di gire, non so astenermi dall' andare. 

42. quello che Amore mi dice, cioè: fuggi, se 'l perir Ve 

noia. 

44. per esemplo del viso, per l'imagine che dello stato dell'animo' 
rende il mio volto. 



74 LA VITA NUOVA 



non mostra pietà di me, acciò che mi sarebbe alcuno 
conforto ; ne l'ultima dico perché altri dovrebbe avere 
pietà, e ciò è per la pietosa vista, che ne li occhi mi 

50 giunge ; la qual vista pietosa è distrutta, ciò è non 
pare altrui, per lo gabbare di questa donna, la qual 
trae a sua simile operazione coloro, che forse vedreb- 
bero questa pietà. La seconda parte comincia quivi : Lo 
viso mostra [v. 5] ; la terza quivi : E per la ebrietà 

55 [v. 7]; la quarta: Peccato face [v. 9]; la quinta: 
Per la pietà [v. 12]. 

XVI 

Appresso ciò ched io dissi, questo sonetto mi 
mosse una volontà di dire anche parole, ne le quali 
io dicessi quattro cose ancora sopra '1 mio stato, le 
qua' non mi parea che fossero manifestate ancora per 
s me. La prima de le quali si è che molte volte io mi 
dolea, quando la mia memoria movesse la fantasia ad 
imaginare quale Amor mi facea : la seconda si è 



47. acciò che, cfr. la nota al cap. xiv, 87. 

XVI. — 3. quattro cose ecc., quattro movimenti dell' animo non 
ancora rappresentati nelle precedenti rime : il dolore provato al solo 
ricordare gli affanni amorosi, il permanere del pensiero della sua 
donna, il dimenticar troppo facilmente gli effetti della vista di lei, e 
finalmente il tremito doloroso che 1' Opprimeva innanzi a ^Beatrice. 
Veramente alcuni di questi moti del suo spirito sono già stati abba- 
stanza chiaramente manifestati da Dante nel sonetto precedente, si 
che non s' intende la ragione della dichiarazione che apre questo 
capitolo. 

5. La prima de le quali è espressa nei versi I-i del son. ; la 
seconda, nei v. 5-8 ; la terza nei v. 9-11, e la quarta nei v. 12-14 » 
•con una precisione di distrubuzione del pensiero nei periodi metrici, 
■che è una nuova prova delle tendenze scolastiche di Dante. 



CAPITOLO XVI 75 



eh' Amore spesse volte di subito m' assalia si forte, 
che 'n me non rimanea altro di vita se non un penserò, 
che parlava di questa donna : la terza si è che quando io 
questa battaglia d'Amore mi pugnava cosi, io mi movea, 
quasi discolorato tutto, per vedere questa donna, cre- 
dendo che mi difendesse la sua veduta da questa bat- 
taglia, dimenticando quello che a propinquare a tanta 
gentilezza m' addivenia: la quarta si è come cotal ve- -15 
duta non solamente non mi difendea, ma finalmente 
disconfìggea la mia poca vita; e però dissi questo so- 
netto, il qual comincia : 

[Sonetto IX] 

Spesse fiate vegnonmi a la mente 

l' oscure qualità eh' Amor mi dona ; 20 

11. battaglia d'Amore, cfr. la nota al cap. xiv, 1, e i seguenti 
luoghi di poeti antichi. G. Guinizelli (p. 29): 

e tale nimistate aggio col core 

che sempre di battaglia me minaccia ; 
« altrove (p. 33): 

Et eo da lo so' amor son assalito 

con si fera battaglia di sospiri 

eh' avanti a lei di dir non seri' ardito. 
G. Cavalcanti (p. 45): 

la nova donna, cu' merzede cheggio 

questa battaglia di dolor mantene ; 
e in una canzone (p. 13): 

la mia virtù si parti sconsolata 

poi che lassò lo core 

a la battaglia, ove madonna è stata. 

14. a propinquare, ad avvicinarmi, quando mi avvicinava. 

19. la mente, anche qui è la facoltà del ricordare ; cfr. la nota al 
cap. xv, 22, e sopra nella prosa: quando la mia memoria movesse 
la fantasia ecc. 

20. l'oscure qualità, spiega il Witte, il tremore del cuore, la 
pallidezza del viso, il venir meno degli spiriti sensitivi, e generalmente 
la schernevole vista ; qualità propriamente è usato qui per condizioni, 
come al cap. xxxv, 27: le qualità della mia vita oscura. 



76 LA VITA NUOVA 



e vietimene pietà si che sovente 
4 io dico : « lasso ! avvien egli a persona ? » 
Ch' Amor m' assale subitanamente 
si che la vita quasi m' abbandona : 
25 campami un spirto vivo solamente, 

8 e que' riman, perché di voi ragiona. 
Poi mi sforzo, che mi voglio aitare : 
e cosi smorto, e d' ogne valor vóto, 
11 vegno a vedervi, credendo guerire : 
30 e s' i' levo gli occhi per guardare, 

nel cor mi si comincia un terremuoto, 
14 che da' polsi fa 1' anima partire. 

Questo sonetto si divide in quattro parti, secondo 

che quattro cose sono in esso narrate : imperò che son 

35 di sopra ragionate, non m' intrametto se non di stri- 

gnere le parti per li loro cominciamenti ; onde dico 

22. avvien egli a personal accade ad altri di trovarsi, per effetto 
d'amore, in uno stato cosi doloroso, come il mio? 

25. campami ecc., mi salva dalla morte il pensiero di voi, che solo 
rimane vivo nel mio animo. 

29. credendo guerire, avendo speranza che la vostra vista mi li- 
beri dalla lotta. 

31. terremuoto, cosi hanno i più autorevoli testi, e può bene in- 
tendersi in senso allargato come scossa violenta dell' animo ; se non 
che, essendo un'imagine troppo sproporzionata, si amerebbe che Dante 
avesse scritto tremoto (formato per analogia su tremito, tremore ecc.), 
come legge il Card., con una congettura più acuta forse che sicura, 
non avendosi altri esempi di questa voce, e d'altra parte essendo pos- 
sibile quest' imagine in una poesia giovanile di Dante, che una molto 
simile adoperò neh' Inf. xxxi, 106: 

Non fu tremuoto mai tauto rubesto 
che scotesse una torre cosi forte, 
come Fialte a scuotersi fu presto. 

35. m' intrametto, mi occupo ; come in un antico rimatore (Ant. 
rirn. volg., I, 422): Chi 'ntra noi paramento S' intravnise di fare; 
dove è certamente un provenzalismo - di strignere le parti, di rac- 
cogliere, ordinare ecc. Gli altri testi leggono di distinguere le parti. 



CAPITOLO XVI 77 



che la seconda parte comincia quivi : Ch'Amor», [v. 5] ; 
la terza quivi : Poi mi sforzo [v. 9] ; la quarta quivi : 
E s'i' levo [v. 12]. 

XVII 

Poi che dissi questi tre sonetti, ne li quali parlai 
a questa donna, però che fu oro narratori di tutto quasi > 
lo mio stato, credendomi tacere e non dire più però 
che mi parea di me aver assai manifestato, avvegna 
che sempre poi tacesse di dire a lei, a me convenne 5 
ripigliare matera nuova e più nobile che la passata. 



XVII. — 1, Poi che ecc. Questo periodo è nelle edizioni moderne, 
eccettuata quella del d'Anc, spezzato in due, facendosi punto a ma- 
nifestato e cambiato in credeimi il credendomi, che è di tutti i ma- 
noscritti ; oltre ciò che il Tod. e il Rajna osservarono a difesa della 
lezione del nostro testo, si noti l'antitesi voluta esprimere da Dante 
tra l'avere per l'addietro parlato troppo di sé (mi parea di me aver 
assai manifestato) e il non "essersi rivolto più direttamente alla sua 
donna (avvegna che sempre poi tacesse di dire a lei), antitesi che ri- 
chiede la continuità di un solo periodo. - questi tre sonetti ecc. sono 
quelli dei due capp. precedenti, e in essi Dante parla rivolgendosi 
sempre a Beatrice (son. vii, 2: e non pensate, donna, onde si mova; 
vili, 2: quando vegno a veder voi, bella gioia; ix, 11 : vegno a ve- 
dervi). 

2. fuoro narratori di tutto quasi lo mio stato, rappresentarono 
tutta la mia condizione, gli effetti cioè del veder Beatrice e le lotte 
dell'anima sbigottita innanzi al pensiero di lei. 

5. tacesse di dire, lasciassi di parlare: cfr. Guittone (i, 196): E 
dolente mi taccio Di ciò pensare, -a lei; di fatto colla canzone 
che viene appresso Dante incomincia a parlare di Beatrice indiretta- 
mente, volgendo il discorso a donne in seconda persona ; cfr. cap. 
xix, 5. 

6. matera, argomento : cfr. la nota al cap. xm, 36. - più nobile 
che la passata. Osserva il D'Anc. che le dieci poesie contenute nei 
precedenti capitoli formano un gruppo a sé per il tempo della loro 
composizione, per la storia dell'amore di Dante e anche per l'arte. 



78 la vry. NUOVA 

E però che la cagione de la nova materia è dilette- 
vole a udire, la dicerò quanto potrò più brievemente. 



Per il tempo esse appartengono agli anni che corsero dal secondo 
incontro con Beatrice (cap. in) sino ad un momento alquanto ante- 
riore alla morte del padre di lei (cap. xxn), cioè dal 1283 al 1287. 
* Quanto alla storia dell'amore di Dante, scrive il D'Anc, queste poesie 
corrispondono ad un affetto qual era quello di cotesti anni del poeta, 
cioè puro e gentile, ma naturale ed umano, che si pasce della vista, 
del saluto, delle parole della donna amata, e vista e saluto e parole 
prende a soggetto del canto : tutto quello, cioè, che la realtà ha di 
meno materiato, ma che è pur realtà e senso. E giova anche osservare 
come, se lo scegliersi non uno, ma due successivi schermi può essere 
stato consigliato a Dante dalla prudenza e dal rispetto inverso Bea- 
trice, ciò rammenta anche assai le usanze tradizionali e costanti dei 
trovatori di Provenza, che studiosamente celavano altrui qual fosse la 
donna amata, mostrando in vista di volgere ad altra l'affetto e il verso. 
Ad ogni modo, le forme dell'amore di Dante, non superano ancora, 
come dappoi, le comuni consuetudini dei tempi : non sono la passion 
nuova che avremo fra poco. Ma d'ora in poi le rime avranno altra 
forma ed altre qualità, al modo stesso come altra natura avrà l'affetto,, 
divenuto quasi contemplativo e spirituale senza alcun incentivo o ap- 
pagamento dei sensi: e che si mostra qual è definito nel Conv.,m,2, 
unimento spirituale dell'anima colla cosa amata ». Quanto all'arte 
di queste poesie vedasi ciò che se n'è detto nelle note a ciascuna, 
e in generale è da consentire al Carducci, che scrive : « A me pare 
che della scuola di transizione risentano le prime dieci poesie della 
V. N, ........ Non nego che in quelle rime trasparisce a volte il poeta; 

ma tale che non ha ancora un'idea chiara dell'arte, che non ha eletto 
la sua via. Egli ondeggia tra le rimembranze cavalleresche e la ma- 
niera imaginosa, ma un po' ruvida e senza grand'effetto, dei sonetti 
del Cavalcanti ; anche dissimula l'esiguità del concetto col cerimoniale 
della forma, col linguaggio consuetudinario delle corti e del codice 
d'amore, co* fioretti dello stile ch'era allora di moda; e tal fiata, 
come i principianti per darsi aria, ingrossa un po' la voce e carica il 
colorito ». 

7. la cagione de la nova materia, cfr. cap. xvm, 46. 



CAPITOLO XVIII 79 



XVIII 

Con ciò sia cosa che per la vista mia molte per- 
sone avessero compreso lo segreto del mio cuore, certe 
donne, le quali raunate s'erano, dilettandosi l'una ne 
la compagnia de l'altra, sapeano bene lo mio cuore, 
però che ciascuna di loro era stata a molte mie scon- 5 
fitte. Ed io passando appresso di loro, si come da la , 
fortuna menato, fui chiamato da una di queste gentili 
donne ; e quella, che m'avea chiamato, era di molto 
gentile parlare e leggiadro. Si che quand'io fu' giunto 
dinanzi da loro, e vidi bene che la mia gentilissima io- 
donna non era con esse, rassicurandomi le salutai, e 
domandai che piacesse loro. Le donne eran molte, tra 
le quali n'avea certe che si rideano tra loro. Altre 
v'erano, che mi guardavano aspettando che io dovessi 
dire. Altre v'erano simigliantemente che parlavano tra 15 
loro, de le quali una volgendo li suoi occhi verso me, 
e chiamandomi per nome, disse queste parole : « A che 
fine ami tu questa tua donna, poi che tu non puoi so- 
stenere la sua presenza? Dilloci, che certo lo fine di 

XVIII. — 1. per la vista ecc., per le dimostrazioni ch'io ne faceva 
allorché mi trovavo innanzi a Beatrice. 

5. sconfitte sono le commozioni di Dante (cfr. cap. xi, v, 18-43). 

6. come da la fortuna menato, non già in compagnia di un amico, 
come l'altra volta, o per mia*volontà, ma a caso, senza che io avessi 
cercata quella radunanza. 

16. una: sarebbe, secondo il Borgognoni [Matelda, Città di Ca- 
stello, 1887), la donna raffigurata nella Matelda del poema. 

17. A che fine, ecc. Le donne di questo raduno non solamente co- 
noscevano Dante e il suo amore, ma avevano per lui un certo inte- 
resse, perché egli si trasfigurava tutto alla presenza di Beatrice e non 
poteva sostenerne la vista: ciò che doveva indurre in esse un senti- 
mento di compassione mista di pietosa curiosità. 



80 LA VITA NUOVA 



20 cotale amore conviene che sia novissimo ». E poi che 
m'ebbe dette queste parole, non solamente ella, ma 
tutte l'altre cominciarono ad attendere in vista la mia 
risponsione. Allora dissi loro queste parole: « Madonne, 
lo fine del mio amore fue già lo saluto di questa don- 

25 na, forse di cui voi intendete ; ed in quello dimorava 
la beatitudine, che era fine di tutti li miei desideri. Ma 
poi che le piacque di negarlo a me, lo mio signore 
Amore, la sua mercede, ha posta* tutta la mia beati- 
tudine in quello, che non mi puote venire meno ». Al- 

50 lora queste donne cominciaro a parlare tra loro; e si 
come talora vedemo cadere l'acqua mischiata di bella 
neve, cosi mi pare udire le loro parole uscire mischiate 



20. novissimo, insolito, diverso dal fine degli altri amori. 

22. cominciarono ad attendere in vista, dimostrarono che aspet- 
tavano, fecero sembiante di aspettare che io rispondessi; in vista, 
significa propriamente all'atteggiamento del volto, come nel Purg., 
i, 32: degno di tanta riverenza in vista, e 79: Marzia tua, che in 
vista ancor ti prega, e xm, 100: vidi un'ombra che aspettava In 
vista ecc. 

24. lo fine ecc., il saluto della donna, della quale voi forse inten- 
dete parlare, fu il fine del mio amore, e in esso era la mia beatitu- 
dine, appunto perché esso saluto compieva tutti i miei desideri e sod- 
disfaceva tutte le aspirazioni del mio animo. 

25. forse ; nota il Witte che Dante non vuol concedere direttamente, 
che queste donne abbiano compreso il segreto del suo cuore. 

26. che era fine, poiché esso saluto era fine ecc. Questa è la vera 
lez. appoggiata dai migliori testi ; il D'Anc. legge la beatitudine ch'é 7 
fine e il Rajna osserva che « la beatitudine è anche ora il fine dei de- 
sideri, e solo ha mutato sede ed oggetto, come si dichiara più sotto»: 
ma sarebbe da spiegare perché Dante, dopo aver detto che fu fine il 
saluto, dica ora che fu la beatitudine, la quale del saluto è semplice- 
mente un effetto. 11 Witte legge la beatitudine e il fine, emendazione 
non necessaria, essendo chiarissima e bella la lez. dei codici. 

32. mi pare, risento quasi ancora risuonare nell'animo la dolcezza 
di quelle parole e di quei sospiri. - udire le loro parole uscire mi- 
schiate di sospiri, ascoltar le parole che uscivano loro di bocca ac- 



CAPITOLO XVIII 8 1 



di sospiri. E poi che alquanto ebbero parlato tra loro, 
anche, mi disse qfuesta donna, che m'avea prima par-» 
lato* queste parole ;' « Noi ti preghiamo, che tuci dichi 35 
dov'è questa tua beatitudine >>. Ed io rispondendole 
dissi cotanto : « -In' quelle parole che lodano la donna 
mia». Allora mi rispUose questa che mi parlava:' <'. Se' 
tu -nei dicessi vero, quelle parole che tu n'hai dette in-' 
notificando • la tua' condizione, avrestu operate con altro i° 



■«ompagnate e interrotte dai sospiri. Gli editori moderni accolsero tutti 
la lez. poco ragionevole vedere le loro parole, cercandone un sostegno 
nell'analogia col verso, dell' Inf., xxxiii, 9 : parlar, e lagrimar ve- 
drai insieme. Ma oltre che la lez. udire è di tutti i codici più anti- 
chi, si osservi che l'altra ha tutta la sembianza di. una correzione 
suggerita dal vedemo. cadere l'acqua ecc. a chi non intese bene quali 
fossero ,i termini veri della comparazione : Dante volle, raffrontare 
l'acqua mischiata di neve alle parole accompagnate di sospiri, non 
già il cadere di quella all'uscita di queste, e però disse vedemo di un 
fenomeno che colpisce la vista, e udire- nel senso più generale. di 
sentire.,,. •■.-,,'.. ... 

35. Noi ti preghiamo ecc. poiché la tua beatitudine fue già nel sa- 
luto, -ed ora non è più, desideriamo sapere dove è riposta-. 

37. cotanto, propriamente qui significa: queste sole parole; un si- 
mile uso del semplice tanto è neìl'Inf., xv, 91. - In quelle parole ecc* 
Il fine dell'amore, di Dante è stato sinora umano, cosi per la sua na- 
tura come per gli effetti, del saluto, onde procedeva la sua beatitudine; 
d'ora innanzi egli propone al suo amore un fine, che si compie in sé 
stesso e progredisce sempre verso una più alta idealità, dalle parole, 
che lodano la donna sua sino al dire di lei quello che mai non fu 
detto d'alcuna (cap.xLii, 8). 

38. Se tu ne dicessi vero ecc. II. Tod. espone: « Se fosse vero quello 
che, tu di', che la tua felicità stia nel lodare la donna tua, le parole 
che tu n'hai dette le avresti foggiate in altra guisa, le avresti volte 
ad esprimere altri, concetti altra sentenza, e non le avresti ragio- 
nate in forma di querela e di lamento, come hai fatto nei sonetti, ne'. 
<juali hai resainota la tua condizione.» ■ ... , -, 

.. ,40. con altro intendimento, con altri concetti, con altre sentenze; 
cfr. Purg., xxvtn, 59:. il dolce suono Veniva a me coi suoi intendi", 
■pienti.,. , , . • . ..,';,'.•. 

Dante — La Vita Nuova. 6 



82 LA VITA NUOVA 



intendimento ». Ond' io pensando a queste parole, quasi 
vergognoso mi partio da loro ; e venia dicendo fra me 
medesimo: « Poi ch'i' ebbi tanta beatitudine in quelle 
parole che lodano la mia donna, perché altro parlare 

45 è stato lo mio? » E però propuosi di prendere per ma~ 
tera del mio parlare sempre mai quello che fosse -loda 
di questa gentilissima ; e pensando molto a ciò, pa- 
reami avere impresa troppo alta matera quanto a me y 
si che non ardfa di cominciare ; e cosi dimorai alquanti 

so di con disiderio di dire e con paura di cominciare. 



41. pensando a queste parole ; quelle che contengono l'acuta os- 
servazione della donna o quelle che disse notificando la propria con- 
dizione, ciò sono i sonetti dei capp. precedenti ? Probabilmente queste 
ùltime, poiché all'altre non aveva bisogno di ripensare essendogli state 
dette allora, e perché si allontanava vergognoso, non già dell' aver 
avuto questa osservazione della donna, ma perché, richiamandosi alla 
memoria i sonetti, ha riconosciuto subito come essi siano più tosto 
dimostrazioni di un animo passionato e turbato che non una prova di 
quella serenità e di quella calma, onde ora ripone il fine del suo amore 
nella lode di Beatrice. 

46. quello che fosse loda di questa gentilissima, ecco la nova 
materia dilettevole a udire del cap. xvn, 7. « In che cosa propria- 
mente consista, scrive egregiamente il D'Anc, questa novità e nobiltà 
maggiore, si conosce solo leggendo le rime di questo secondo periodo 
dell'affetto, nelle quali cessa la lamentazione, e comincia 1* inno ». R 
il Card, determina ed esprime con animo d'artista questo passaggio : 
«Non più desiderli, non più querele, non più gioie straordinarie: ma 
continua e beata contemplazione della bellezza in ciò ch'ell'ha di più 
sovrasensibile, in quanto si manifesta operatrice di bene non pur su 
l'anima del poeta ma in tutto che l'appressa. Ugo da S. Vittore avea 
detto: Le bellezze visibili sono come fronde che il vento porta via, 
ma che gettano ombra e freschezza, e attestano cosi la provvidenza. 
Ma Dante adora non le bellezze, si la bellezza. La parte materiata, 
quella che il vento porta via, ei non vi attende: gran che se della 
sua donna ricorda il color di perla, proprietà angelicata, e gli occhi, 
de' quali non ci fa mai sapere se neri sieno o celesti, se languidi o- 
ardenti, ma che in essi ella porta amore. Direste ch'ei ne contempli 
l'idea pura ed astratta, se di quando in quando non accennasse al 



P CAPITOLO XIX 83 



XIX 

/ 

Avvenne poi che, passando io per un cammino, 
lungo lo quale sen già un rivo chiaro molto, [a me 
giunse tanta volontade di dire, ched io incominciai a 
pensare lo modo eh' io tenesse ; e pensai che parlare 
di lei non si convenia ched io facesse, sed io non par- 



passar ella fra le genti. Allora il poeta si prostra e non osa alzar gli 
occhi; ma avverte la santa presenza al sentimento di carità « d'umiltà 
che spandesi intorno, al fremito d'adorazione che la seguita: i cor 
villani s'agghiacciano, i gentili sospirano, ira e superbia di parti ca- 
dono, e chi sofferisce di starla a vedere diventa nobil cosa o si 
muore. E questo del rappresentare la bellezza come principio di be- 
nevolenza e di pace tra i feroci odi che insanguinavano i comuni italiani 
sarebbe pure un nuovo aspetto e un fine civile che Dante avrebbe 
dato alla lirica d'amore. Ma egli mira più in là: qui come altrove 
Dante è il poeta cattolico nel grande intendimento del medio evo, più 
che cittadino si sente uomo. Meglio che testimone della provvidenza» 
come appariva a Ugo da S. Vittore, la bellezza è a lui argomento vi- 
sibile dei miracoli e dei misteri della fede, è aiutatrice della provvi- 
denza e sua ministra alla salute degli uomini. Quando Beatrice muore, 
risorge, è vero, in Dante il sentimento individuale ; ma per poco : ed 
ei ben presto torna a compiangerne la perdita, come pubblico danno 
e della città e del genere umano ». 

XIX. — 1. passando io ecc. Il Lubin ritiene che Dante alluda qui 
alla cavalcata del 1289 contro i ghibellini d'Arezzo, e veramente nes- 
suna difficoltà cronologica si oppone a questa ipotesi ; ma contro di 
essa stanno le considerazioni esposte nella nota al cap. ix, 2 e l' os- 
servazione del D'Anc. che l'Arno sarebbe là accennato come un- 
fiume (ix, 15) e qui come un rivo, ciò che esclude trattarsi della stessa 
corrente: par quindi che anche in questo capitolo sia accennata più 
tosto una passeggiata nei dintorni di Firenze, nella quale il poeta, 
meglio assai che in una cavalcata d'armi, poteva raccogliersi nei suoi 
pensieri d'amore. 

5. non si convenia ecc. perché Dante voleva un distacco asso- 
luto delle nuove rime da quelle rimproverategli dalla donna nel cap. xvm r 
39, nelle quali egli si volgeva direttamente a Beatrice ; cfr. la nota, 
al cap. xvn, 6. 



LA VITA NUOVA 



lassi a donne in seconda persona, e non ad ogni donna, 
ma solamente a coloro, che sono gentili, e che non sono 
pure femmine. Allora dico che la mia lingua parlò quasi 
come: .per sé stessa i mossa, e disse: Donne eh', avete 
io intelletto . d'amore. Queste parole io riposi ne la mente 
con grande; letizia, pensando di prenderle . per mio co- 
minci amerito i. onde poi ritornato a la sopradetta cit; 

••., ; ;:;: i oi b * , • ,. :: <•:• v.:> *> tf i..vi: :-.i i-ó 

6. a donne in seconda persona; il Witte : « Dacché Beatrice gli 
negò il suo saluto, l'aut. supponendo ch'ella non gradisca che le sue 
rime direttamente , si rivolgano a lei, dirizza le di lei lodi ed altrui, val$ 
ja dire ; ad i altre , donne. E non gli basta che siano pure .femminei, 
donne semplicemente ; non vuol parlare che a donne, che sono gen~ 
UH ». i • , ■> 

• 8. '.pure-, come quasi sempre in Dante e negli antichi, vale qui 
sólamente, esclusivamente, -la mia lingua parlò quasi come per 
sé stessay^eT intima e spontanea inspirazione, senza alcuna efficacia 
di impressioni esterne; cfr. cap. xxrvy 11. 

9. e disse : i Donne ecc. Questo pensiero di parlare di Beatrice a 
donne. gentili fu come il principio della nuova lirica di Dante; onde 
.Buoriagiunta da Lucca, riconoscendolo, gli disse nel Pung., xxiv, 49: 

.... di* s'io veggio qui colui che fuore 
• -. • ' trasse le nuove rime, cominciando: ■ • 

'■ !•' Donne ch'avete intelletto d'amore; •• 

'te Dante ne trasse occasione a dichiarar la sua poetica 

'.... Io mi eon uri che quando 
Amor mi spira noto ed a quel modo 
; : ' che detta dentro vo' significando. 

,Ma ? come altri 'pensieri, si trova già quasto in alcuni rimatori più an- 
tichi!, p.,es. .in Chiaro Davanzati (Ant. rim. volg., in, 57): 

, r i , A- voi, donne e donzelle, non encresca 
. . tanto che dove piaccia 
.•.,.', ,. la mia donna pregate 

eh' agia di me pietate, 
e secondo rasgioue gioì' m' accrésca. 

10. queste parole ecc. Osserva il Giul. che « Dante qui nota 
l'ispirazione. d',amore; poscia sovr'essa pensando, ecco che dòpo al- 
quanti di Amore gli detta di nuovo in cuore, ed egli, secondo che 
ode, scrive. Le sue dolci rime, quelle eh' ei soleva ricercare ne' suoi 
pensieri, dunque non eran altro che parole, le quali il cuore gli di- 
cea con la favella d'amore ». 



CAPITOLO IXI 8& 



tade, e, pensando alquanti di, cominciai una cannone 
con questo cominciamento, ordinata nel modo che si 

13. una canzone èco.' É qui da notare un fatto "e da recare un 
documento, sfuggito a tutti i commentatori. Nel canzoniere vaticano 
3793 a questa canzone seguita senza nome d'autore un'altra, sulle 
stesse rime, che è la risposta nel nome delle donne gentili : il Sal- 
vadori, che primo la pubblicò, la tiene senz'altro per cosa di Dante 
(Domenica letteraria, a. Ili, n. 7); il D'Ancona (Ant. rim. volg., ni, 
361-4) invece ne dubita, parendogli che certe forme e certi contorci- 
menti del periodo non siano danteschi. É una questione difficile a scio- 
gliere, sino a che non vengano in luce altri manoscritti con una desi- 
gnazione sicura; ad ogni modo la canzone conferisce assai all'intel- 
ligenza di questo cap. e non posso far a meno di riferirla nella sua 
integrità : 

Ben aggia l'amoroso et dolce core 

che voi noi donne di tanto servire, 

che sua dolze ragion ne face audire, 

la qual è piena di piager piagente : 

che ben è stato bon conoscidore, 

poi quella, dov' è fermo lo disire 

nòstro per donna volerla seguire 

perché di noi ciascuna fa saccente, 

ha conosciuta si perfettamente 

e 'nolinatos' a lei col core umile ; 

si che di noi catuna il dritto i stile 

terrà, pregando ognora dolzemente 

lei cui s' é dato quando fia co' noi, 
14 eh' abbia mente di lui cogli atti suoi. 

Ai Deo, com'ave avanzato '1 su' detto 

partendolo da noi in alta sede ! 

e com' ave 'n sua laude dolce fede, 

che ben ha cominzato e meglio prende ! 

torto sèria tal omo esser distretto 

o malmenato di quell'ai cui pede 

istà inclino, e si perfetto crede 

diciendo si pietoso; e' non contende, 

ma dolci motti pària, si eh' acciènde 

li «òri d' amor tutti e dolci face ; '. . : 

si che di noi nessuna donna tace, 

ma prega A mor » cne quella a cui s'arrende - . -, ., 

sia a lui umiliata in tutt' i lati, ; 

28 dov'udirà li suoi sospir gittati. 

Per la vertii che par là, dritto ostelo 

conoscer può ciascun eh' è di piacere, 

che' 'n tutto voi quella laude compiere 

e' ha cominzata per sua cortesia, 

eh' unqua vista né voce sott' un velo 



86 . LA VITA NUOVA 



»5 vedrà di sotto ne la sua divisione. La canzone co- 
si vertudiosa come '1 suo cherere 
non fu ned è, per che de* ora tenere 
per nobil cosa ciò che dir disia : 
che conosciuta egli ha la dritta via, 
si che le sue parole son compiute. 
Noi donne sem di ciò in accordo essute, 
che di piacer la nostra donna tria, 
e si l'avem per tale innamorato 
42 eh' amor preghiam per lui in ciascun lato. 

Audite ancor quant' è di pregio e vale : 
che 'n far parlare Amor si s' assicura 
che conti la bieltà ben a drittura 
da lei, dove '1 su' cor voi che si fova. 
Ben se ne porta com om naturale, 
nel sommo ben disia ed ha sua cura, 
né in altra vista crede né in pintura, 
né non attende né vento né piova ; 
per che faria gran ben sua donna pò 1 v* ha 
tanto di fé' guardare a li suoi stati : 
poi ched egli è infra gì' innamorati 
quel che 'n perfetto amar passa e più gio' t' ha; 
noi donne il metteremmo in paradiso, 
56 udendol dir di lei e' ha lui conquiso. 

Io anderò né non già miga in bando, 
in tale guisa sono accompagnata: 
che si mi sento bene assicurata 
eh' i' spero andare e redir tutta sana : 
son cierta ben di non irmi isviando, • . 

ma in molti luoghi sarò arrestata : 
pregherolli di quel che m' hai pregata 
finché digiugnerò a la fontana 
d' insegnamento, tua donna sovrana ; 
non so s' io mi starò semmana o mese, 
o se le vie mi saranno contese : 
girò al tu' piacer presso e lontana, 
ma d'esservi già giunta io amerei, 
7fr perch' ad amor ti raccomanderei. 

15. ne la sua divisione, cioè in questo cap, 87-129. - La canzone 
comincia ecc. Oltre che nel luogo cit. del Purg., Dante ricorda que- 
sta sua canzone nel trattato De valgavi eloquentia, lib. n, 8 come 
esempio tipico di questa forma lirica, e nel lib. n, 12 come esempio 
di canzone tutta d'endecasillabi. Intorno alle leggi metriche della can- 
zone secondo Dante cfr. la mia notizia Sulle fórme metr. Hai. cap. i, 
§ 1-2. Il Card., che trovò questa canzone trascritta in parte sopra un 
memoriale dell' anno 1292 del notaio bolognese Pietro Allegranza, os- 
serva che « piace di avere una prova che la canzone di Dante fosse 



CAPITOLO XIX 87 



mincia cosi: 

[Canzone I] 

Donne, eh' avete intelletto d'amore, 

io vo' con voi de la mia donna dire ; 

non perch' io creda sua lauda finire, 

ma ragionar per isfogar la mente. 80 

Io dico che, pensando '1 suo valore, 

Amor si dolce mi si fa sentire, 

che, s' ìq allora non perdessi ardire, 

farei, parlando, innamorar la gente. 

E io non vo' parlar si altamente, 25 

«osi presto e bene conosciuta in Bologna, di dove venne al poeta 
fiorentino l'eseriipio di certi lirici ardimenti : di quello, per esempio, 
della seconda stanza, ove Dio e tutto l'empireo sono messi in movi- 
mento e in rappresentanza quasi drammatica a maggiore onore della 
donna e dell'amor suo; come prima il Guinizelli avea fatto, quando 
della purità e necessità dell' amore si appellava, nell' ultima stanza 
della celebre canzone Al cor gentil, con uno dei movimenti più lirici 
di tutta la poesia italiana, al giudizio di Dio dopo la morte ». 

17. Donne, ecc. Il poeta canta della sua donna, non perché creda 
di riuscire a celebrarla degnamente, ma per isfogo dell'animo, e il suo 
canto sarebbe dolcissimo se non fosse commosso al pensiero di lei: 
però della sua gentil natura e condizione vuol trattare alla buona, 
rivolgendo le sue parole a donne innamorate. - eh' avete intelletto 
d'amore, che essendo gentili per natura avete senso d'amore, inten^ 
dete che cosa sia amore; poiché Dante vuol parlare, come il Petrarca 
ison. Voi eh' ascoltate, 7), ove sia chi per prova intenda, amore. 

19. sua lauda finire, compier tutte le sue lodi, dicendo di lei 
quello che merita ; cfr. nella canz. di risposta, 31 : ""n tutto voi quella 
■laude compiere, -lauda, per laude dissero gli antichi (vedasi su 
questa terminazione il Nannucci, Teorica dei nomi, cap. n, § 2) : loda 
«so Dante nel cap. xvin, 48, nell' Inf., n, 103, nel Conv., ni, 4 e altrove* 

20. ragionar ecc. parlare per isfogo dell'animo, e sopratutto della 
mente dominata dal pensiero della donna; cfr. nell' Inf ., xxxin, 113, 
frate Alberico: Si ch'io sfoghi il dolor, che'l cor m'impregna. 

25. E io ecc. non voglio parlar di lei con si alto stile quale con- 
verrebbe se io le rivolgessi direttamente i miei discorsi, perché so che 
•discorrendo con lei resterei vinto da un subitaneo timore che mi ren- 
derebbe vile e spregevole ; perciò ne tratterò parlando a voi in una 
forma meno alta. 



88 LA VITA NUOVA 



eh' io divenissi per temenza vile ; 
ma tratterò del suo stato gentile 
a respetto di lei leggeramente, 
donne e donzelle amorose, con vui, 
30 14 che tìon è cosa da parlarne altrui. 

Angelo clama il divino intelletto 

28. leggeramente, in modo piano e facile a intendere. L. Gianni 
(Val., ii, 109) : Io non posso leggieramente trave. 

30. che non è cosa ecc. perché questa donna è tale che di lei non 
si può parlare se non con le donne e le giovani innamorate. Si con- 
fronti con tutta questa stanza il congedo della canz. E' m' incresce- 

- (p. 102): 

Io ho parlato a voi, gioveni donne, 
, . che avete gli occhi di bellezze ornati, . 

e la mente d'Amor vinta e pensosa, ■ 
perché raccomandati 
..vi sien gli detti miei dovunque sono. 

31. Angelo ecc. Le nature angeliche pregano il signore di accordar 
lóro la compagnia di quest'anima meravigliosa, ma la misericordia 
divina vuol ch'ella rimanga ancora sulla terra. Ho adottato franca- 
mente la lezione dei codici più autorevoli, ai quali è da aggiunger ora 
il -vaticano 3793, difesa anche dal Tod. e dal Giul., perché mi è sem- 
brata la più semplice a intendere senza bisogno di ricorrere ad emen- 
dazioni congetturali o appoggiate solamente alla testimonianza di 
qualche manoscritto poco attendibile. Angelo è detto qui generica- 
mente per indicare il complesso delle creature angeliche; clama o 
chiama ha il senso di pregare, come nel Purg., vm, 71 : Di' a Gio- 
vanna mia che per me chiami; e il divino intelletto è Dio stesso, 
prima semplicissima e nobilissima virtù, che sola è intellettuale 
(Conviv., in, 7). I più degli editori leggono: Angelo chiama in di- 
vino intelletto, né è lezione destituita di fondamento ; se non che 
presuppone un ordine d' idee scolastiche, nelle quali Dante forse non 
era quando scrisse questa canzone, piena invece di lirico ardimento, 
Il Card, spiega e difende questa seconda lezione, raffrontandola ai 
versi del Guinizelli (p. 16) : 

Splende in la intelligenza de lo cielo # 

deo creator pili eh' a' nostri occhi '1 sole; 

e riassume cosi la relativa dottrina scolastica: «Con un atto che fece 
essere congiuntamente forma e materia, Dio, a un tempo col mondo, 
creò nell'empireo l' Intelligenza. Di queste, le attive movono le sfere- 
celesti; le speculative, gli angeli, guardano continuamente in Dio. Esse^ 



CAPITOLO XIX 89 



e dice: « Sire, nel mondo si vede , U.' 

maraviglia ne l'atto, che procede 

d' un' anima, che 'nfin quassù risplende ». 

Lo cielo, che non ha altro difetto *i 35- 

che d' aver lei, al suo Segno r la chiède, ■■: 

e ciascun santo ne grida merzede. 

Sola pietà nostra pai'te difende ; 

che parla dio, che di madonna intende: 



vedendo e conoscendo Dio come causa universale, in lui veggono e' 
conoscono le cose superiori e inferiori, come effetti, ciascuna secondo 
la sua natura, nel proprio ordine e grado ; e la forma umana cono- 
scono in quanto ella è idealmente per intenzione regolata nella mente 
divina: quindi non possono conoscere tutto con sicurezza : l'avvenire, 
per esempio, lo conoscono solo dalle cause, e quindi solo quel tanto 
che da esse consegue; il resto, per conghiettura. Dopo tutto questo, 1 
è facile comprendere che in divino intelletto vuol dire : per quel che 
vede in Dio ». . ■ •. . 

32. Sire, signore ; cosi è chiamato Dio anche nel cap. Vi, 7, xxiij 
2, nell' Inf., xxix, 56; Purg., xv, 112, xix, 125 ecc. 

33. maraviglia ne V atto ecc., una meraviglia effettiva procedente 
da un' anima, lo splendor della quale irraggia su nel cielo. Qui fini- 
sce, a giudizio del Witte, il discorso dell'angelo, nel quale altri com- 
prende i tre versi seguenti. 

35, Lo cielo ecc. gli angeli, le creature celesti, alla compiuta bea- 
titudine delle quali non manca se non la compagnia di quest' anima, 
la domandano al loro signore ; e ciascuna di quelle sante creature 
chiede d'averla in grazia. ; 

37. ne grida merzede; domanda con molta instanza d'averne la 
grazia. 

38. Sola pietà ecc. solo la misericordia di Dio difende la parte- 
degli uomini, la causa della terra, si che egli, comprendendo che gli 
angeli vogliono intendere di Beatrice, risponde ecc. Il D'Anc. invece 
spiega: « Iddio, il quale sa, conosce, intende qual sia Beatrice e per- 
ché rimanga in terra e debba ancora rimanervi ecc. ». Altri punteg- 
giano diversamente : Che parla Iddio ? che di madonna intende ?■ 
ma fu osservato a ragione che le due interrogazioni verrebbero a 
rompere troppo crudamente la forma narrativa, e sarebbero poco ri- 
spettose verso Dio. - nostra parte; bene il Giul. » Ì& parte di noi che 
siamo quaggiù, ai quali la vista della' mirabile donna è cagione di 
virtù, porta salute. Dante confonde sé Cogli altri tutti, cui Beatrice 
parea dispensare bella grazia ». 



90 LA VITA NUOVA 



40 « Diletti miei, or sofferite in pace, 

che vostra speme sia quanto mi piace 
là, dov' è alcun che perder lei s' attende, 
e che dirà ne lo inferno: - o malnati, 
28 io vidi la speranza de' beati. - 



40. Diletti miei ecc. ; sono diletti a Dio gli angeli perché le prime 
creature da lui create ; cfr. Purg., xi, 2 : per più amore Che a' pri- 
mi effetti di lassù tu hai - sofferite ecc. sopportate serenamente che 
la vostra speme. Beatrice che sperate d'aver per compagna, resti se- 
condo il mio volere in terra. 

42. alcun ecc. Chi s'attende di perder Beatrice è Dante senza 
dubbio ; ma non già per un presentimento della sua morte vicina de- 
terminato da natura debole e infermiccia della donna, si bene, come 
ha dimostrato il D' Anc, dall' idea eh' ella era cosa di cielo, venuta 
in terra per grazia divina, e però da un momento all' altro poteva 
esser richiamata alla gloria del paradiso. 

43-4. e che dirà ecc. Ecco, dice il Tommaseo, i germi della sacra 
commedia; e con lui il Balbo, il Fratic, il Giul., e altri intesero questi 
versi come una prova che Dante scrivendo questa canzone aveva 
già concepita V idea e il disegno del suo grande poema. E il To- 
d§sch,, parendogli difficile che l'Alighieri potesse aver questo pensiero 
prima della morte di Beatrice, opiuò che tutta la stanza fosse ag- 
giunta molto tempo di poi. Ma non è assolutamente necessario tro- 
vare in questi versi un' allusione alla Commedia, e lo ha bene spie- 
gato il D'Anc. « Il fine di Dante, egli scrive, è d'esprimere la laude 
di Beatrice. Egli ce la dice cosa tutta celeste, tanto che gli angeli 
supplicano a Dio che la richiami dal mondo al suo proprio soggiorno. 
Gli atti ri sono qui Dio e gli angeli : rimpetto a loro e a Beatrice che 
cosa è Dante, salvo un misero peccatore ? Avrebbe dovuto invece farsi 
decretare da Dio 11 paradiso ? Vi era tanta distanza fra Beatrice e lui, 
che a lui doveva bastare la gloria, fornito il suo mortale pellegrinag- 
gio, di poter dire ai peccatori come lui: Io però ho avuto la grazia 
di vedere in terra colei che i beati desideravano in cielo. Vi è qui, 
«on esagerazione poetica, una espressione di umiltà debita dinanzi 
alla giustizia di Dio e alla divinità di Beatrice, ma non un accenno 
al poema. Rispetto alla santità di Beatrice, cresce in Dante il senso 
della propria infermità morale. A Beatrice, la gloria del Paradiso: a 
lui la dimora dei dannati, pur consolata da questo vanto di aver ve- 
duto viva e amata in terra Beatrice, la speranza dei beati ». Il Ga- 
spary mette in dubbio la giustezza di questa interpretazione, che a me 
pare inoppugnabile ; tanto pili che una conferma indiretta si può tro- 
vare nei versi 53-56 della canzone di risposta. Del resto, altri poeti 



CAPITOLO XIX 91 



Madonna è desiata in sommo cielo: 45 

or voi' di sua virtù farvi sapere. 
Dico : qual vuol gentil donna parere 
vada con lei ; che quando va per via, 

prima di Dante espressero il concetto medesimo, dicendo di non de- 
siderar più altro paradiso, poicbé sono stati beatificati dalla vista della 
loro donna; per es. Chiaro Davanzati (Ant. rim. volg.. Ili, 111): 

Di tanto son gioioso 
e* ho visto lo suo viso, 
la bocca e '1 dolze riso 
e '1 parlare amoroso, 
che d' altro paradiso 
non saria mai voglioso ; 

e Monte Andrea (son. Tutta giente): 

E si m' avete nel tutto conquiso 

di voi, mia donna, amar di puro amore, 

che mai no' spero 'n altro paradiso. 

45. Madonna ecc. Poiché la donna è desiderata in cielo il poeta 
vuol dire quali mai sieno le sue virtù : ella apparendo spegne ogni 
pensiero malvagio; chi la vede ne resta nobilitato, se ne è degno, osi 
muore ; e chi le ha parlato finisce sua vita in grazia di Dio. 

47. Lieo ecc. Osserva il Card, che il seme dei concetti di questi 
versi è in un sonetto del Guinizelli (p. 35): 

Passa per via adorna e si gentile, 

eh' abbassa orgoglio a cui dona salute, 

e fai di nostra fé', se non la crede, > > 

, e non si po' appressar omo eh' è vile; 

ancor ve dico e' ha maggior vertute : 

null'om po' mal pensar fin che la vede; 
ed é da aggiungere che questi concetti ritornano in altri poeti, come 
nel Davanzati {Ant. rim, volg., in, 151) : 

E chi avesse in sé nulla mancanza 

di penitenza, eh' avesse fallata 

vegiendo lei emenda le peccata, 

per quel veder gli è fatta perdonanza. 

Ed ancor più: che quando omo la vede 

già mai non po' pensar di cosa ria, 

che nullo n' è formato in tal resià 

che non tornasse fermo ne la fede ; 

e nel Cavalcanti (p. 23) : 

......... ella si vede 

tanto gentil, che non pò? 'maginare 
che om i* esto mondo l'ardisca amirare 
che non convegna lui tremare in pria ; 



92 LA VITA NUOVA 



gitta nei coi: villani Amore un gelo, 
50 per che ogne lor penserò agghiaccia e pére, 

e qual soffrisse di starla a vedere 
diverria nobil cosa, o si morria: 
e quando trova alcun che degno sia 
di veder lei, quei prova, sua vertute; 
55 • che li avvien ciò che li dona salute, 

e si l'umilia, eh' ogni offesa obblia. 
Ancor 1' ha dio per maggior grazia dato, 
42 che non può mal finir chi 1' ha parlato. 
Dice di lei Amor: c'Cosa mortale 
come esser può si adorna e si pura ? » 

e nel Barberino (Reggimento, p. S6): 

Che chi ricieve da Dio questa grazia 

che sola un' ora la possa vedere 

in cosa vii giammai non può cadere.. 

49. gitta ecc. Amore suscita negli animi, ai quali è sconosciuta 
la virtù della gentilezza, uh senso di riverenza, per il quale ogni loro 
pensiero malvagio si addolcisce o si dilegua. 

54. quei prova sua vertute, cioè gli effetti della virtù di lei; per- 
ché a chi è degno fa sentire gli effetti galutari, lo fa divenire nobil 
cosa: nota il Witte che anche qui Dante giuoca sul doppio significato 
della parola salute; e infatti egli vuol dire che Beatrice colle sue sa- 
lutazioni infonde la salute nelle anime nobili. 

5*5. e si V umilia ecc. e lo fa virtuosamente sereno e rassegnato, 
tanto che dimentica qualunque umana passione; cfr. cap. xi, 1-7). 

59. Dice di lei ecc. Amore stesso non sa come ella possa esser 
mortale è pensa che sia opera divina: il suo corpo è diffuso d'un 
soave colore di perla, gli occhi feriscono il core a ognuno che la con- 
templi, e tutto il suo aspetto è sorridente d'amore. 

60. Come esser ecc. Cfr. Cino (p. 20): 

Come polca di umana natura 
nascere al mondo figura si bella 
com' sete voi ? maravigliar mi fate ! 
Dico guardando la vostra beltate : 
questa non è umaua creatura, 
dio la mandò dal ciel, tanto è novella ; 

e il concetto medesimo era già in Guittone (i, 117): 

Ah Dio ! cosi novella 

puote a esto mondo dimorar figura, 

ched è sovra natura ? 



CAPITOLO XIX 



93 



Poi la reguàrda, e fra sé stesso giura' 
.che dio ne 'ntenda di far cosa nova; ^ 
' ' Color di pèrle ha quasi in forma, quale 
convéne a donna aver, non for misura; ' 
ella è quanto di ben può far natura;' 
! ';;'; per esempio di lei* biéltà si prova. . , r 

è in Monte Andrea (son. Come il sole), che diceva alla sua donna: 
.... la giente n' è tutta 'n errore ' 

che terrena, figura ess«r. possiate. 

62. che dio ecc. Cfr. Chiaro Davanzati (Ant. rim. volg., in, UH): 

Ben credo dio volesse, ' -• ' ' ' ■ •' 

quando la fé' imprimerò, 

che '1 suo visagie altero ■».:.» 

sovr' ogni altro paresse; 1 , 

3 altrove,, meglio (ito,, :jn». 151): ■ ; r . > 

, S t, ;; . ; , Per maraviglia fue in. terra formata . , < . ., / \\ 

■ la gioi' del mondo, ch'ogni gioia avanza; : . t . 

e sol la face dio per dimostranza, 

perché da' boni fossene adorata ; 
e Monte (son. cit.) : '.'..'■*.' 

. . . angiola siate di divina altura 

o che dio volle mostrar sua possanza 

de le belleze in vostra figura. 

63. Color di perle ecc. Ella ha diffuso nel sembiante come un 
mite e temperato pallore quasi di perla ; riguardo al colore proprio di 
Beatrice cfr. xxxvi, 3; anche F. degli Uberti della sua donna '{Rime, 
p. 34) : Con un colore angelico di pèrla e P. Tedaldi (son. xvu) : El 
color vostro è a grana e a perla tratto. Il Canal (Leu. a Filippo 
Scolari, Padova, 1854) non soddisfatto della lezione e dell' interpreta- 
zione comune propose di legger cosi : Con lor di porla, qùasiinfor* 
ma, •qikale' Conviene a donna aver ecc., spiegando: « Amore giura 
che Dio intende di far cosa nuova, ed è di porre Beatrice corporal- 
mente fra loro, ciò sono gli angioli è i beati che gliela chiedono* quasi 
in formalo vogliamo dire a modello, di ciò che ha da essere donna 
perfetta, cioè secondo misura »; ma è congettura più tosto ingegnosa 
che fondata ; né il lor sarebbe possibile riferito agli angeli dilètti. 

• 64. convene ecc. cfr. Purg. xix 13-15. ■ 

66. per esempio - r al paragone di Beatrice si giudica la' bellézza. Itf 

forma meno perspicua aveva espresso già lo stesso concetto Terino 

daCasteltìorentino {Ant. rim. volg., II, 385): ' V-" 1 

. •; ,; .• Se nonché par sembianza • '■■ ■■■■■.' 

'i '. , ■., de la natura dato, . . . • .,, . 1 

r. .. . vostro viso e lo stato, . .. • . ■• , 

. , : . , per tragiere d' eranza •;■',-' 

ehi di belleze avesse dubitato 



65 



94 LA VITA NUOVA 



De gli occhi suoi, come eh' ella li mova, 
escono spirti d' amore infiammati, 
che feron li occhi a qual, che allor la guati, 
70 e passan si che '1 cor ciascun retrova. 

Voi lei vedete Amor pinto nel viso, 

67. De gli occhi suoi ecc. Già nel Guinizelli lo sguardo della donna 
era rappresentato come il diffondersi di una luce mirabile che per- 
cuote l' animo dell 1 amante (p. 34) : 

Apparve luce che rendè splendore, 
che passao per li occhi e '1 cor ferio 
ond' eo ne sono a tal coadizione : 
ciò furo li belli occhi piea <1' amore 
che me ferirò al cor d'uno disio, 
corno si fere augello di bolzone. 

Nei poeti toscani dello stil nuovo questa luce si raccoglie e personi- 
fica quasi in uno spirito, al quale si dà forma e movenza come di per- 
sona (cfr. la nota al cap. xiv, 33); cosi il Cavalcanti (p. 34) ì 

Veggio negli occhi de la donna mia 
un lume pien di spiriti d' amore 
che portano un piacer novo nel core ; 
Cino (p. 80): 

Nel tempo che de 1 suoi occhi si mosse 
lo spirito possente e pien d' ardore 
che passò dentro si che '1 cor percosse; 

L. Gianni (Val., n, 112): 

Dentro al tuo cor si mosse un spiritello, 
che usci per gli occhi, e vennemi a ferire 
quando guardai lo tuo viso amoroso ; 
e cosi Dante qui, dicendo che dagli occhi di Beatrice escono spiriti 
luminosi d' amore, i quali feriscono gli occhi e passano il cuore a chi 
la mira. 

71. Voi lei vedeteeee. Amore lampeggia negli occhi, nel volto, nel- 
r aspetto della donna, si che niuno può fissarla, senza sentirsi preso 
di forte commozione. L'emendazione proposta dal Trivulzio e accolta 
da tutti gli interpreti e editori, del cambiare viso in riso (nel senso 
di bocca, cfr. Inf., v, 133: quando leggemmo il disiato riso), è ap- 
poggiata a quel che Dante scrive più sotto, 121, dove riferendosi a 
questo verso dice di aver parlato « de la bocca la quale è fine d'amo- 
re », poiché dalla bocca viene il saluto, cui intendono i desirì del- 
l' amante. Ma non mi par da ripudiare la lezione viso, per più ra- 
gioni: 1*, in questi due versi non abbiamo se non una ripetizione del 
concetto espresso nei precedenti, dove appunto degli occhi e del loro 
effetto si parla ; 2', naturalmente non si può sostenere lo sguardo di 



CAPITOLO XIX 95 



56 là o' non potè alcun mirarla fiso. 

Canzone, io so che tu girai parlando 

a donne assai, quand' io t'avrò avanzata ; 

or t'ammonisco, perdi' io t'ho allevata 75 

per figliuola d'Amor giovane e piana, 

che là ove giugni, tu dichi pregando: 

« Insegnatemi gir; ch'io son mandata 

a quella, di cui loda io sono ornata ». 



una donna, ma nella bocca si può ben mirarla fiso, anche se si è 
commossi; 3*, di riso per bocca non si ha esempio, perché nel luogo 
cit. dell' Inf. vale più. tosto bocca sorrideute, né a questa significa- 
zione più determinata si può trarre questa parola nella canzone perché 
nella divisione Dante dice di considerar la bocca in quanto saluta ; 
4* finalmente, tutti i manoscritti leggono viso. È da credere adunque 
che Dante scrivendo la canz. usasse questa parola nel senso a lui più 
famigliare di vista ; ma più tardi, scrivendo la prosa e volendo sotti- 
lizzare e distinguer le varie parti della sua poesia, traesse quella pa- 
rola al senso più generale di volto, aspetto ecc. e quindi pensasse a 
spiegar gli ultimi versi come un accenno all'affetto mirabile del saluto 
di Beatrice ; cfr. anche la nota a questo cap., 121. 

72. là o', cioè là ove. - fiso, in funzione avverbiale, fisamente. 

73. Canzone ecc. Il poeta manda fuori la sua canzone, perché trovi 
la via a Beatrice fermandosi a chieder di lei solo a donne gentili e a 
uomini cortesi che l'accompagnino là dove potrà raccomandarlo ad 
amore. 

74. t'avrò avanzata, t'avrò licenziata, spinta innanzi nel mondo. 

76. per figliuola ecc. cfr. L. Gianni (Val. n, 1 18), di una sua bal- 
lata: Poi sei nata d'Amore ancella nuova, -giovane e piana; non 
vuol dire agevole a intendersi, come spiegano il Giul. e il Witte, ma 
più tosto modesta e umile, come spiega il Card. ; il quale cita i se- 
guenti riscontri : Dante stesso : A chi era degno poi dava salute Con 
gli occhi suoi quella benigna e piana; il Petrarca (son. Più volte già, 
3) : assalir con parole oneste accorte La mia nemica, in atto umile 
e piano ; e il Giamboni (Della mis. dell'uomo, tratt. ni, e. 12) : dee il 
povero nella sua povertade essere piano ed umile e non superbio ; 
e si aggiungano anche questi di L. Gianni (Val, n, 118): Ma fia negli 
occhi suoi umile e piana, e del Poliziano, Stanze, i, 46: Con lei 
se 'n va Onestate umile e piana. 

79. a quella ecc. a Beatrice; si costruisca: a quella di cui io sono- 
loda ornata, della quale io sono una poetica lode. Ma si potrebbe in- 



96 LA VITA NUOVA 



30 E se non vuoli andar, si come vana 

non restare ove sia gente villana: 
ingegnati, se puoi, d'esser palese 
solo con donne o con uomo cortese, 
che ti morranno là per via tostana. 

85 Tu troverai Amor con esso lei; 

raccomandami a lui come tu dèi. 



Questa canzone, acciò che sia meglio intesa, la di- 
viderò più artificiosamente che l'altre ,cose di sopra, 
e -però prima ne fo tre parti. La prima parte è próe J 



tendere di cui loda per della cui loda, delle lodi della quale; anche 
pòrche la lode è sempre qualche cosa di esteriore alla persona cui si 
tribuisce. 
■ 80. si coline vana ecc. non restar vanamente fra genti prive di 
cortesia. 

'82. palese, manifesta; e tutto il verso significa: sforzati di aprire 
l' intendimento tuo ecc. 

84. merranno, meneranno; - tostana, più corta, che si percorre 
phi' brevemente. ' 

■» 86: a lui, ad Amore, che deve intercedere per Dante presso Bea- 
trice; cfr. cap. xir, 93-100. Altri testi leggono meno bene a lor, rife- 
rendo la raccomandazione alle donne e agli uomini gentili. 

88. più artificiosamente, con divisioni più complicate che non 
siano quelle accompagnate alle precedenti poesie; di fatti qui divide 
prima la canzone in tre parti (1-14, proemio; 15-56, intento trattato; 
57-70, serviziale) , e le due prime si suddividono: la prima in quattro 
particelle (1-4, indirizzo e ragioni del dire; 5-8, condizione di spirito 1 
del poeta; 9-12, modo del dire; 13-4, ragioni del parlare alle donne); 
la seconda in due parti minori, l'una (15-28) degli effetti di Beatrice in 
cielo, l'altra (29-56) di Beatrice in terra, e questa suddivisa in due se- 
condo che si tratta dell' anima (29-42) e del corpo (43-56) di iei, e la 
parte relativa al corpo in una delle bellezze generali (43-50) e in una 
delle bellezze particolari (51-6), distinte anch'esse secondo gli occhi 
(51-4) e la bocca (55-6); e la terza poi non è suddivisa da Dante, perché 
ognuno poteva distinguere da sé ciascuno dei tre pensieri di cui ri- 
finita; ciò sono come debba andare la canzone (57-61), che debba dire 
(62-8); che cosa debba fare (69-70). 



CAPITOLO XIX 97 



mio de le seguenti parole ; la sesonda è lo 'ntento trat- 90 
tato; la terza è quasi una serviziale de le precedenti 
parole. La seconda comincia quivi: Angelo clama 
[v. 15] ; la terza quivi : Canzone io so che [v. 57]. La 
prima parte si divide in quattro: ne la prima dico a 
cu' io dicer voglio de la mia donna, e perché io vo-93 
glio dire; ne la seconda dico quale me pare avere a 
me stesso quand' io penso lo suo valore, e come io . 
direi s'io non perdessi l'ardimento; ne la terza dico , 
come credo dire, acciò ch'io non sia impedito da viltà; 
ne la quarta ridicendo anche a cui ne intendea dire, ìoo 
dico la cagione per che dico a loro. La seconda co- 



90. lo 'ntento trattato. Alcuni hanno preferito di leggere, contro 
Tautorità dei codici, l' intero trattato; ma si è notato che più tosto 
di una determinazione quantitativa è necessaria qui una qualitativa; 
e a ciò, osserva il Rajna, « pare soddisfi la voce intento, dura si, ma 
adatta allo stile filosofico di queste chiose ». Convengo anch' io nell'ac- 
coglier la lezione dei codici ; ma non mi pare che intento possa esser 
qui un epiteto qualitativo: è sostantivo vero e, proprio, nel senso che 
ha altre volte in Dante (per es. Purg., xvn, 48) di pensiero in quanto 
è rivolto a un determinato obbietto. Intendasi dunque lo 'Mento trat- 
tato, il pensiero esposto, la trattazione del mio concepimento intorno 
a Beatrice. 

91. serviziale, in servigio, a compimento. Il congedo o commiato 
della canzone da Dante è chiamato nel Conviv., n, 12 tornata « pe- 
rocché li dicitori che in prima usarono di farla, fenno quella, perché 
«antata la canzone, con certa parte del canto ad essa si ritornasse ». 
E soggiunge: «ma io rade volte a quella intenzione la feci: e accioc- 
ché altri se n' accorgesse, rade volte la posi coll'ordine della can- 
zone, quanto è al numero che alla nota è necessario ; ma fecila quando 
alcuna cosa in adornamento della canzone era mestiero a dire fuori 
della sua sentenza; siccome in questa e nell'altre vedere si potrà». 
La canz. di questo cap. della V. N. è una delle poche di Dante, in cui 
il congedo sia formato da un'intera stanza, e non da una strofettapiù 
breve. 

100. ridicendo ecc. ripetendo nuovamente a quali donne io volessi 
parlare. 

Dante — La Vita Nuova. 7 



9$ LA VITA NUOVA 



mincia quivi: Io dico [v. 5]; la terza quivi : E io non 
vó 1 parlar [v. 9]; la quarta: Donne e donzelle [v. 13]. 
Poscia quando dico Angelo clama, comincio a trat- 

105 tare di questa donna; e dividesi questa parte in due- 
Ne Ja prima dico che di lei si comprende in cielo ; 
ne la seconda dico che di lei si comprende in terra, 
quivi: Madonna è desiata [v. 29]. Questa seconda 
parte si divide in due: che ne la prima dico di lei 

no quanto da la parto de la nobilitade de la sua anima, 
narrando alquante de le sue vertudi, che de la sua 
anima procedeano : ne la seconda dico di lei quanto 
da la nobilita del suo còrpo, narrando alquanto de le 
sue bellezze, qui : Dice di lei Amor [v. 43]. Questa 

115 seconda parte si divide in due: che ne la prima dico 
d'alquante bellezze, che sono secondo tutta la persona ; 
ne la seconda dico d'alquante bellezze, che sono se- 
condo determinata parte de la persona, quivi : De gli 
occhi suoi [v. 51]. Questa seconda parte si divide in 

120 due ; che ne l'una dico de gli occhi, li quali son prin- 
cipio de l'Amore; ne la seconda dico de la bocca, la 

110. guanto da la parte ecc. per quel che riguarda l'anima nobi- 
lissima di Beatrice. 

111. narrando, nel senso più generale di esporre, dire. 

116. bellezze, che sono secondo tutta la persona; cioè proprie del- 
l'aspetto generale del suo corpo, la gentilezza ed eleganza del sem- 
biante e il diffuso colore di perla. 

117. bellezze, che sono secondo determinata parte, cioè quelle 
particolari degli occhi e del volto. 

121. dico de la bocca; veramente nella canz. aveva detto del viso, 
nel senso più comune di vista; qui poi trae la voce al significato di 
volto, per poter intendere anche della bocca, che è come gli occhi una 
delle parti che servono alla manifestazione del pensiero, e mettere cosi 
in relazione questi versi con quelli della canz. filosofica Amor che ne 
la mente mi ragiona (p. 192): 



CAPITOLO XIX 99 



quale è fine d'Amore. E acciò che quinci si lievi ogni 
vizioso pensiero, ricordisi chi ci legge, che di sopra è 
iscritto che '1 saluto di questa donna, lo quale era 
de le operazioni de la bocca sua, fue fine de li miei 125 
desideri, mentre ch'io lo potei ricevere. Poi quando 
dico: Canzone, io so che tu, aggiungo una stanza 
quasi come ancella, a le altre, ne la quale dico .quello, 
che di questa mia canzone disidero. E però che in . 
questa ultima parte è lieve a intendere, non mi tra- iso 
vaglio di più divisioni. Dico bene, che più aprire lo 'n- 
tendimento di questa canzone si converrebbe usare di 
più minute divisioni; ma tuttavia chi non è di tanto 
ingegno, che per queste che sono fatte la possa inten- 
dere, a me non dispiace se la mi lascia stare: che 135 
certo io temo d'avere a troppi comunicato lo suo in- 
tendimento, pur per queste divisioni che fatte sono, 
s'elli avvenisse che molti lo potessero udire. 

Cose appariscon ne lo suo aspetto 

che mostran de' piacer del Paradiso; 

dico ne gli occhi e nel suo dolce riso ecc. 
e con la teorica esposta nel Convivio (in, 8). 

122. E asciò ecc. affinché chi legge non abbia a pensare che si debba 
intendere la bocca esser fine d'amore in quanto è ministra dei baci, 
Dante richiama a quel che ha detto innanzi (cap. x, 11; xi, 19 e xvm, 
84), che fine del suo amore era il saluto di Beatrice e avverte il saluto 
esser operazione della bocca. « Questa scrupolosità, nota l' Orlandini, 
ombrosa e quasi soverchia di essere meno che'delicatamente inteso, e 
franteso, non apparisce nell'altro stadio della sua passione, in cui pur 
narra di aver veduto, almanco per virtù di estasi, la nudità della amata ». 
133. ma tuttavia ecc. Cfr. nel Conv., ir, 12 a proposito d'un'altra 
canzone: « O uomini, che vedere non potete la sentenza di questa can- 
zone, non la rifiutate però; ma ponete mente la sua bellezza, ch'è 
grande, si per la costruzione, la quale si pertiene alli gramatici; si 
per l'ordine del sermone, che si pertiene alli retorici; si per lo nu- 
mero delle sue parti, che si pertiene a' musici. Le quali cose in essa 
si possono belle vedere, per chi bene guarda ». , 



100 LA VITA NUOVA 



r 



XX 



Appresso che questa canzone fue alquanto divol- 
gata tra le genti, con ciò fosse cosa che alcuno amico 
l'udisse, volontà lo mosse a pregarmi ched io gli do- 
vessi dire che è Amore, avendo forse, per le parole 
udite, speranza di me oltre che degna. Ond'io pensando 
che appresso di cotale trattato, bello era trattare al- 
quanto d'Amore, e pensando che l'amico era da servire, 
propuosi di dire parole, ne le quali io trattassi d'Amore; 



XX. — 1. fue alquanto divolgata ecc. Della pronta diffusione di 
questa canzone è prova il fatto che essa si legge nel memoriale bolo- 
gnese dell'anno 1292, e nel codice vaticano 3793, grande raccolta di 
rime messa insieme negli ultimi anni del secolo xm. 

2. alcuno amico ecc. Non sappiamo quale degli amici di Dante 
gli domandasse la definizione d'amore ed è un equivoco grossolano 
quello del Giul. che qui tira in campo Forese Donati ; ma abbiamo pa- 
recchie testimonianze di simili inchieste, le quali per lo più si face- 
vano in rima, e propriamente in sonetti. Basterà ricordar qui il son. 
di Guido Orlandi: Onde si i/nove e donde nasce amore (Val., n, 273) 
indirizzato al Cavalcanti, il quale rispose colla famosa canzone sulla 
natura d'amore Donna me prega perch'eo voglio dire (p. 3-13). 

4. per le parole udite, cioè per quel che aveva detto nella canz. 
del cap. precedente. 

5. speranza di me ecc. opinione, aspettazione superiore ai meriti. 

8. trattassi d'Amore. Questo sonetto di Dante sulla natura d'Amo- 
re ci richiama alle molte altre definizioni che ce ne diedero i poeti 
antichi (si vedano gli esempi indicati dal D'Anc.) Primi per ordine di 
tempo discussero su tale argomento Pier della Vigna (Val., i, 53) e 
Jacopo da Lentini (Val., i, 308) rispondendo ai dubbi espressi in un 
sonetto di Jacopo Mostacci (Val., n, 208) : il primo, con molto giro di 
parole, non fa altro che affermare l'esistenza dell'Amore, ma il secondo 
lo definisce come un'aspirazione dell' animo determinata dalla vista 
dell'oggetto amato. E da questa definizione poco si allontanano, e 
solamente nel vario modo di esprimerla i più dei poeti antichi, sino 
al Guinizelli. Dante stesso accennò a varie maniere di intender l'amore, 



CAPITOLO XX 101 



e allora dissi questo sonetto, lo qual comincia : 
[Sonetto X] 

Amore e '1 cor gentil sono una cosa, 10 

si come il saggio in su' dittare pone ; 



in un altro son. (p. 235) che non mi pare inutile riprodurre : . • 

Molti volendo dir che fosse Amore, 

disser parole assai ; ma non poterò 

dir di lui in parte ch'assembrasse il vero, 

né diffinir qual fosse il suo valore : 

ed alcun fu che disse ch'era ardore 

di mente, imaginato per pensiero; 

ed altri disser ch'era disidero 

di voler, nato per piacer del core. 

Ma io dico ch'Amor non ha sustanza, 

né è cosa corporal ch'abbia figura, 

anzi è una passione in disianza ; 

piacer di forma, dato per natura 

sicché '1 voler del core ogni altro avanza, 

e questo basta fin che '1 piacer dura. 

9. questo sonetto. Considerato di per sé non ha valore alcuno di 
poesia ; ma raffrontato alle rime dottrinali dei poeti antichi mostra 
Dante assai più disinvolto nel trattar questa forma che i suoi prede- 
cessori non fossero: nelle quartine il sonetto dantesco procede per di- 
stinzioni che soffocano qualunque calore dell'inspirazione, ma nelle 
terzine si rialza assumendo un'intonazione discorsiva e naturale. 

10. Amore e 7 cor gentil ecc. Dante apertamente dichiara di ripren- 
dere questa, dottrina dal Guinizelli e propriamente da quella canzone 
dal poeta bolognese ch'e' cita nel De vulg. eloquent., i, 9 e u, 5, e nel 
Conviv., rv, 20. I versi della canz. del Guinizelli, ai quali Dante si ri- 
chiama, sono i seguenti (p. 15): 

Al cor gentil ripara sempre Amore 
com'a la selva augello in verdura, 
, né fé' Amore avanti gentil core 

né gentil core avanti amor natura. . . . 

e prende Amore in gentilezza loco 

cosi propriamente 

come clarore in clarità di foco. 

Foco d'amore in gentil cor s'apprende 

corno vertute in pietra preziosa. 

Amor per tal ragion sta in cor gentile 

per qual lo foco in cima del doppiero. . . 

Amor in gentil cor prende rivera. 

Jl concetto del Guinizelli fu accennato da Dante anche nell' Inf., v. 100: 



102 LA VITA NUOVA 



e cosi esser l'uri senza l'altro, osa, 
4 com'alma razionai sanza ragione. 

Falli natura, quand'è amorosa, 
15 Amor per sire, e '1 cor per sua magione, 

dentro la qual dormendo si riposa 
8 tal volta poca, e tal lunga stagione. 



Amor che a cor gentil ratto s'apprende; e da altri poeti e prosatori 
del dugento : per es. Chiaro Davanzali (Ant. rim. volg., in, 104): 

Audit'agio nomare 
che 'n gientil core amore 
fa suo porto, e lo core 
sol si mantien d'amare; 

e l'aut. dell' Intelligenza, 5 è del Fiore di Virtù (ed. Bottari, cap. 1, 
p. 4). 

11. saggio; non questo nome [Inf., i, 89) e con quello di savio 
(Inf., vii, 3; Purg., xxm, 8, xxxni, 15; Conv., iv, 13) designa Dante 
i poeti, in quanto sono maestri di sapienza ; però questo titolo è dato 
a Virgilio, a Stazio, e a Boezio; e qui al Guinizelli, nelle poesie del 
quale, scrive il Card. « la fredda afiettazione dei siculi cede luogo al- 
l'imaginoso sentimento lirico, la dovizia misera del ritmo provenzale 
all'ondeggiamento armonioso e solenne della stanza italica, le forme 
convenute agl'intelletti della scienza». Sulla sua opera poetica è da 
vedere il bel capitolo del Gaspary, Geschichte der it alien Liter., voi. I, 
p. 102 e segg. - dittare, o dittato, come hanno altri testi, è la canzone 
del rimatore bolognese. 

12. e cosi ecc. l'uno potrebbe esser senza l'altro, come l'anima 
ragionevole senza la ragione, cioè l'uno non può esser senza l'altro, 
l'amore senza il cor gentile. - osa, qui e in una canz. di Dante (p. 88) : 
Bar mi potete ciò ch'altri non osa, vale può ; e del verbo osare in 
senso di potere sono frequenti esempi nella poesia antica (cfr. quelli 
raccolti dal Gaspary, La scuola poet. sic, p. 290, nota). Il verso di 
Dante ricorda questi di Guittone d'Arezzo [Ant. rim. volg., iv, 109): 

Ch'altresì come buon diritto sorte 
l'uno come l'altro ed esser osa. 

13. com'alma. Il Witte cita la terzina del Par., vni, 100: 

E non pur le nature provvedute 
son nella mente, ch'è da sé perfetta, 
ma esse insieme con la lor salute. 

14. Falli ecc. La natura amorosa costituisce il sentimento come 
signore dell'animo, dove come in sua propria dimora dorme, ora poco 
ora molto secondo le particolari tendenze degli uomini, aspettando di 



CAPITOLO XX 103 



Bieltate appare in saggia donna pui, 

che piace a gli occhi si, che dentro al core : 

11 nasce un disio de la cosa piacente: 29 

e tanto dura talora in costui, 
r che fa svegliar lo- spirito d'amore : 

14 e simil face in dònna omo valente. . 

Questo sonetto si divide in due parti» Ne la prima 
dico di lui in quanto è in potenza ; ne la seconda dico 85 
di lui in quanto di potenza si riduce in atto. La se- , 
conda comincia quivi: Bieltate appare [v. 9]. La pri- 



passare dallo stato di potenza all'atto. . Opportunamente il D'Anc. ri- 
chiama qui i versi del Purg., xviii, 19 : - . . . , 

L'animo, eh' è creato ad amar presto, 

ad 'ogni cosa è mobile che piace, 

tosto che dal piacere in atto è desto. 

Vostra apprensiva da esser verace 

tragge intenzione, e dentro a, voi la spiega, 

si che l'animo ad essa volger face. 

E se, rivolto, inver di lei si spiega 

quel piegare è amor, quello è natura 

che per piacer di nuovo in voi si lega. 

Si tenga presente anche il seguente passo del Conviv., in, 2: « Amore, 
veramente pigliando e sottilmente considerando, non è altro, che uni- 
mento spirituale dell'anima e della cosa amata; nel quale unimento 
di propria sua natura l'anima corre tosto o tardi, secondoché è li- 
bera o impedita .... Perocché 1* essere dell' anima dipende da Dio, e 
per quello si conserva, naturalmente disia e vuole a Dio essere unita 
per lo suo essere fortificare. E perché nelle boutadi della natura 
umana la ragione si mostra della divina, viene che naturalmente 
1' anima umana con quelle per via spirituale si unisce tanto più tòsto 
e più forte, quanto quelle più appaiono perfette; lo quale apparimento 
è fatto, secondoché la conoscenza dell' anima è chiara o impedita. E 
questo unire^gjjuello che noi dicemo amore ». 

18. Bieltate ecc. l'apparir di una donna bella e saggia suscita nel 
cuore dell' uomo un desiderio, che reca in atto l'amore. : 

23. E simil ecc. e . altrettanto fa rispetto alla donna l'uomo vir- 
tuoso. 

25. di lui, d'Amore, che è l'argomento del sonetto. 



104 LA VITA NUOVA 



ma si divide in due : ne la prima dico in che suggetto 
sia questa potenza, e ne la seconda dico si come que- 

30 sto suggetto e questa potenza siano produtti in essere, 
e come l'uno guarda l'altro, come forma materia. La 
seconda comincia quivi : Falli natura [v. 5]. Poi quando 
dico : Bieltate appare, dico come questa potenza si 
riduce in atto ; e prima come si riduce in uomo, poi 

35 come si riduce in donna, quivi : E simil face in donna 
[v. 14]. 

XXI 

Poscia che trattai d'Amore ne la soprascritta rima, 
vennemi volontà di dire anche in loda di questa gen- 
tilissima parole, per le quali io mostrassi come per 
lei si sveglia quest'amore, e come non solamente si 
5 sveglia là dove dorme, ma là ove non è in potenza, 



28. in che suggetto sia questa potenza, in quali anime sia questa 
attitudine all'amore. 

30. in essere-, cfr. Parati., xxvm, 23: 

Forma e materia congiunte e purette 
uscirò ad atto che non avea fallo. 

Altri leggono in essere insieme; ma è giunta inutile. 

31. l'uno ecc. come amore è verso il cuore in relazione di forma 
a materia; essendo l'amore il particolare atteggiarsi del sentimento 
nell'anima umana. 

XXI. — 1. rima, il sonetto del cap. xx. 

3. come per lei si sveglia ecc. come ella susciti questo amore 
non solo dove è in potenza, ma anche dove non è : questo concetto 
degli effetti di Beatrice è in relazione con la teoria espressa nel so- 
netto precedente. 

4. si sveglia guest' amore. Spesso l'amore è concepito come ad- 
dormentato nell'animo dell'uomo, finché venga a destarlo la virtù della 
donna; cfr. cap. xxiv, 38, e il Cavalcanti (p. 51): 

Voi che per gli occhi miei passaste al core 
e svegliaste la mente che dormia. 



CAPITOLO XXI 105 



ella mirabilemente operando lo fa venire. E allora dissi 
questo sonetto, lo quale comincia : 

[Sonetto XI] 

Ne li occhi porta la mia donna Amore 
per che si fa gentil ciò ch'ella mira; 

Cino (p. 10) in un sonetto, che è tutto un' imitazione di questo di Dante 

Questa donna che andar mi fa pensoso 
porta nel viso la virtù d'amore, 
la qual fa disvegliare altrui nel core 
lo spirito gentil che v' é nascoso ; 

e il Petrarca (Canz. Se 7 pensier, 6) : 

E desteriesi Amor là dov' or dorme. 

6. mirabilemente operando. Il Witte osserva: «Che beltà e sag- 
gezza di donna sveglino Amore, lo riducano in atto nel cuore in cui 
esso Amore già dorme, esiste in potenza, corrisponde alla legge uni- 
versale ; ma che Beatrice lo faccia venire, o nascere ne' cuori che non 
vi sembrano qualificati, nei quali Amore non dormiva in potenza, è 
un miracolo, un'operazione mirabile ». 

7. questo sonetto. È il primo di una serie nella quale Dante per 
la perfetta fusione del reale coli' ideale raggiunse il culmine dell'arte : 
qui la bellezza corporea scompare trasformata da una forte fantasia, 
che la rappresenta solo nei suoi effetti psicologici con una tale pu- 
rezza di linee e soavità di parola da far credere quasi che lo stile e 
il linguaggio siano avvivati dall' idealità che pervade tutto il concetto. 

8. Ne li occhi ecc. Un altro son. di Dante (p. 119) ha la stessa 
mossa di questo: 

Dagli occhi della mia donna si muove 
un lume si gentil, che dove appare 
si vedòn cose, eh' uom non può ritrare 
per loro altezza, e per loro esser nuove ; 

ma gli effetti ch'egli descrive in esso paiono richiamarci ad un altro 
momento del suo amore, e propriamente a quello stato di animo che 
è descritto nel cap. xv. Cino (p. 25) in un sonetto che ha la medesima 
intonazione di questo di Dante, celebra cosi gli effetti della vista della 
sua donna: 

Una gentil piacevol giovenella 

adorna vien d'angelica virtute 

in compagnia di si dolce salute 

che qual la sente poi d'amor favella. 

9. per che ecc. Il Card, cita a riscontro il verso di L. de'Medici, 
degli occhi della sua donna : Fan gentil ogni cosa che li miri, e 



106 LA VITA NUOVA 



io ov' ella passa, ogni uom ver lei si gira, 

4 e cui saluta fa tremar lo core, 

si che, bassando il viso, tutto ismore, 
e d'ogni suo difetto allor sospira : 
fugge dinanzi a lei superbia ed ira; 

15 8 aiutatemi, donne, farle onore. 

Ogne dolcezza e ogne penserò umile 
nasce nel core a chi parlar la sente ; 
11 oud' è laudato chi prima la vide. 

Quel eh' ella par quand' un poco sorride, 

quello del Poliziano, Stanze, i, 2, ad Amore : Gentil fai divenir ciò 
che tu miri. 

14. fugge ecc. Poliziano, St. i, 45: 

Ira dal volto suo trista s' arretra, 
e poco avanti a lei Superbia basta. 

15. aiutatemi ecc. invoca in aiuto per onorar degnamente Bea- 
trice le donne gentili, alle quali indirizzò la canzone del cap. xxx, e 

ì alle quali si riferiscono i due sonetti, xxu. 

16. Ogne dolcezza ecc. la parola di lei suscita nelT animo degli 
ascoltatori i più dolci e sereni sentimenti. 

18. ond' è laudato ecc. Il D'Anc. : « chi primo di lei s'accorse, 
quegli ne senti la potenza vivificante, e ne ottenne perciò lode per 
aver corrisposto coi pensieri e colle opere a tanta efficacia » e ag- 
giunge che primo fu Dante stesso a divinarne la celeste natura, quando 
Beatrice era ancora fanciulla e nessuno le badava. Anche il Tod. 
spiega in questo senso : « chi la vide prima, egli dice, ebbe campo a 
preferenza degli altri di rendersi degno di lode, perché gli umili e 
dolci pensieri nati nel cuore di lui dallo sguardo e dalle parole di 
Beatrice potevano germogliare e crescere ed informare le azioni della 
sua vita, per modo da ottenergli le commendazioni altrui ». Meno 
buona è senza dubbio la lezione ond'' è beato, sebbene se ne possa 
trovar una giustificazione nell' equivoco che Dante fa altrove tra il 
nome e la qualità della sua donna : cfr. cap. i, 5. 

19. Quel ch'ella ecc.; si cfr. tutta la terzina con questi versi del 
Par., xvm, 7 : 

Io mi rivolsi all'amoroso suono 
del mio conforto ; e quale io allor vidi 
negli occhi santi amor, qui l'abbandono ; 
non perch' io pur del mio parlar diffidi, 
ma per la mente, che non può redire 
sovra sé tanto, s' altri non la guidi; 



CAPITOLO XXI 107 



non si può dire, né tenere a mente, 20 

14 si. è novo miracolo e gentile. 

Questo sonetto si ha tre parti. Ne la prima dico 
si cóme questa donna riduce questa potenza in atto, 
secondo la nobilissima parte de' suoi occhi: e ne la 
terza dico questo medesimo, secondo la nobilissima parte 25 
de la sua bocca. E intra queste due parti è una par- 
ticella, eh' è quasi domandatrice d'aiuto a la precedente . 
parte ed a la seguente, e comincia quivi : Aiutatemi, 
donne [v. 8].' La terza comincia quivi: Ogne dolcezza 
[v. 9]. La prima si divide in tre; che ne la prima 30 
parte dico si come virtuosamente fa gentile tutto ciò 
che vede ; e questo è tanto a dire, quanto inducere 
Amore in potenza là ove non è. Ne la seconda dico 

e con questi del Cavalcanti (p. 14) : 

Di questa donna non si può contare, 

che di tante bellezze adorna véne, • 

che mente di qua giù nolla sostene, 

si che la veggia lo 'ntelletto nostro. 

21. si è novo miracolo ; cfr. cap. xix, 62 : ohe dio ne 'Menda di 
far cosa nova, Beatrice è detta uno miracolo nel cap. xxix, 30, co- 
tidiano e visibile miracolo nel Conviv., in, 7: e miracolo più adorno 
nel Par., xvni, 63 ; ma nel sonetto è detto forse più dell'atto che della 
persona, ed è temperato poi dall'epiteto di gentile. 

27. è quasi domandatrice d'aiuto ecc. è una domanda alle donne 
gentili perché aiutino l'opera dell' onorare Beatrice. Secondo il Card. 
la precedente parte è la canz. del cap. xix e la seguente i sonetti 
del cap. xxii, perché in queste poesie « a punto entrano le donne in- 
vocate aiutatrici » ; ma allora si dovrebbe collegare il discorso cosi : 
è quasi domandatrice a la precedente parte e a la seguente d'aiuto, 
e ammettere che questo sonetto e quelli del cap. xxii fossero conce- 
piti nello stesso momento. Invece mi par più semplice l'intendere che 
si chieda alle donne di venire in aiuto, di aggiungere cioè qualche 
loro encomio a quel che di Beatrice ha detto Dante nella prima parte 
del sonetto e a quel che dirà nella seconda. 



108 LA VITA NUOVA 



come reduce in atto Amore ne li cuori di tutti coloro 
35 cui vede. Ne la terza dico quello che poi virtuosa- 
mente adopera ne' loro cuori. La seconda comincia : 
Ov 1 ella passa [v. 3], la terza : E cui saluta [v. 4]. 
Poi quando dico : Aiutatemi, donne, do a intendere 
a cui la mia intenzione è di parlare, chiamando le 
40 donne che m'aiutino onorare costei. Poi quando dico: 
Ogne dolcezza, dico quello medesimo che detto è ne 
la prima parte, secondo due atti de la sua bocca; l'uno 
de' quali è '1 suo dolcissimo parlare, e 1' altro lo suo 
, mirabile riso ; salvo che non dico di questo ultimo come 
45 adopera ne li cuori altrui, però che la memoria non 
puote ritenere lui, né sua operazione. 

XXII 

Appresso non molti di passati, si come piacque al 
glorioso Sire, lo quale non negoe la morte a sé, colui 
eh' era stato genitore di tanta maraviglia, quanta si 

XXII. — 2. lo quale non risparmiò a sé stesso la morte per re- 
dimere l'uomo; cfr. Purg., xxxm. 63 : colui che 7 morso in sé punio. 

3. colui eh' era stato ecc. Sarebbe qui accennata, secondo i più 
degli interpreti, la morte di Folco Portinari, padre di Beatrice (cfr. 
la nota al cap. i, 10) ; del quale sappiamo che appartenne ad una fa- 
miglia ghibellina potente di ricchezze e di consorterie, che dopo la 
pace fatta per la mediazione del cardinal Latino fu ammesso all'eser- 
cizio de' pubblici offici e nel 1282 fu tra i quattordici Buoni Uomini, ma- 
gistrato supremo allora constituito: fu dei Priori nella prima elezione 
fatta nell'82, e di nuovo poi nell'85 e nell'87: mori l'ultimo dell'an- 
no 1289 e fu onorato di splendidi funerali fatti a spese pubbliche : ebbe 
in moglie Cilia Caponsacchi, che lo fece padre di molti figliuoli. Fu 
uomo assai caritatevole e liberale, e fino dal 1285 aveva pensato a fon- 
dare uno spedale, al quale fu posto mano due anni di poi e dato compi- 
mento il 23 giugno del 1288. Queste notizie, che dobbiamo alla dili- 
genza del Passerini (Storia degli stabilimenti di beneficenza ecc. Fi- 



CAPITOLO XXII 109 



vedea eh' era questa nobilissima Beatrice, di questa 
vita uscendo a la gloria eternale sen gio veracemente. 5 
Onde, con ciò sia cosa che cotale partire sia doloroso 
a coloro che rimangono, e sono stati amici di colui 
che se ne va ; e nulla sia si intima amistade, come 
da buono padre a buon figliuolo, e da buon figliuolo a 
buon padre ; e questa donna fosse in altissimo grado io 
di bontade, e '1 suo padre (si come da molti si crede, 
e vero è) fossi buono in alto grado ; manifesto è, che 
questa donna fue amarissimamente piena di dolore. E 
con ciò sia cosa che, secondo l'usanza della sopra- 



renze, Le Monnier, 1853, p. 284 e segg.), dimostrano la sincerità di 
Dante, che lo riconobbe buono in alto grado e affermò francamente 
ch'egli era uscito di questa vita per salire a la gloria eternale. 

6. cotale partire, la morte. 

9. da buono padre a buon figliuolo. Osserva il Card. : « qui il 
da seguito da a ha quasi valore di tra; ed é modo comune e vivo 
nella significazione di relazioni interne o tacite »: e reca parecchi 
esempi antichi di questo uso, nei quali per altro non si hanno come 
termini dei sostantivi, ma dei pronomi. Uno più conforme a questo 
di Dante è in M. Villani, vni, 38: Qui cominciò l'odio da' gentiluo- 
mini al popolo. 

11. si come da molti ecc. Doveva esser voce comune che celebrava 
la bontà dell'animo del padre di Beatrice: e i fatti della sua vita pro- 
vano che il giudizio dei più non andava errato. 

12. manifesto è ecc. È curioso a notare che a narrare questo 
fatto della morte del padre della sua donna Dante proceda, non colle 
forme proprie del racconto, ma per via di ragionamento e di sillo- 
gismi: questo fatto, che potrebbe parere un argomento in sostegno 
delle interpretazioni allegoriche, non è stato osservato; ma non è altro 
che una nuova dimostrazione delle tendenze scolastiche di Dante, le 
quali appaiono anche nei momenti della più viva commozione. 

14. secondo V usanza della sopradetta cittade ecc. Era costu- 
manza in Firenze, come del resto in altre città d' Italia, che i parenti 
si raccogliessero a piangerei loro morti in casa, oppure nella chiesa ; 
chiamava si il corrotto, e v'accennano spesso le cronache e gli statuti 
medioevali. Il Boccaccio, Dee, n, 132 : « Fu adunque questo corpo 



110 LA VITA NUOVA 



15 detta cittade, donne con donne ed uomini con uomini 
si raunino a cotale tristizia, molte donne si raunarono 
colà, dove questa gentilissima Beatrice piangea pietosa- 
mente : onde io veggendo ritornare alquante donne da 
lei, udio dire loro parole di questa gentilissima com'ella 

20 si lamentava. Tra le quali parole udio che diceano : 
« Certo ella piange si che quale la mirasse dovrebbe mo- 
rire di pietade ». Allora trapassaro queste donne ; ed io 
rimasi in tanta tristizia, che alcuna lagrima talora ba- 
gnava la mia faccia, onde io mi ricopria con porre le 

25 mani spesso a li miei occhi. E se non fosse eh' io attendea 
udire anche di lei (però eh' io era in luogo onde sen 
giano la maggiore parte di quelle donne le quali da 
lei si dipartiano), io men sarei nascosto incontanente 



portato in una chiesa, e quivi venne la dolorosa madre con molte 
altre donne parenti e vicine, e sopra lui cominciarono dirottamente 
secondo l'usanza nostra, a piangere et a dolersi. E mentre il corrotto 
grandissimo si facea, il buon uomo, in casa cui morto era, disse alla 
Salvestra: Deh ponti alcun mantello in capo, e va' a quella chiesa 
dove Girolamo è stato recato, e mettiti tra le donne, et ascolterai 
quello che di questo fatto si ragiona, et io farò il siraigliante tra gli 
uomini, acciò sentiamo se alcuna cosa contro a noi si dicesse ». Il 
racconto del Boccaccio conferma propriamente le due circostanze del 
corrotto accennato da Dante ; vale a dire come fosse d'uso comune, 
e come in esso si raccogliessero donne con donne, ed uomini con 
uomini, separatamente. 

17. piangea pietosamente, cfr. cap. vili, 6. 

21. Certo ella ecc. queste parole corrispondono alla domanda di 
Dante nel son. xn, 5-6 e alla risposta delle donne nel son. xm, 12-14. 

22. allora trapassaro ecc. cosi dicendo, le donne passarono oltre. 
28. incontanente che ecc. Osserva bene il Card. : * Il Giuliani 

vuol disgiunto che da incontanente e che leggasi che, essendovi, ei 
dice, in quella particella la ragione perché di subito l'Alighieri si sa- 
rebbe nascoso. Non sta: che egli piangeva lo ha detto di sopra: qui 
gli preme di far notare, eh' e' si sarebbe appartato, nascosto, subito 
che gli vennero le lacrime, per la vergogna di quel pianto non virile, 



CAPITOLO XXII 111 



che le lagrime m'aveano assalito. E però dimorando 
ancora nel medesimo luogo, donne anche passaro presso 30 
di me, le quali andavano ragionando tra loro queste 
parole : « Chi dee mai essere lieta di noi, "che .avemó 
udita parlare questa donna cosi pietosamente ? » Ap- 
presso di costoro passaro altre donne, che veniano di- 
cendo : « Questi eh' è qui piange né più né meno come 35 
se l'avesse veduta, come noi a verno ». Altre diceano di 
poi di me : « Vedi questi che non pare esso ; tale è dive - 
nuto ». E cosi passando queste donne, udio parole di 
lei e di me in questo modo che detto è. Onde io poi 
pensando propuosi di dire parole, acciò che degnamente 40 
avea cagione di dire, ne le quali parole io conchiu- 
dessi tutto ciò che inteso avea da queste donne. E però 
che volentieri l' averei domandate, se non mi fosse 
stata riprensione, presi tanta matera di dire, come se 
io l'avessi domandate, ed elle m'avessero risposto. E 45 

se non fosse stato il desiderio di udir novelle di Beatrice: però, riat- 
tacca nel periodo seguente : dimorando nel medesimo luogo ecc. ». 

30. donne anche, altre donne. 

32. Chi dee ecc. corrispondono alle parole di Dante nel son. xn, 
, 9-12 e a quelle delle donne nel son. xm, 9-11. 

35. Questi eh' è qui ecc. corrispondono alle parole di Dante nel 
son. xn, 13-14 e a quelle delle donne nel son. xin, 5-8. 

37. Vedi questi ecc. corrispondono alle parole delle donne nel son. 
xin, 1-4, ma non hanno riscontro nelle domande di Dante. 

43. se non mi rosse stata riprensione ; se il domandar le donne, non 
mi fosse sembrato riprovevole, come dimostrazione di curiosità malsana. 

44. presi tanta matera, presi argomento bastevole. 

45. E feci due sonetti ecc. Par veramente che ne facesse di più, 
se a questo fatto si riferiscono, come sembra, anche i son. Onde ve- 
nite .... e Voi donne che pietoso .... (cfr. la Not. sulla V. N., § 6); 
ma i due che inseri nella narrazione formano propriamente quel che 
gli antichi chiamavano una tenzone, essendo l'uno la proposta in nome - 
ài Dante, l' altro la risposta in nome delle donne. 



112 LA VITA NUOVA 



feci due sonetti ; che nel primo domando in quel modo 
che voglia mi giunse di domandare ; ne l' altro dico la 
loro risponsione, pigliando ciò eh' io udio da loro, si 
come lo m'avessero detto rispondendo. E comincia lo 
so primo: Voi, che portate la sembianza umile ; e l'al- 
tro : Se 1 tu colui e' hai trattato sovente. 

[Sonetto XII] 

Voi, che portate la sembianza umile, 
cogli occhi bassi mostrando dolore, 
onde venite, che '1 vostro colore 
55 4 par divenuto di pietà simile ? 

Vedeste voi nostra donna gentile 
bagnar nel viso suo di pianto Amore ? 



52. Voi, che portate ecc. Voi che avete 1' aspetto tutto dimesso e 
dimostrate cogli occhi l' affanno doloroso dell' animo ecc. Si noti come 
la mossa di questo sonetto risulti dall'unione dei due concetti espressi 
rispettivamente nel principio dei due già citati, Voi donne che pie- 
toso atto mostrate, e Onde venite voi cosi pensose ? Altro argomento 
per ritener anche questi composti nell'occasione del fatto narrato in 
questo cap. 

54. 'I vostro colore par divenuto di pietà simile ; il pallore del 
volto è insieme il segno degli animi dimessi e degli addolorati; però 
dice Dante che queste donne gentili avevano un colore di pietà simile, 
quale cioè^i conviene a chi sia sotto l'impressione di un doloroso 
commovimento dell' animo ; che nel caso presente non era stato de- 
terminato dall' aver visto il morto, ma Beatrice piangente ed affan- 
nata. Molti testi leggono meno bene : par divenuto di pietra simile 
lezione difesa dal Card., che si riferisce al verso del Purg., xxxin, 74: 
fatto di pietra ed in petrato tinto ; 

se non che anche questo verso del Purg. è molto controverso, e i più 
dei testi leggono ben altrimenti : 

fatto di pietra, ed impietrato, tinto, 
cosi che se ne ricava il senso di indurito, che non ha a che far nulla 
coi versi del son. 

57. bagnar nel viso suo di pianto Amore, bagnar di pianto 
Amore eh' ella porta negli occhi (cfr. cap. vi, 7): « ed è, osserva il 



CAPITOLO XXII 113 



Ditelmi, donne, che mei dice il core, 
8 perh' io vi veggio andar sanz' atto vile. 

E se venite da tanta piotate» 60 

piacciavi di restar qui meco alquanto, 
11 e qual che sia di lei, noi mi celate : 

io veggio gli occhi vostri e' hanno pianto, 

e veggiovi tornar si sfigurate, 
14 che '1 cor mi trema di vederne tanto. 65 

il Card., una imagine tutta bella, tutta nuova, tutta nel gusto italiano ; 
tanto che di questo solo verso tre de' nostri poeti han saputo Cavare 
e ritrarre ciascuno un quadretto separatamente vaghissimo »; i tre 
poeti sono L. de' Medici, L. Ariosto, N. D'Arco. Basterà ricordar qui 
i versi del divino ferrarese, Ori. fur., xi, 64-56: 

■ Mentre parlava, i begli occhi sereni 
de la donna di lagrime eran pieni. 
Era il bel viso suo, qual esser suole 
da primavera alcuna volta il cielo, 
quando la pioggia cade e a un tempo il sole 
si sgombra intorno il nubiloso velo. 
E come il rosignol dolci carole 
mena nei rami allor del verde stelo, 
cosi a le belle lagrime le piume 
si bagna Amore e gode al chiaro lume. 
E ne la face de' begli occhi accende 
1' aurato strale e nel ruscello ammorza, 
che tra vermigli e bianchi fiori scende ; 
e, temprato che 1' ha, tira di forza ecc. 

L'edizione pesarese ha invece: Bagnata il viso di pietà d'amore, ed 
ebbe l'approvazione del Witte, che giudicava sforzata la lezione vera ; 
il Frat. e il Giul. emendarono : Bagnata il viso di pianto d' amore. 

59. vi veggio andar sanz' atto vile, dimesse ed umili non vile- 
mente, ma con aspetto e atti di gentilezza, come quelle che tornavano 
dall' aver veduto Beatrice che fa F altre donne andar seco vestute di 
gentilezza d'amore e di fede (cap. xxvi, 58). 

60. E se venite ecc. Nel son. Onde venite (p. 109) : 

.... i' ho dottanza che la donna mia 
non vi faccia tornar cosi dogliore. 
Deh ! gentil donne, non siate sdegnose 
né di ristare, alquanto in questa via ecc. 

-pietate, spettacolo, vista dolorosa; cfr. Inf., vii, 97: Or discendiamo 

ornai a maggior pietà, e xviii, 22 : Alla man destra vidi nuova pietà. 

65. che 'l cor ecc. che mi sento commosso solamente a vedervi, 

prima di sapere il dolore della mia donna. - tanto, solamente, come 

Dante — La Vita Nuova. 8 



114 A VITA NUOVA 



Questo sonetto si divide in due parti. Ne la prima 

chiamo e domando queste donne se vengono da lei, 

dicendo loro eh' io lo credo, imperò che tornano quasi 

ingentilite. Ne la seconda le prego che mi dicano di 

70 lei; e la seconda comincia quivi: E se venite [v. 9]. 

Qui appresso è l'altro sonetto si come dinanzi ave- 
mo narrato : 

[Sonetto XIII] 

Se' tu colui, e' hai trattato sovente 
di nostra donna, sol parlando a nui ? 

75 Tu ri somigli a la voce per lui, 

4 ma la figura ne par d' altra gente. 
E perché piangi tu si coralmente, 
che fai di te pietà venire altrui ? 
Vedesti! pianger lei, che tu non pui 

80 8 punto celar la dolorosa mente ? 

Lascia pianger a noi, e triste andare, 
(e' fa peccato chi mai ne conforta), 



nel Par., n, 67 : Se raro e denso ciòfacesser tanto, e xvm, 13: Tanta 
poss' io di quel punto ridire. 

73. Se" tu colui ecc. Sei tu quello stesso, che ha trattato di Bea- 
trice nella canz. Donne eh'' avete intelletto d'amore, e in altre poesie, 
rivolgendo il discorso solamente a noi donne gentili e innamorate ? 

Nella canz. cit. (cap. xix, 27) : ina tratterò del suo stato gentile 

donne e donzelle amorose, con vui; e nella canz. di risposta, 2: che 
voi noi donne di tanto servire, Che sua dolse ragion ne face audire. 

76. ma la figura ecc. il tuo aspetto è tanto trasfigurato per il do- 
lore, che sembra quello d'un altro; cfr. nel son. Voi donne (p. 109): 

non pianger più, tu sei già tutto sfatto. 

79. Vedestù, cioè vedesti tu ; che vedere è uno di quei verbi, per 
i quali gli antichi amarono congiungere la 2* pers. sing. del perfetto 
col pronome personale in una sola forma contratta. Altri esempì : 
Dante, Inf., vm, 127: Sovr' essa vedestù la scritta morta ; Bocc. Dee.,, 
ni, 294: qual cavalla vedestù mai senza coda ecc. 



CAPITOLO XXII 115 



11 che nel su' pianto 1' udimmo parlare. 

Eli' ha nel viso la pietà si scorta, 

che qual 1' avesse voluta mirare, 85 

14 sarebbe innanzi lei piangendo morta. 

Questo sonetto ha quattro parti, secondo che quat- 
tro modi di parlare ebbero in loro le donne per cu' io 
rispondo. E però che son di sopra assai manifesti, non 
mi trametto di narrare la sentenzia de le parti, e però 90 
le distinguo solamente. La seconda comincia quivi : E 
perché piangi [v. 5] ; la terza : Lascia piangere a 
noi [v. 9] ; la quarta : ElV ha nel viso [v. 12]. 

XXIII 

Appresso ciò pochi di, avvenne che in alcuna parte 
de la mia persona mi giunse una dolorosa infermitade, 
ond' io soffersi per nove di amarissima pena ; la quale 

83. che nel su' pianto ecc. Cfr. nel son. Voi donne (p. 108) : 

se nostra donna conoscer non puoi 

eh' è si conquisa, non mi par gran fatto 

perocché quel medesmo avvenne a noi. 

86. lei piangendo, Beatrice che piangeva; cfr. la nota al cap. ni, 49. 

87. quattro modi di parlare ebbero ecc. le donne espressero par- 
lando quattro pensieri, chi fosse Dante, perché egli piangesse, perché 
esse dovevano piangere, e come avesser veduto Beatrice dolorosa. An- 
che qui si nota la precisione del distribuire i pensieri nei periodi me- 
trici, già rilevata al cap. xvi, 5. 

90. trametto, nello stesso senso che ha intr umetto al cap. xvi, 35. 

XXIII. — 1. Appresso ciò ecc. Osserva giustamente il D'Anc. che 
è « inutile richiamare l'attenzione del còlto lettore sulla bellezza della 
prosa e dei versi che seguono : non inutile forse l' invitarlo a consi- 
derare se tanta fiamma di afletto e calore di espressioni possano ri- 
ferirsi soltanto a qualche simbolica' significazione, anziché a donna 
viva e vivamente amata ». 

3. per nove di; cosi hanno i migliori testi, ed è lezione confer- 
mata dal ricordo che segue del nono giorno; cfr. del resto la Not. 
sulla V. iV., § 5. 



116 LA VITA NUOVA 



mi condusse a tanta debolezza, che mi convenia stare 
5 come coloro, li quali non si possono muovere. Io dico 
che nel nono giorno sentendo me dolere quasi intolle- 
rabilemente, a me giunse un penserò, lo quale era de 
la mia donna. E quando ebbi alquanto pensato di lei, 
ed io ritornai pensando a la mia debile vita, e veg- 
10 gendo come leggero era il suo durare, ancora che sano 
fosse, si cominciai a piangere fra me stesso di tanta 
miseria. Onde sospirando forte, dicea fra me medesi- 
mo : « Di necessità conviene, che la gentilissima Bea- 
trice alcuna volta si moia ». E però' mi giunse un si 
15 forte smarrimento, che chiusi gli occhi e cominciami a 



4. stare come coloro ecc. cioè in letto, come chi è colpito da grave 
malattia; cfr. sotto, 65: lungo 'l mio letto ecc. 

8. E quando ebbi. . . ed io ritornai ; questa costruzione in forma 
correlativa invece della subordinata, a esprimere il cominciar di una 
azione immediatamente dopo un'altra, è frequente negli scrittori antichi. 

9. debile, meglio che debilitata, perché è in corrispondenza col 
frale della canz. (vedi sotto, 125). 

10. come leggero ecc. come facile a rompere è il filo dell'esistenza 
umana, anche in un corpo sano: ed è osservazione riferita non tanto 
alla vita propria di Dante, quanto alla vita in generale ; sebbene non 
sia necessario cambiare sano in sana, potendosi riferire al durare, 
inteso largamente per vivere ; cfr. del resto nella canz. di questo 
cap., 125. 

13. di necessità conviene ecc. necessariamente importa che Bea- 
trice si muoia. Alla morte sono soggetti tutti gli organismi umani an- 
che se involucri di anime elette; e si noti questo come uno dei tanti 
luoghi che affermano la reale esistenza della donna di Dante. La frase 
avverbiale di necessità è frequente negli antichi ; Dante stesso nelle 
rime (p. 280): Di nicistà convenne, e nel Purg., xxx, 63: di necessità 
qui si registra. 

14. alcuna volta si moia. Cfr. D. Frescobaldi (Val., n, 503): 

Dicendo al cor : tu perdi quella gioia, 
onde convien, che la tua vita moia. 

15. cominciami a travagliare ecc. Osserva il D'Anc. che « que- 
sto passaggio dal pensiero fisso e immanente ad uno stato lucido e 



CAPITOLO XXIII 117 



travagliare sì come farnetica persona ed a iraaginare 
in questo modo: che nel cominciamento de l'errare 
che fece la mia fantasia, apparvero a me certi visi di 
donne scapigliate, che mi diceano : « Tu pur morrai » . 
E poi, dopo queste donne, m' apparvero certi visi di- 20 
versi e orribili a vedere, li quali mi diceano : « Tu 
se' morto ». Cosi cominciando ad errare la mia fanta- 
sia, venni a quello, che non sapea ov' io mi fossi; e 
vedere mi parea donne andare scapigliate piangendo 



còme di visione, nel quale si determinano in forma fantastica gli af- 
fetti che presentemente occupano la mente » è espresso da Dante an- 
che nel Purg. } xvm, 141 : 

Nuovo pensier dentro da me si mise, 
del qual pili altri nacquero e diversi ; 
e tanto d' uno in altro vaneggiai, 
che gli occhi per vaghezza ricopersi, 
e il pensamento in sogno trasmutai. 

- travagliare : la forma riflessiva, in questo senso di passare ad altra 
condizione, cangiarsi è anche nel Par., xxxni, 114 : mutandom' io a 
me si travagliava. 

18. visi eli donne scapigliate ; nella canz. dice visi di donne .... 
crucciati: onde par che Dante abbia voluto raffigurare nel disordine 
dell' aspetto la sdegnosa commozione di quelle donne. 

19. tu pur morrai. In generale i commentatori sorvolano su que- 
ste parole, degne di molta considerazione, perché, oltre a confermar 
la lezione del verso corrispondente nella canz. (che mi dicean - pur 
mortati, morràti -), ce ne danno la vera spiegazione. Anzitutto si noti 
che pur significa qui, come quasi sempre in Dante (nella Commedia, 
circa cinquanta volte) solamente, e le parole delle donne voglion dire : 
tu solamente morirai, non Beatrice per la quale ciò che gli uomini 
intendono esser morte sarà un ritorno alla sua degna sede, al cielo, 
dal quale venne in terra a miracol mostrare. E cosi ci si apre la via 
a spiegare le famose parole del cap. xxvin, 16-18. 

20. visi diversi e orribili, strani e terribili volti ; cfr. Inf., vi, 13 
fiera crudele e diversa. 

24. donne andare scapigliate ecc. Ricorda il Card, il virgiliano 
delle Georg., i, 477 : et simulacra nodis pallentìa miris Vira sub 
obscurum noctis. 



118 LA VITA NUOVA 



23 per via, maravigliosamente triste ; e pareami vedere lo 
sole oscurare si, che le stelle si mostravano di colore, 
eh' elle mi faceano giudicare che piangessero : e pa- 
reami che gli uccelli volando per l'aria cadessero morti, 
e che fossero grandissimi terremuoti. E maravigiian- 

30 domi in cotale fantasia, e paventando assai, imaginai 
alcuno amico, che mi venisse a dire : « Or non sai ? la 
tua mirabile donna è partita di questo secolo ». Allora 
cominciai a piangere molto pietosamente ; e non sola- 
mente piangea ne la immaginazione, ma piangea con 

35 gli occhi bagnandoli di vere legrime. Io invaginava di 
guardare verso lo cielo, e pareami vedere moltitudine 



25. e pareami vedere lo sole ecc. Tutta questa fantasia dell' oscu- 
rarsi del sole, dell' impallidir delle stelle, degli uccelli che cadono morti 
e dei grandi terremoti fu senza dubbio suggerita a Dante dall' Apoca- 
lisse, cap. vi. 12-14 dove si legge: «Ed ecco si fece un gran tremoto, 
e il sole divenne nero, come un sac.o di pelo; e la luna divenne tutta 
come sangue ; e le stelle del cielo caddero in terra, come quando il 
fico, scosso da un gran vento, lascia cadere i suoi ficucci ; e il cielo 
si ritirò, come un libro convolto, ed ogni montagna ed isola fu mossa 
dal suo luogo ». 

26. che le stelle ecc. per l'oscurarsi del sole apparivano le stelle, 
splendendo di una fiocca e pallida luce, si che sembravano piangere 
anch' esse. 

30. imaginai ecc. mi parve vedere un amico, che venisse ad an- 
nunziarmi la morte di Beatrice. 

32. di questo secolo, qui è, come al cap. xxx, 1, la vita terrena in 
ppposizione all' eterna; si cfr. la nota al cap. n, 9. 

33. non solamente piangea ecc. Non solo piangeva in sogno, ma 
in realtà, con gli occhi. La facoltà fantastica di Dante era tanto po- 
tente da fargli provare come reali gli effetti di uno stato solamente 
imaginato ; cosi della visione, all' ingresso del purgatorio quando so- 
gnò che 1' aquila lo rapisse alla sfera del fuoco dice (Purg. y ix, 31): 

Ivi pareva eh' ella ed io ardesse, 
«e si l'incendio imaginato cosse 
che convenne che il sonno si rompesse. 

36. moltitudine d' angeli ecc. In una canz. che fu composta in 



CAPITOLO XXIII 119 



d'angeli, li quali tornassero in suso, ed aveano dinanzi 
da loro una nebuletta bianchissima. A me parea che 
questi angeli cantassero gloriosamente ; e le parole del 
loro canto mi parea udire che fossero queste : Osanna 40 
in excelsis ; ed altro non mi parea udire. Allora mi 
parea che '1 cuore, ov'era tanto amore, mi dicesse : 
«Vero è che morta giace la nostra donna». E per 
questo mi parea andare per vedere lo corpo, nel quale 
era stata quella nobilissima e beata anima. E fue si 45 

un momento simile a questo, quando il poeta presentiva vicina la 
morte di Beatrice, Dante scrive (p. 123): 

Morte, deh ! non tardar mercé, se l'hai ; 
che mi par già veder lo cielo aprire, 
e gli angeli di Dio quaggiù venire, 
per volerne portar l'anima santa 
, di questa, in cui onor lassù si canta 

38. una nebuletta Manchissima. É l'anima di Beatrice, raffigurata 
in una nuvola candida in quanto era purissima, e più celeste che umana. 
Dante aveva imaginato la sua donna come una nuvoletta anche in una 
ballata, scritta forse nei primi momenti del suo amore (p. 117) : 

Deh nuvoletta che in ombra d'Amore 
negli occhi miei di subito apparisti, 
abbi pietà del cor che tu feristi, 
che spera in te, e desiando muore. 
Tu nuvoletta, in forma pili che umana 
foco mettesti dentro alla mia mente ecc. 

Del resto cade assai opportuna l'osservazione del Witte : «gli artisti 
del trecento volendo rappresentare il passaggio d'un'anima beata a 
vita migliore, ce la mostrano in figura di un fanciullo rinchiuso in 
una nuvoletta ed accompagnata da un numero di angeli». 

39. gloriosamente; non si riferisce alle parole cantate, che erano 
di saluto non di glorificazione, ma al modo del cantare, come se di- 
cesse che gli angeli cantavano come si conviene ad esseri che sono 
esaltati a quella gloria Che non si lascia vincere a desio (Par., xix, 14). 

40. Osanna in excelsis ! Sono le parole colle quali il popolo giu- 
daico salutò Gesù Cristo nell'entrata di Gerusalemme, come affermano 
i vangeli (Matteo, xxi, 9; Marco, xi, lo; Luca, xix, 38; Giovanni, xn, 
13); e anche qui non hanno altro significato che l'ecclesiastico di Salve 
(cfr. Purg. xi, 10; xxix, 51 ecc.). 



120 LA VITA NUOVA 



forte la erronea fantasia, che mi mostrò questa donna 
morta : e pareami che donne la covrissero, ciò è la sua 
testa, con un bianco velo : e pareami che la sua faccia 
avesse tanto aspetto d'umilitade, che parea che dicesse: 
so « Io sono a vedere lo principio de la pace ». In questa 
imaginazione mi giunse tanta umilitade per veder lei, 
ch'io chiamava la morte, e dicea: « Dolcissima morte, 



47. la covrissero, ciò è la sua testa ecc. del bianco velo ricoprissero- 
non il corpo, ma solamente la testa, si che il volto rimanesse visibile. 

48. e pareami che la sua faccia ecc. sembravami che il volto della 
mia donna morta avesse serbato quella serenità cha si addice ai beati. 
É da raffrontare questo luogo con i versi del Petrarca, Trionfo della 
morte, I, 165 e segg., di Laura: 

Pallida no, ma più che neve bianca, 

che senza vento in un bel colle nocchi, 

parea posar come persona stanca. 

Quasi un dolce dormir ne' suoi begli occhi, 

sendo lo spirto già da lei diviso, 

era quel che morir chiaman gli sciocchi. 

Morte bella parea nel suo bel viso. 

E anche con quelli del Tasso, Ger. lib., xn, 69, di Clorinda : 
Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse, 
colei di gioia trasmutossi, e rise; 
e in atto di morir lieto e vivace 
dir parea; s'apre il cielo, io vado in pace. 
D'un bel pallore ha il bianco volto asperso, 
come a gigli sarian miste viole: 
e gli occhi al cielo affisa; e in lei converso 
sembra per la pietate il cielo e '1 sole: 
e la man nuda e fredda alzando verso 
il cavaliero in vece di parole 
gli dà pegno di pace. In questa forma 
passa la bella donna e par che dorma. 

50. lo principio de la pace, Dio. Cfr. Farad., xxx, 100 : 

Lume è lassù, che visibile face 

lo Creatore a quella creatura 

che solo in lui vedere ha la sua pace. 

51. per veder lei, per la vista di Beatrice. 

52. Dolcissima morte, ecc. Prima Dante considerava la morte come 
villana e nemica di pietà (cfr. cap. vm, 39); ora invece la invoca con 
parole affettuose, perché a lei deve aver comunicata Beatrice la su* 



CAPITOLO XXIII 121 



vieni a me, e non m'essere villana; però che tu dèi 
essere gentile, in tal parte se' stata! or vieni a me che 
molto ti disidero: e tu '1 vedi ch'i' porto già lo tuo && 
colore ». E quando io avea veduto compiere tutti li 
dolorosi mestieri, che a le corpora de' morti s' usano 
di fare, mi parea tornare ne la mia camera, e quivi 
mi parea guardare verso lo cielo : e si forte era la mia 
imaginazione, che, piangendo, incominciai a dire con 6» 
verace voce : « Oi, anima bellissima, come è beato colui 
che ti vede ! » E dicendo io queste parole con doloroso 
singulto di pianto, e chiamando la morte che venisse 
a me, una donna giovane e gentile, la quale era lun- 



gentilezza. Anche il Cavalcanti (pag. 48) : Morte gentil rimedio de* 
eattivi. 

53. villana; è l'epiteto proprio della morte nei poeti antichi; cfr. 
cap. vni, 21 e 39, e aggiungi questo esempio di Guittone (i, 155) : Ahi 
morte villana. - però che tu dèi essere gentile ecc. Osserva il D'Anc. 
che di questo passo si ricordò il Boccaccio {Filoc, lib. ni) nel lamento 
di Florio: morte perfidissima..... certo tu se' stata in parte, che 
essere dovresti pietosa e ascoltare i miseri. 

55. porto già lo tuo colore, ho nell'aspetto il segno della morte; 
cfr. il Guinizelli (p. 29) : ch"eo porto morte scritta nella faccia ; il Ca- 
valcanti (p. 30). . . . qual mira di fore Vede la morte sotto al meo 
colore; e il Petrarca (son. S'io credessi, 11) chiama la morte quella 
sorda che mi lassò de' suoi color dipinto. 

57. dolorosi mestieri, le cerimonie mortuarie. Gli antichi nostri 
dissero mestiere l'officio dei morti ; es. Sacchetti, Nov. cliii: lo ritrovò 
star malinconoso e pensoso, come se facesse mestiero di qualche 
suo parente; altri esempì raccolse il D'Anc. da cronache e documenti 
pubblici del trecento. - corpora, con terminazione latina della quale 
si compiacque, come gli altri antichi, anche Dante; per es. Conviv., Ili, 
3: corpora; Purg. xxxn, 60: r amora; si veda ciò che di simili form» 
scrive il Nannucci, Teorica dei nomi, p. 358 e segg. 

60. con verace voce, come prima, sebbene in sogno, piangeva di vere 
lacrime, ora parla davvero; ciò che è del resto assai facile a chi sogna. 

64. una donna ecc. questa gentile e bella a Dante di propinquis- 
sima sanguinila congiunta, cioè strettissima parente, sarebbe se- 



122 LA VITA NUOVA 



€5 go '1 mio letto, credendo che '1 mio piangere e le mie 
parole fossero solamente per lo dolore de la mia in- 
fermitade, con grande paura cominciò a piangere. Onde 
altre donne, che per la camera erano, s'accorsero di 
me, ched io piangea, per lo pianto che vedeano fare 

70 a questa: onde facendo lei partire da me, la quale era 
a me di propinquissima sanguinità congiunta, elle si 
trassero verso me per isvegliarmi, credendo eh' io so- 
gnasse, e diceanmi: «Non dormire più», e «non ti 
sconfortare ». E parlandomi cosi, si mi si cessò la forte 

75 fantasia entro in quello punto ch'io volea dire: « 
Beatrice, benedetta sie tu ». E già detto avea: «0 
Beatrice », quando riscotendomi apersi li occhi, e vidi 
ch'io era ingannato; e con tutto ch'io chiamasse que- 
sto nome, la mia voce era si rotta dal singulto del 

so piangere che queste donne non mi potettero intendere, 
secondo il mio parere. E avvegna ch'io mi vergognassi 
molto, tuttavia per alcuno ammonimento d'Amore mi 
rivolsi a loro. E quando mi videro, cominciaro a dire : 
« Questi pare morto », e a dire tra loro: « procuriamo 

ss di confortarlo ». Onde molte parole mi diceano da con- 
fortarmi, e talora mi domandavano di che io avessi 

condo alcuni la sorella di lui, maritata per testimonianza del Boccaccio 
(Comm. all'Irt/"., vili, 1), a Leone Poggi banditore del comune di Fi- 
renze nel 1298. 

77. quando riscotendomi ecc. Cfr. Inf., iv, 2 : 

i 1 mi riscossi, 

come persona che per forza è desta : 
E l'occhio riposato intorno mossi, 
dritto levato, e fiso riguardai, 
per conoscer lo loco dov' io fossi. 

82. ammonimento, consiglio autorevole; cfr. nella canz. : ini fece 
verso lor volgere Amore. 



CAPITOLO XXIII 1 23 



avuto paura. Onde io, essendo alquanto riconfortato, 
e conosciuto lo fallace imaginare, rispuosi loro : « Io 
vi dirò quello ch'i' ho avuto ». Allora cominciai dal 
principio infìno a la fine e dissi loro quello che ve- 90 
duto avea, tacendo il nome di questa gentilissima. Onde 
poi, sanato di questa infermitade, propuosi di dire pa- 
role di questo che m'era divenuto, però che mi parea 
che fosse amorosa cosa da udire ; e però ne dissi 
questa canzone : Donna pietosa e di novella etate; 95 
ordinata si come manifesta la infrascritta divisione. 

[Canzone II] 

Donna pietosa e di novella etate, 

adorna assai di gentilezze umane, 

ch'era là ov'io chiamava spesso morte, 100 

veggendo li occhi miei pien di piotate, 

e ascoltando le parole vane, 

si mosse con paura a pianger forte ; 

e altre donne, che si faoro accorte 

di me per quella che meco piangia, 105 

fecer lei partir via, 

e approssimarsi per farmi sentire 

Qual dicea : « Non dormire » ; 

e qual dicea: « Perché si ti sconforto? » 

Allor lassai la nova fantasia, 

89. cominciai ecc. propriamente mi rifeci dal principio ecc. 

94. amorosa cosa; nota il Giuliani: «chi ben considera, amoroso 
qui importa più che altro piacente, gentile, come appropriato a cosa 
nata per virtù d'amore ». 

97. di novella etate, giovinetta; cfr. Inf., xxxm, 88, dei figli e ni- 
poti d'Ugolino: Innocenti facea l'età novella; nel Farad., xvn, 80 : 
Per la novella età che pur nove anni ecc.; e in una canz. (p. 198) : 
E noi in donne ed in età novella Vedem questa salute. 

99. là ov'io ecc. nella stanza propria di Dante, dove egli invocava 
la morte; cfr. sopra, 52. 

104. meco piangia, si era accompagnata a me piangendo. 



124 LA VITA NUOVA 

110 , 14 chiamando il nome della donna mia. 

Era la voce mia si dolorosa 
e rotta si da l'angoscia del pianto, 
ch'io solo intesi il nome nel mio core; 
e con tutta la vista vergognosa, 

115 ch'era nel viso mio giunta cotanto, 

mi fece verso lor volgere Amore. 
Elli era tale a veder mio colore, ♦ 

che facea ragionar di morte altrui: 
« Deh, consoliam costui > 

120 pregava l'una l'altra umilemente ; 

e dicevan sovente: 

« Che vedestù, che tu non hai valore? » 
E quando un poco confortato fui, 
28 io dissi: «Donne, dicerollo a vui. 

125 Mentr'io pensava la mia frale vita, 

e vedea '1 suo durar com'è leggero, 
piansemi Amor nel core, ove dimora; 
per che l'anima mia fu si smarrita, 
che sospirando dicea nel penserò: 
- ben converrà che la mia donna mora. - 
Io presi tanto smarrimento allora, 

110. chiamando ecc. invocacelo il nome di Beatrice ; cfr. sopra, 76. 

111. .Era 'ecc. Perché è viva e bella l'espressione del poeta che rac- 
coglie in un solo concetto l'idea del commovimento interiore e del- 
l'effetto esterno, e perché è confermata dalle corrispondenti parole 
della prosa, panni da ripudiare la lez. da l'angoscia e dal pianto. 

113. cW io solo intesi ecc. Il Card, riferisce come spiegazione e am- 
plificazione del verso dantesco questi del Tasso, Ger. lib., xvi, 36 : 

Volea gridar : dove, o crudel, me sola 
lasci ? ma il varco al suon chiuse il dolore ; 
si che tornò la flebile parola 
più amara indietro a rimbombar sul core. 

117. e segg. Questi versi corrispondono alla narrazione in prosa, 
83-89. 

118. facea ragionar ecc. faceva agli altri parlar della mia morte. 
125. Questa stanza è in corrispondenza colla prosa, 8-19. 
131. presi. . . smarrimento, mi smarrii ; un uso analogo del verbo 

prendere è nel Purg., xln, 120 : letizia presi ad ogni altra dispari. 



130 



CAPITOLO XXIII 125 



oh' io chiusi li occhi vilmente gravati ; 
e fuoron si smagati 

li spirti miei, che ciascun giva errando: 
e poscia imaginando, 135 

di conoscenza e di verità fora, 
visi di donne m'apparver crucciati, 
42 che mi dicean : - pur morràti, morràti. - 
Poi vidi cose dubitose molte 
nel vano imaginar, dov' io entrai ; 140 



132. ch'io chiusi ecc. Cfr. Purg., xxx, 78: Tanta vergogna mi 
gravò la fronte, e Par., xi, 88 : Né gli gravò viltà di cuor le ciglia. 

133. smagati; smagare, come il fr. esmaier e il prov. esmagar, 
significa disanimare, perder Je forze dell'animo, ed è composto di ex- e 
della radice mag. con terminazione verbale romanza; cfr. cap. xn, 86. 

137. visi di donne ecc. questi volti crucciati sono i pensieri di 
morte che nella fantasia prendono forma e figura di vere persone. 

137. che mi dicean ecc. Il D'Anc. dispone un po' diversamente 
questo verso cosi: che imi dicean pur: morràti, morràti; lezione, o, 
meglio, interpunzione difesa dal Rajna, che scrive: «La questione si 
riduce dunque a sapere se il pur debba essere unito a dicean o a 
morràti. Leggendo nella prosa : tu pur morrai, noi terremmo sen- 
z'altro questa seconda opinione, se : pur morràti potesse prendersi 
nel senso di: Morrai tu ancora. Ma siccome, per quanto riflettiamo, 
codesto non ci sembra possibile, preferiamo ammettere che non si 
debba a intenzione deliberata se, tanto nella rima quanto nella prosa, 
s'incontra questa voce pur ». È giusta l'osservazione del Rajna che 
il pur non può significare ancora, non può esser cioè usato al modo 
moderno come congiunzione copulativa, e né anche, aggiungo io, come 
avversativa; ma ciò non vuol dire che sia da riferire al dicean; né è 
da credere che per caso si trovi tanto nella canzóne quanto nella 
prosa, perché in questa Dante si studiò di riferire con precisione i 
varii discorsi di quella. Par dunque ragionevole l'intendere il pur 
nella solita funzione avverbiale di limitazione, che ha sempre in Dante 
e cosi il verso significherà : tu solamente morirai, non Beatrice, per 
la quale il partire dalla terra sarà non cessazione, ma principio della 
vita vera : si cfr. la nota apposta sopra. 19. 

139. Questa stanza corrisponde alla prosa. 20-32. - le cose dubitose 
sono i visi diversi e orribili a vedere ; quindi dubitose vale propria- 
mente paurose, spaventevoli. 

140. imaginar, atto della fantasia, visione ; cfr. Purg., xvn, 43 : 



126 LA VITA NUOVA 



ed esser mi parea non so in qual loco, 
e veder donne andar per via disciolte, 
qual lagrimando, e qual traendo guai, 
che di trestizia saettavan foco. 

145 Poi mi parve vedere a poco a poco 

turbar lo sole ed apparir la stella, 
e piangere elli ed ella; 
cader li augelli volando per l'are, 
e la terra tremare ; 

150 ed omo apparve scolorito e fioco, 



Cosi Vimaginar mio cadde giuso; Par., i. SS: ti fai grosso Col falso 
imaginar. 

142. disciolte, cioè coi capelli disciolti, o come ha detto nella prosa, 
scapigliate; e veramente queste imagini di morte sono concepite da 
Dante, come gli antichi pittori raffiguravano la morte, una donna di 
aspetto crucciato e strano coi capelli sparsi disordinatamente. 

143. traendo guai, lamentandosi; cfr. Inf. v, 48: cosi vid' io venir 
traendo guai, e xiii, 22: io sentia d'ogni -parte tragger guai; Cino 
(p. 38) : e l'anima trarrà guai dolorosi ecc. 

144. che di trestizia ecc. Cfr. Inf., xxix, 44: Lamenti saettaron 
me diversi Che di pietà ferrati avean gli strali. 

146. la stella; il Giul. non badando che ne rimaneva perturbata la 
corrispondenza, delle rime che è in questa canz. tra i versi 8, 9, 13 e 14 
d'ogni stanza, corresse le stelle, per amor di analogia colla prosa. Può 
esser che Dante abbia qui figuratamente usato il 'singolare per indi- 
care il complesso delle stelle (come, sec. alcuni sarebbe neWInf., n, 55), 
o anche ch'egli abbia voluto indicare l'astro di Venererà stella che *t 
sol vagheggia {Farad., viti, II) ; che il vocabolo generico ha spesso 
tal significazione determinata, per es. in Cino (p. 11) ; come nel sol lo 
raggio e 'n ciel la stella, e nel Cavalcanti (p. 24): più che la stella è 
bella al mi' parere. 

148. are; iti rima gli antichi usarono spesso questa forma con- 
tratta per aere, aire. 

150. fioco, sembra al Giul. nello stesso senso che ha nell'In/., i, 63, 
dove è detto di Virgilio che per lungo silenzio parea fioco; ma qui, 
in unione allo scolorito, vale più tosto fievole, come avesse per il 
gran dolore perduto il naturale aspetto e impedita la facoltà della pa- 
rola, e fosse, come Dante dice di sé stesso ne\V Inf., xxxiv, 22, ge- 
lato e fioco ; e veramente fioco ad esprimere l'esiguità della voce è 



CAPITOLO XXIII 127 



dicendomi: - Che fai? non sai novella? 

56 morta è la donna tua, eh' era si bella. - 
Levava li occhi miei bagnati in pianti, 
e vedea (che parean pioggia di manna) 
li angeli che torna van suso in cielo, 155 

ed una nuvoletta avean davanti, 
dopo la qual gridavan tutti: - Osanna, - 
e se altro avesser detto, a voi dirèlo. 
Allor diceva Amor : - Più noi ti celo ; 
vieni a veder nostra donna che giace. — - 160 

Lo imaginar fallace 
mi condusse a veder madonna morta; 
e quand' io 1' ebbi scorta, 
vedea che donne la covrian d' un velo ; 
ed avea seco umilità verace, 165. 

70 che parea che dicesse : - Io sono in pace. - 
^ Io divenia nel dolor si umile, 

.del linguaggio dantesco, trovandosi cosi usato nelV Inf., in, 27; xiv, 
3; Par., xi, 133 e xxxm, 121. 

153. Questa stanza corrisponde alla prosa, 32-50. 

154. ohe parean pioggia di manna ; osserva giustamente il D'Anc. 
che « il paragone non pare esatto se si osservi che la pioggia cade 
e gli Angioli salivano : ma il termine di somiglianza sta nella candi- 
dezza del colore e nella placidezza del movimento ». Il Giul. richiama 
a questo luogo i versi del Par., xxvn, 67: 

Si come di vapor gelati fiocca 

in giuso l'aer nostro, quando '1 corno 

della capra del ciel col sol si tocca; 

in su vid 1 io cosi 1' etere adorno 

farsi e fioccar di vapor trionfanti, 

che fatto avean con noi quivi soggiorno. 

160. vieni ecc. a veder Beatrice, che giace morta. 

165. umilità verace, è quello stato sereno e tranquillo dell' animo 
umano non dominato dalla superbia ; cfr. specialmente nel Purg., xi f 
119, e quel che si dice di Maria nel Par., xxxiu, 1 : 

Vergine Madre, figlia del tuo figlio, 
umile ed alta più che creatura, 
termine fisso d'eterno consiglio ecc. 
167. Questa stanza corrisponde, meno l'ultimo verso, alla prosa, 
50-62. 



128 LA VITA NUOVA 



veggendo in lei tanta umiltà formata, 

eh' io dicea : - Morte, assai dolce ti tegno ; 

no tu dèi ornai esser cosa gentile, 

poi che tu se 1 ne la mia donna stata, 
e dèi aver pietate, e non disdegno. 
Vedi che si desideroso vegno 
d'esser de' tuoi, eh' io ti somiglio in fede. 

175 Vieni, che '1 cor te chiede. - 

Poi mi partia, consumato ogni duolo; 
e quand' io era solo, 
dicea, guardando verso l'alto regno : 
- Beato, anima bella, chi ti vede ! - 

180 84 Voi mi chiamaste allor, vostra mercede ». 

Questa canzone ha due parti : ne la prima dico, 
parlando a indifìnita persona, cora' io fui levato d'una 
vana fantasia da certe donne, e come promisi loro di 
dirla : ne la seconda dico, come io dissi a loro. La se- 

185 conda comincia quivi : Mentr' io pensava la mia frale 
vita [v. 29]. La prima parte si divide in due : ne la 
prima dico quello che certe donne, e che una sola, 
dissero e fecero per la mia fantasia, quanto è dinanzi 
ched io fossi tornato in verace condizione ; ne la se- 

190 conda dico quello che queste donne mi dissero, poi 
che io lasciai questo farneticare ; e comincia questa 

174. in fede; spiega il Giul., veracemente, dacché ei portava già 
il colore di morte. 

176. consumato ogni duolo; compiuto ogni doloroso officio, ogni 
cerimonia funebre. 

182. parlando a indifìnita persona ; cioè senza rivolgere il di- 
scorso ad alcuna persona determinata, ma in forma narrativa. 

187. quello che certe donne, e che una sola : questa è la giovine 
e bella parente di Dante, quelle sono le donne che erano con lei nella 
stanza. 

188. quanto è dinanzi ecc. cioè prima che io fossi svegliato. 



CAPITOLO XXIII 



129 



parte quivi: Era la voce mia [v. 15]. Poscia quando 
dico: Mentr' io pensava, dico com' io dissi loro que- 
sta mia imaginazione ; ed intorno a ciò foe due parti. 
Ne la prima dico per ordine questa imaginazione ; ne la 195 
seconda, dicendo a che ora mi chiamaro, le ringrazio 
chiusamente ; e comincia gerivi questa parte : Voi mi 
chiamaste [v. 84]. \ /L—~ 

XXIV 

Appresso questa vana imaginazione, avvenne un 
•die, che sedendo io pensoso in alcuna parte, ed io mi 
sentio cominciare un terremuoto nel cuore, cosi come 
io fossi stato presente a questa donna. Allora dico che 
mi giunse una imaginazione d'Amore: che mi parve » 
vederlo venire da quella parte ove la mia donna stava ; 
e pareami che lietamente mi dicesse nel cor mio : 
« Pensa di benedicere lo di che io ti presi, però che 
tu lo dèi fare ». E certo mi parea avere lo core si 

196. a che ora, in quale felice momento della visione. 

197. chiusamente, implicitamente, intende il Giul., « riconoscendo 
per un favore di essersi svegliato in quel punto si lieto e sicuro » • 
ma il ringraziamento di Dante è esplicito, dicendo egli d'esser stato 
svegliato per mercede, per grazia delle donne. Meglio chiusamente 
è da prender in senso di brevemente ; poiché in fatti, dopo il lungo e 
diffuso racconto della visione, alle donne Dante dedica un verso solo. 

XXIV. - 2. die è usato spesso da Dante, specialmente in singolare, 
p. es. Purg. xxx, 103; Farad, vii, 112 e xvi, 8; in plurale è al 
cap. ix, 1 : cfr. Nannucci, Teorica dei nomi, p. 49. 

3. terremuoto, un grande commovimento; e parrebbe improprio 
& dire di un moto dell'animo, se non si trovasse in Dante ripetuta- 
mente : cfr. cap. xvi, 31. 

8. benedicere lo di ecc. Il Petrarca allargò questo pensiero nel 
bel sonetto, che comincia appunto Benedetto sia 'l giorno e 'J mese 
e Vanno. . 

Dante — La Vita Nuova. \ 9 



130 LA VITA NUOVA 



io lieto, che non mi parea che fosse lo mio core, per la- 
sua nuova condizione. E poco dopo queste parole, che- 
io core mi disse con la lingua d'Amore, io vidi ve» 
nire verso me una gentile donna, la quale era di fa- 
mosa bieltade, e fu già molto donna di questo primo 



10. non mi parea ecc. L'animo di Dante era tanto lieto per la 
nuova condizione determinata dal presentimento di una nuova appa- 
rizione di Beatrice che non pareva più quello di prima, quando ebbe 
la visione narrata nella canz. del cap. xxni. 

13. una gentile donna. Questa donna per nome Giovanna e per 
soprannome Primavera è l'amante di Guido Cavalcanti (del quale cfr. 
cap. in, 59 e anche il libro di P. Ercole, G. C. e le sue rivìve, Li- 
vorno, Vigo, 1885): di lei è fatta menzione, oltre che in questo luogo, 
anche in un altro sonetto di Dante già ricordato a dietro (cap. vi, 9), 
dove il suo nome precede appunto quello di Bice; e parrebbe da ri- 
ferirle la ballata tribuita al Cavalcanti (p. 38) e indirizzata all'Alighieri,, 
che comincia Fresca rosa novella, piacente primavera. Ad ogni modo 
ce n' è abbastanza per ritener questa Giovanna una donna reale, ve- 
ramente amata dall'amico di Dante, che poi si compiacque trarre la 
figura e il nome di lei a simboleggiare idealmente le amichevoli re- 
lazioni che potevano e dovevano essere tra le donne di quegli inna- 
morati poeti dello stil nuovo. Non voglio tacere che in alcuni testi 
al nome di Giovanna è, nel sonetto di questo cap. e nell'altro su ri- 
cordato, sostituito quello di Lagia: ma qualunque ragione si voglia 
dare di questa sostituzione, non credo che se ne possa trarre argo- 
mento valido ad oppugnare la reale esistenza di Giovanna. 

l<i. fu già molto donna; si può intendere in due modi: o che 
molto tempo addietro, rispetto a quello in cui Dante scriveva, era 
stata donna del Cavalcanti ; o più. semplicemente che aveva avuto 
molta signoria sull'animo di Guido, prendendosi donna nel significato 
etimologico per signora. Nelle poesie del Cavalcanti s'incontrano i nomi 
o le designazioni di più donne, ma non mai di questa Giovanna : vi 
si accenna infatti una foresetta o pastorella di nome Pinella (p. 18, 
22, 24, 46, 86), una giovane donna di Tolosa chiamata Mandetta 
(p. 19, 47) e infine una giovane da Pisa (p. 67, 84), della quale si 
può sempre dubitare che sia nominata come una delle amate del Ca- 
valcanti; le quali adunque non saranno state più di quattro, non es- 
sendo possibile accrescerne col Bartoli (St. della leti. il. Voi, IV, 
p. 142-7) il numero sino a sei o sette : che monna Lagia nelle rime del 



CAPITOLO XXIII 131 



mio amico. E lo nome di questa donna era Giovanna, 15 
salvo che per la sua bieltade, secondo che altri crede, ; 
imposto l'era nome Primavera: e cosi era chiamata. 
E appresso lei guardando, vidi venire la mirabile Bea- 
trice. Queste donne andaro presso di me cosi 1' una 
appresso l'altra, e parve che Amore mi parlasse nel 20 
cuore, e dicesse : « Quella prima è nominata Prima- 
vera solo per questa venuta d'oggi ; che io mossi lo - 
imponitore del nome a chiamarla cosi Primavera, ciò 
è prima verrà, lo die che Beatrice si mosterrà dopò 
la imaginazione del suo fedele. E se anco voli consi- 25 
derare lo primo nome suo, tanto è quanto dire prima 
verrà, però che lo suo nome Giovanna è da quello 
Giovanni, lo qual precedette la verace luce, dicendo : 

Cavalcanti appare come amata di un altro (p. 62-74), la giovane sorigno- 
tuzza è ricordata come donna di un Manetto (p. 63), e finalmente non 
e' è ragione di far due donne della pastorella foresetta. 

17. imposto ecc. era sovrapposto a lei il nome di Primavera; al 
quale sembra al D'Anc. trovar un'allusione in quel sonetto del Caval- 
canti, che comincia (p. 43) : 

Avete 'n vo' li fiori e la verdura 
e ciò che luce od è bello a vedere. 

18. vidi venire ecc. Giovanna e Beatrice procedevano insieme, ma 
l'una andava alquanto innanzi all'altra: nella prosa Dante insiste su 
questa precedenza della donna del Cavalcanti, perché gli giovava al- 
l' interpretazione eh' ei voleva dare del fatto ; ma nel sonetto, più im- 
mediata espressione della scena reale, dicendo d'averle viste insieme 
venir verso di lui non si ferma sul particolare della precedenza. 

21. Quella prima ecc. Amore spiega a Dante il nome di Giovanna 
(la precorritrice, dal nome del precursore di Gesù) e il soprannome 
di Primavera (che prima verrà) come dati alla donna del Cavalcanti 
in quanto sarebbe stata innanzi a Beatrice in questo giorno. Di que- 
sto studio di Dante per cercare le corrispondenze tra i nomi e le cose 
cfr. cap. i, 5 e xm, 15. 

24. mosterrà, mostrerà ; cosi hanno più testi anche in Purg. i, 107. 

25. la imaginazione del suo fedele — la visione narrata nella canz. 
del cap. xxni, chiamata sopra vana imaginazione. 



132 LA VITA NUOVA. 

Ego vox clamans in deserto : parate viam domini ». 

30 Ed anche mi parve che mi dicesse, dopo, queste parole: 

« E chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice 

chiamerebbe Amore, per molta simiglianza che ha 



29. Ego vox ecc. Sono le parole del Battista precursore di Cristo, 
secondo il racconto evangelico: cfr. Matteo, in, 3; Marco, i, 1; Lu- 
ca, in, 4 ; Giovanni, i, 23. 

31. E chi volesse ecc. È da richiamar qui l'esposizione della na- 
tura d'amore, che Dante fa nel Conv. in, 2: « Amore, veramente pi- 
gliando e sottilmente considerando, non è altro che unimento spiri- 
tuale dell'anima e della cosa amata; nel quale unimento di propria 
sua natura l'anima corre tosto o tardi, secondo che é libera o impe- 
dita. E la ragione di questa naturalità può essere questa. Ciascuna 
forma sustanziale procede dalla sua prima cagione, la qual é Iddio, 
siccome nel libro di Cagioni è scritto ; e non ricevono diversità 
per quella, eh' è semplicissima, ma per le secondarie cagioni, e per 
la materia in che discende. Onde nel medesimo libro si scrive, trat- 
tando dell'infusione della bontà divina: e fanno diverse le Con- 
tadi e i doni per lo conoorrimento della cosa che riceve. Onde con 
ciò sia cosa che ciascuno efletto ritenga della natura della sua ca- 
gione, siccome dice Alfarabio quando afferma che quello eh' è cau- 
sato di corpo circulare ha in alcuno modo circulare essere, ciascuna 
forma ha essere della divina natura in alcuno modo ; non che la na- 
tura divina sia divisa e comunicata in quelle; ma da quelle partici- 
pata, per lo modo quasi che la natura del sole è participata nell'altre 
stelle. E quanto la forma è più nobile, tanto più di questa natura 
tiene. Onde l'anima umana, eh' è forma nobilissima di queste che 
sotto il cielo sono generate, più riceve della natura divina, che al- 
cun'altra. E perocché naturalissimo è in Dio volere essere (perocché 
siccome nello allegato libro si legge, prima cosa è 1' essere, e anzi a 
quello nulla é), l'anima umana esser vuole naturalmente con tutto 
desiderio. E perocché il suo essere dipende da Dio, e per quello si 
conserva, naturalmente disia e vuole a Dio essere unita per Io suo 
essere fortificare. E perocché nelle bontadi della natura umana la 
ragione si mostra della divina, viene che naturalmente l'anima umana 
con quelle per via spirituale si unisce tanto più tosto e più forte, 
quanto quelle più appaiono perfette ; lo quale apparimento è fatto, 
secondo che la conoscenza dell' anima è chiara o impedita. E questo 
unire é quello che noi dicemo Amore, per lo quale si può conoscere 
quale è dentro l'anima, veggendo di fuori quelli che ama ». 



CAPITOLO XXIV 133 



meco ». Onde io poi ripensando, propuosi di scrivere in 
rima al mio primo amico (tacendomi certe parole le 
quali pareano da tacere), credendo io che ancora lo 35 



34. al mio primo amico, cioè Guido Cavalcanti, chiamato cosi 
anche nei'cap. in, 59; xxv, 80, e xxx, 17. Dante ha già accennato nel 
cap. ni, 61 qual fosse il principio della. loro amicizia, il sonetto cioè 
nel quale invitava i fedeli d'Amore alla spiegazione della sua visione: 
da questo momento la corrispondenza in rima tra Dante e Guido con- 
tinuò ; e ci avanzano le seguenti poesie del Cavalcanti all'Alighieri: 
1° il son. riferito a dietro, cap. in, 60; 2°, il son. I' vegno il giorno a te 
infinite volte (p. 59), in cui si rimprovera l'Alighieri di pensar troppo 
vilmente; 3°, il son. Se vedi Amore assai ti priego Dante (p. 61),. 
nel quale gli parla di Lapo (Gianni ?) e del suo amore ; 4°, il son. 
S'io fossi quello ohe d'amor fu degno (p. 67) in risposta al dantesco 
ricordato al cap. vi, 9; 5°, il son. Dante un sospiro messaggier del 
core (p. 73), nel quale si espone una visione d'amore. — tacendomi 
certe parole ecc. Giustamente il Card, osserva che sarebbe stato un 
dare a Giovanna una condizione inferiore rispetto a Beatrice e poco 
gentile verso il suo amatore il dir che essa si chiamava Primavera, 
come prenunziatrice del venir di Beatrice; e però Dante tacque nel 
sonetto questo concetto. Forse è più esatto il dire che componendo 
il sonetto Dante non pensò né pur per ombra a tutto questo; poi 
volendolo collegare con la canz. del cap. precedente non seppe far di 
meglio che sottilizzare sui nomi proprii, com'era suo costume. Il Bar- 
toli, che vede in tutto questo capitolo « uno dei soliti mezzi, che pa- 
iono connaturati alla mente di Dante » per « fare intendere che esiste 
una fratellanza artistica tra lui e il suo primo amico, e che anzi Guido 
fu, come lirico, precursore dell'Alighieri », fa notare che secondo la 
sua interpretazione la verace luce sarebbe Dante stesso : ma è una 
spiegazione che non si può sostenere, perché il richiamo a Giovanni, 
il Battista precursore di Gesù verace luce, non è fatto se non per 
ispiegare come anche il nome proprio di Giovanna valga, come già 
aveva detto del soprannome, la precorritrice. 

35. credendo io ecc. che il mio primo amico intendesse ancora in 
donna Giovanna, come nel passato. Nella ball, già ricordata e indiriz- 
zata a Dante il Cavalcanti aveva cantato di Primavera (p. 40): 

E se vi pare oltraggio 

eh' ad amor vi sia dato, 

non sia da voi blasmato ; 

che solo amor mi sforza, 

contra cui non vai forza né misura. 



134 LA VITA NUOVA 

suo cuore mirasse la bieltade di questa Primavera gen- 
tile. Dissi questo sonetto, lo quale comincia : 

[Sonetto XIV] 

Io mi senti' svegliar dentro lo core 
un spirito amoroso che dormia: 
40 e poi vidi venir da lungi Amore 

4 allegro si, che appena il conoscia; 

dicendo: « Or pensa pur di farmi onore », 

e 'n ciascuna parola sua ridia. 

E, poco stando meco il mio segnore, 

37. questo sonetto. Appartiene ad una serie propria dei rimatori 
dello stil nuovo, i quali si compiacquero di rappresentar simili in- 
contri con le lor donne accompagnate ad altre: questo di Dante è 
una maravigliosa pittura, che rende eoa sicurezza e precisione di tocchi 
'agitarsi del sentimento nell'animo del poeta e il fatto esterno che lo 
sviluppa; e per la pronta percezione del reale e per la naturale fu- 
sione col fantastico segna un notevole avanzamento nella lirica dan- 
tesca. Abbiamo un altro sonetto dell'Alighieri, scritto assai probabil- 
mente nella stessa occasione (cfr. la Nota sulla V. N. § 6), nel quale 
forse sovrabbonda l'elemento ideale, si nel concepimento come nel- 
l'espressione (p. 116): 

Di donne vidi una gentile schiera 

quest'ognissanti prossimo passato ; 

ed una ne venia quasi primiera, 

seco menando Amor dal destro lato. 

Dagli occhi suoi gettava una lumiera, 

la qual pareva un spirito infiammato; 

ed i' ebbi tanto ardir, che in la sua cera 

guardando vidi un angiol figurato. 

A chi era degno poi dava salute 

con gli occhi suoi quella benigna e piana, 

empiendo il core a ciascun di virtute. 

Credo che in ciel nascesse està soprana, 

e venne in terra per nostra salute : 

dunque beata chi 1' è prossimana. 

39. un spirito amoroso ecc.; il commovimento, che prendeva 
Dante quando era innanzi a Beatrice, comincia a manifestarsi, tanto 
è potente l'efficacia di lei, anche quando egli è per incontrarla; cfr. 
in questo cap., 53. 

44. E, poco stando meco ecc. e poiché il mio signore fu stato con 



CAPITOLO XXIV 135 



8 guardando in quella parte, onde venia, 
io vidi monna Vanna e monna Bice 
venire invér lo loco là ov'io era, 

11 l'una appresso de l'altra maraviglia : 
e si come la mente mi ridice, 
Amor mi disse : « Quell'è Primavera, 

14 e quell' ha nome Amor, si mi somiglia». 



me poco tempo, cioè subito dopo che mi fu venuto questo pensiero 
■d'amore. , 

45. onde venia, dalla quale era venuto Amore. 

46. monna, Vanna e monna Bice; cosi sono designate anche al- 
trove (cfr. la nota al cap. vi, 9) Giovanna e Beatrice; e quest'ultima 
per testimonianza di Dante stesso (Par. vii, 14) era abitualmente chia- 
mata Bice, al modo fiorentino. Monna è la forma popolare per ma- 
donna, e se ne trovano più esempi nei poeti antichi, specialmente 
nelle rime d'intonazione famigliare e burlesca; per es. in Dante stesso, 
in uno dei sonetti a Forese Donati (p. 291): s' V non ne domandassi 
/monna Tessa; nel Cavalcanti (p. 74): il ser ultore di monna Lagia 

che venia dicendo. 

48. l'una appresso de l'altra ecc. Si cfr. il son. riferito sopra, 
.37 dove è detto che ad una che venia quasi primiera (Giovanna) si 
accompagnava dal destro lato Amore cioè Beatrice ; e si avrà un 
indizio per ritenere che componendo il sonetto presente Dante usasse 
appresso nel senso più comune di accanto, a lato, (Inf. in, 113; vi, 
«7; vili, 26; Purg., iv, 50; Par., in, 26; ix, 113; xxm, 120 ecc.): più 
tardi, scrivendone la illustrazione in prosa, trasse questa voce alla 
^significazione più determinata di dietro, per metter anche questo 
verso in relazione col suo modo di interpetrare, dipendente dal si- 
gnificato assegnato ai nomi della donna del Cavalcanti. — l'una ad 
ogni modo è Beatrice, l'altra Giovanna; e quest'uso del correlativo, 
riferendo uno al termine più vicino, è altre volte in Dante ; per es. 
Inf. v, 139: Mentre che l'uno spirto questo disse, L'altro pian- 
geva ecc. 

51. e quelfha nome Amor: Dante qui e altrove (cfr. vili, 25, e il 
4° verso del son. riferito sopra, 37), dà il nome di Amore a Beatrice, 
«ome del resto fecero delle loro donne altri poeti antichi; c'è er es. 
una canzone anonima, ma certo di uno dei rimatori dello stil nuovo, 
•che comincia (Ant. rim. vo'g. in, 368): 

La gioven donna cui appello Amore, 
chea è sovra ciascun' altra bieltate 
compiuta di piacere et d'umiltate ecc. 



136 LA VITA NUOVA 

Questo sonetto ha molte parti: la prima de le quali 
dice, come io mi senti' svegliare lo tremore usato nel 
cuore, e come parve che Amore m'apparisse allegro 

55 da lunga parte; la seconda dice, come mi parea che 
Amore mi dicesse nel mio cuore, e quale mi parea ; 
la terza dice come, poi che questi fue alquanto stato 
meco cotale, io vidi ed udio certe cose. La seconda 
parte comincia quivi: Dicendo: Or pensa pur di farmi 

60 onore [v. 5]; la terza quivi: E poco stando [v. 7]. 
La terza parte si divide in due: ne la prina dico quello 
ch'io vidi; ne la seconda dico quello ch'io udio; eia 
seconda comincia quivi: Amor mi disse [v. 13]. 

. {jy xxv. 

Potrebbe qui dubitare persona degna da dichiararla 
ogni dubitazione, e dubitare potrebbe di ciò eh' io dico 
d'Amore, come se fosse una cosa per sé, e non sola- 
mente sustanzia intelligente, ma si come fosse sustan- 

53. lo tremore usato; il commovimento che Dante provava in- 
nanzi a Beatrice, descritto già mirabilmente nel cap. xi: cfr. anche 
cap. i, 16. 

55. da lunga parte, da lontano; cfr. Inf. xxxi, 23: dalle tenebre 
troppo dalla lungi. 

58. cotale; in simile condizione di gioia. 

XXV. l. Potrebbe ecc. Nel cap. xn, 111, a proposito delle parole 
da lui indirizzate alla sua ballata, Dante avverti che egli intendeva 
sciogliere qualunque dubbio su questa e altre simili personificazioni 
in parte più dubbiosa, cioè in questo capitolo xxv; dove riferendosi 
alla rappresentazione d'Amore, da lui latta nel son. del cap. xxiv, 
vuol giustificare una personificazione più ardita, ma non nuova nella 
poesia, per cui è data figura e attitudine di persona al sentimento- 
dell'amore. Il ragionamento di Dante è questo : Ho parlato d' Amore, 
attribuendogli il movimento locale, la facoltà di ridere, e quella della, 
parola, come se egli fosse sostanza corporale cioè corpo; perchè cosi 



CAPITOLO XXV 137 



zia corporale. La qual cosa, secondo la verità; è falsa; 5 
che Amore non è per sé si come sustanzia, ma è uno 
accidente in sustanzia. E che io dica di lui come se 
tosse corpo, e ancora si come fosse uomo, appare per 
tre cose che dico di lui. Dico che lo vidi venire ; 
onde, con ciò sia cosa che venire lo dica moto locale io 
e localmente mobile per sé, secondo lo filosofo, sia sola- 
mente corpo, appare che io ponga Amore essere corpo. 
Dico anche di lui che ridea, ed anche che parlava ; le 
quali cose paiono essere proprie de l'uomo, e spezial- 
mente essere risibile ; e però appare eh' io ponga lui L5 

hanno diritto di fare anche i poeti volgari, da poi che lo fecero i poeti 
latini: ma come questi non lo fecero senza che nelle personificazioni 
apparisse il concetto astratto, cosi quelli per giovarsi di questa facoltà 
devono rendersi piena ed intera ragione dell' astrazione che vogliono 
concretare. 

3. come se fosse una cosa per sé ; come se fosse una sostanza, 
mentre invece è accidente in sostanza. 

5. La qual cosa, ecc. cioè che Amore sia sustanzia corporale è 
falsa, secondo la verità, secondo la scienza ; precisamente come Dante 
stesso afferma nel son. arrecato al cap. xxi, 8: Amor non ha sustanza, 
Né è cosa corporal ch'abbia figura ; e qui non nega questa verità, 
ma giustifica con l'autorità dei classici e contro ai pedanti la personi- 
ficazione d'Amore per sola ragione stilistica. 

7. E che io dica, ecc. dimostra come nel son. del cap. xxiv egli 
abbia tribuito ad Amore attitudini non pure corporali, ma umane . 
cioè il moto locale, proprietà dei corpi, è il riso e la parola, proprietà 
degli uomini. 

9. Dico che lo vidi venire; cap. xxiv, 40: e poi vidi venir da lungi 
Amore. 

11. secondo lo filosofo, Aristotele. 

13. Dico anche di lui che ridea; cap. xxiv, 43: e 'n ciascuna pa- 
rola sua ridia. - ed anche che parlava; cap. xxiv, 42: dicendo. Or 
pensa pur di farmi onore, e 50 : Amor mi disse: quell' è ecc. 

14. proprie de l'uomo; nel De vulgari eloquentia, i, 2 Dante di- 
mostra che solus homo habet commercium sermonis. - e spezial- 
mente ecc. e sopra tutto l'aver la facoltà di ridere ; onde nell' Epist 
a Cangrande, § 26 scrisse Dante : si homo est, est risibilis. 



138 LA VITA NUOVA 



essere uomo. A cotale cosa dichiarare, secondo che è 
buono al presente, prima è da intendere, che antica- 
mente non erano dicitori d'Amore in lingua volgare, 
anzi erano dicitori d'Amore certi poeti in lingua latina : 

20 tra noi, dico, avvegna forse che tra altra gente addi- 
venisse e addivegna ancora si come in Grecia, non 
volgari ma litterati poeti queste cose trattavano. E non 
è molto numero d'anni passato, che apparirono prima 
questi poeti volgari; che dire per rima in volgare tanto 

25 è quanto dire per versi in latino, secondo alcuna pro- 
porzione. E segno che sia picciolo tempo è, che, se 
volemo cercare in lingua d'oco e in lingua di si, noi 



20. tra noi, dico ecc. Gli interpreti sorvolano su queste parole, ma 
a torto: dopo aver detto che i poeti erotici antichi scrissero in latino, 
Dante limita il suo pensiero, aggiungendo che ciò accadeva tra noi, 
mentre tra altri popoli può essere accaduto e accadere che i poeti 
erotici scrivessero in greco. Esprimendo V avvegna che un concetto 
avversativo, che non può esser altro che l' idea 'della lingua greca 
come strumento della poesia amatoria messa in opposizione colla la- 
tina, è evidente che la lezione vulgata: « avvegna forse che tra altra 
gente addivenisse e addivenga ancora che, si come in Grecia, non 
volgari, ma litterati poeti queste cose trattavano» è falsa, e che tra 
noi è da ricongiungere direttamente con la frase non volgari ma lit- 
terati ecc. ulteriore dichiarazione del pensiero di Dante, che gli an- 
tichi poeti d'amore scrissero in latino. 

22. E non è molto numero d'anni passato, è poco tempo che sono 
apparsi questi poeti volgari: Dante intende limitatamente ai lirici 
d'amore, provenzali e italiani; quanto a' nostri è vero che i primi 
erano comparsi poco innanzi a lui, cioè durante il regno di Federigo II, 
nella prima metà del secolo xm; quanto ai provenzali erano già pa- 
recchi secoli che rimavano d'amore; vedi sotto, 27. 

24. dire per rima ecc. il carattere estrinseco della poesia volgare 
è la rima, quello della poesia latina la misura dei versi ; ma per le 
ragioni dello stile e della contenenza l'una è identica all'altra. . 

26. se volemo cercare ecc. Anche nel De vulg. eloq. i, S Dante di- 
stingue le lingue romanze dalla particella dell'affermazione: lingua 
d'oco è la provenzale, dove si afferma dicendo oc (lat. hoc), lingua di 



CAPITOLO XXV 139 



non troviamo cose dette anzi lo presente tempo per 
oento e cinquanta anni. E la cagione, per che alquanti 
grossi ebbero fama di sapere dire, è che quasi fuoro 30 
li primi, che dissero in lingua di si. E '1 primo, che U~~ 
cominciò a dire si come poeta volgare, si mosse però 
che volle fare intendere le sue parole a donna, a la 



si (lat. sic) è l'italiana (del bel paese là dove il si suona, Inf., xxxni, 
80), lingua d'oil (lat. hoc Me) la francese : né fu egli il primo, che già 
Bernardo d'Auriac distingueva i provenzali dai francesi per le parti- 
celle affermative e negative (Raynouart, Choix, iv, 241) : 

Et auziran dire per Arago 

o'il é nenil en luec d' oc e de no; 

ed è noto che Languedoc si disse la Provenza, come territorio lin- 
guistico. 

28. non troviamo cose ecc. L'affermazione di Dante è vera per la 
poesia italiana, non cominciata prima del secolo xm ; non per la pro- 
venzale, che, pur volendoci restringere ai poeti d'amore, cominciò 
con Guglielmo IX conte di Poitiers (1071-1127): ma egli intese forse 
di riferirsi al vero e proprio fiorire di quella lirica con Bernardo di 
Ventadour, Marcabrun, Jaufre Rudel, coi quali ci riportiamo appunto 
alla, metà del secolo xn, centocinquantanni prima della composizione 
della V. N. 

29. alquanti grossi ecc. Non si può determinare con precisione 
a quali poeti intenda alluder qui dicendo che ebbero fama di saper 
poetare solo perché furono i primi a scriver poesie italiane; ma assai 
probabilmente egli alludeva al notaro Giacomo da Lentini, a Bona- 
giunta da Lucca, e a Guittone d'Arezzo (cfr. Purg. xxiv, 55-62; xxvi, 
124-6; De vulg. eloq. i, 13). 

■ 31. E 7 primo ecc. Non è conforme alla verità, ma più tosto alle 
cognizioni che Dante aveva su questa materia: poiché la letteratura 
provenzale comincia con un poemetto didattico, e la francese coi poemi 
epici; e né pure in Italia la lirica amorosa fu la prima forma di poe- 
sia volgare, se i più antichi cultori di essa sono, come pare, i mora- 
listi e insegnativi lombardi, quali Uguccione da Lodi, Pateclo da Cre- 
mona, Pietro da Bescapè ecc. Ma Dante assai probabilmente non co- 
nosceva o non faceva alcun conto di questi poeti, e colle sue parole 
volle accennare solo ai lirici d'amore, fioriti fra noi nella prima metà 
del dugento. 



140 LA VITA NUOVA 



quale era malagevole d' intendere li versi latini. E que- 

35 sto è contra coloro, che rimano sopr'altra matera che 
amorosa; con ciò sia cosa che cotale modo di parlare 
fosse dal principio trovato per dire d'Amore. Onde, con 
ciò sia cosa che a li poeti sia conceduta maggiore li- 
cenza di parlare che a li prosaici dittatori, e questi 

40 dicitori per rima non siano altro che poeti volgari, 
degno è e ragionevole, che a loro sia maggiore licenza 
largita di parlare, che a li altri parlatori volgari: onde, 
se alcuna figura o colore retorico è conceduto a li poeti, 
conceduto è a li rimatori. Dunque se noi vedemo, che 

45 li poeti hanno parlato a le cose inanimate si come se 
avessero senso o ragione, e fattele parlare insieme ; e 
non solamente cose vere, ma cose non vere (ciò è che 
detto hanno, di cose le quali non sono che parlano, 
e detto che molti accidenti parlano, si come fossero 

50 sustanzie ed uomini) ; degno è '1 dicitore per rima di fare 
lo somigliante, ma non sanza ragione alcuna, ma con 
ragione, la quale poi sia possibile ad aprire per prosa. 
Che li poeti abbiano cosi parlato, come detto è, ap> 
pare per Vergilio; lo qual dice che Giuno, ciò è una 

34. E questo è contra coloro, ecc. Questa teorica, che limitava alla 
materia amorosa l'uso della lingua volgare, fu abbandonata assai 
presto da Dante; poiché nel De vulgiri eloquentia, n, 2, ricercando 
in qua materia, conveniat ornata eloquentia vulgaris, ne allargò il 
campo alla politica (sàlus, interessi pubblici) e alla morale (virtus). 

43. a li poeti, s' intenda ai poeti latini. 

51. con ragione ecc. pur che le figure retoriche e specialmente le 
personificazioni non siano che una forma sensibile data a concetti 
astratti, dei quali rimanga sempre la coscienza al poeta. 

54. lo qual dice ecc. La prima delle citazioni virgiliane si riferisce 
alle parole che Giunone cioè cosa che non è disse ad Eolo cosa ina- 
nimata (Aeneid. i, 65) : 



CAPITOLO XXV 141 



60 



dea nemica de li Troiani, parlòe ad Eolo segnore de 55 
li venti, quivi nel primo de lo Eneìda: Aeole, namque 
Ubi, e che questo segnore le rispuose quivi : Tuus, 
regina, quid optes explorare labor', miài jussa ca- 
pessere fas est. Per questo medesimo poeta parla la 
cosa, che non è animata, a le cose animate nel terzo 
de lo Eneida, quivi: Dardanidae duri. Per Lucano 

Aeole, namque tibi divòm pater atque hominum rex 
et mulcere dedit fluctus et tollere vento, 
gens inimica mini Tyrrhenum navigat aequor, 
Ilium in Italium portans, victosque Penates: 
incute vim ventis, aubmersasque obrue puppes; 
aut age diversos, el disiice corpora ponto ecc. 
•e alla risposta del re de' venti (ib. i, 76): 

Tuus, o regina, quid optes 

esplorare labor; mihi iussa capessere fas est. 
Tu mihi, quodcumque hoc regni, tu sceptra Jovemque 
concilias; tu das epulis accumbere divòm, 
nimborumque facis tempestatumque potentem. 

59. parla la cosa ecc. parla Febo ai Troiani (Aen. ni, 94) : 
Dardanidae duri, quae vos a stirpe parentum 
prima tulit tellus, eadem vos ubere laeto 
adcipiet reduces. Antiquam exquirite matrem. 
Hic domus Aeneae cunctis dominabitur oris 
et nati natorum, et qui nascentur ab illis. 

E si osservi col Card, che Febo sarebbe, secondo i termini danteschi, 
cosa che non è, come Giunone, e invece è detto cosa inanimata. 

61. Per Lucano ecc. Nella invocazione, onde si apre il suo poema, 
Lucano rivolgendosi a Cesare dice (Pharsalia, i, 44): 

Hi», Caesar, Perusina fames, Mutinaeque labores 
accedant fatis, et quas premit aspera, classes, 
Leucas, et ardenti servilia bella sub Aetna. 
Multum Roma tamen debet civilibus armis, 
quod tibi res acta est. 

Ma Dante lesse, o il suo testo portava con leggiera variante «Multum 
Roma tamen debes civilibus armis », come se il poeta parlasse alla 
•ittà, la cosa animata alla cosa inanimata. Pur questa variante non 
trovandosi nei testi di Lucano (cfr. l'edizione critica di C. F. Weber, 
Lipsia, 1821), potrebbe credersi che Dante fosse tratto in inganno dallo 
scoliaste che annotava a quei versi (f'6., voi. Ili, p. 13): «Et quamvis 
multa mala evenerunt per civile bellum, tamen quod per illud tantum 
rectorem habemus, ideo, o Roma, multum es adhuc debita civili bello » . 



142 LA VITA NUOVA 



parla la cosa animata e la cosa inanimata, quivi: Mul- 
timi, Roma, tamen debes civìlibus armis. Per Orazio 
parla l'uomo e la sua scienza medesima, si come ad 

40 altra persona; e non solamente sono parole d'Orazio, 
ma dicele quasi ne lo modo del buono Omero, quivi 
ne la sua Poetria ; Die mihi, Musa, virum. Per Ovidio 
parla Amore si come se fosse persona umana, nel prin- 
cipio del libro c'ha nome Remedio d' Amore, quivi : 

45 Bella mihi, video, bella parantur, ait. E per questo 
puote essere manifesto a chi dubita in alcuna parte 
di questo mio libello. E acciò che non ne pigli alcuna 



63. Per Orazio ecc. nell' epist. ad Pisones, 141 parla il poeta alla 
Musa, sua scienza; e non sono parole d'Orazio, ma traduzione dei 
primi due versi dell' Odissea. Ora, come Dante poteva sapere che 
quello era il principio del poema d'Omero, se Orazio non lo designa 
altrimenti che come Me, qui nihil molttur inepte, e gli scoliasti non 
dicono di chi si trattasse? Poiché Dante non conobbe i poemi omerici, 
avrà saputo questo o da una tradizione tenuta viva nelle scuole, o 
forse anche dalle Periochae di Ausonio; il quale, com'è noto, riassu- 
mendo in prosa i libri omerici aveva tradotto sempre alla lettera i 
primi versi di ciascun libro, e al I dell'Odissea non aveva fatto altro 
che riferire la traduzione oraziana : 

Dio mihi, Musa, virum, captae post temposa Troiae, 

qui mores hominum multorum vidit et urbes. 

67. Per Ovidio ecc. Il poemetto ovidiano Remedia amoris comin- 
cia cosi: 

Legerat huius Amor titulum nomenque libelli : 
bella mihi, video, bella parantur, ait. 
Amore dunque è personificato, e gli sono attribuite facoltà e carat- 
teri di persona umana, anche in Ovidio ;. e questo esempio, che era 
veramente il più concludente, a Dante doveva apparire di speciale 
importanza, poiché il poeta latino era nel medioevo nelle questioni 
d'amore un'autorità incontestabile, alla quale i rimatori si richiama- 
vano di frequente (cfr. per es. Cino, p. 215: Se 'mai leggesti versi de 
VOvidi ecc.; G. Orlandi in Val. 11,272: Ovidio leggi, più di te ne vide). 

71. in alcuna parte ecc. cioè nel son. del cap. xxiv a proposito 
d'Amore, e nella ball, del cap. xn, a proposito della ballata stessa. 



CAPITOLO XXV 143 



baldanza persona grossa, dico che né li poeti parlano 
cosi sanza ragione, né quelli che rimano deono parlare 
cosi, non avendo alcuno ragionamento in loro di quello ?& 
che dicono ; però che grande vergogna sarebbe a colui 
che rimasse cosa sotto vesta di figura o di colore re- 
torico, e domandato non sapesse denudare le sue pa- 
role da cotale vesta, in guisa che avessero verace in- 
tendimento. E questo mio primo amico ed io ne sapemo a» 
bene di quelli che cosi rimano stoltamente. 



78. non sapesse denudare ecc. Il Giul. : « Di figura o di colore 
retorico, e renderle nude (Purg., xxxni, 100) in guisa che avessero 
verace intendimento, significassero cose vere. Ciò che non sarebbe, 
ove le parole si volessero prendere giusta il valore della figura e quali 
si mostrano al colore retorico. Dante avvisava che le cose dette per 
allegoria fossero come velate sotto benda di parola oscura. Libere da 
cotal benda, le parole restavano nude, tali da doversi intendere lette- 
ralmente ». Ma qui veramente più che di allegorie si tratta di perso- 
nificazioni ; e la giustificazione è esclusivamente retorica, come dimo- 
strano gli esempi 1 addotti dai poeti latini. 

80. questo mio primo amico. G. Cavalcanti (cfr. cap. xxiv, 34). 

81. di quelli che cosi rimano stoltamente : deve intendere più che 
dei vecchi rimatori, già riprovati in questo cap., 29, di alcuni dei con- 
temporanei a lui e al Cavalcanti, e particolarmente di quelli che ten- 
tarono certe forme dello stil nuovo, ma senza riuscire; come sareb- 
bero Chiaro Davanzati e Guido Orlandi. Anzi a proposito di quest'ul- 
timo, c'è un suo sonetto, al quale, come oss. il Carducci, « questo 
luogo della V. N. potrebbe essere risposta »: è un' ipotesi ingegnosa, 
poiché nel sonetto citato dice appunto 1' Orlandi (Val. II, 272) 

Ch' amor sincero non piange né ride, 
che potrebbe parere allusione al dantesco del cap. xxiv, 43 ; ma il fatto 
è che l'Orlandi, come ci attesta un codice antico (Riv. di fil. rom., 
I, 79) intendeva alludere a Guido Cavalcanti « perché disse eh' elli fa- 
rebbe piangere Amore » e di fatti in una sua rima aveva scritto 
(p. 35): 

E dico che miei spiriti son morti 
e '1 cor e' ha tanta guerra e vita poco, 
e se non fosse che '1 morir ni' è gioco 
/arène di pietà pianger Amore. 



144 LA VITA NUOVA 



XXVI 

Questa gentilissima donna, di cui ragionato è ne le 
precedenti parole, venne in tanta grazia de le genti, 
che quando passava per via, le persone correano per 
vedere lei ; onde mirabile letizia me ne giungea. E 

5 quando ella fosse presso d'alcuno, tanta onestade giun- 
gea nel cuore di quello, che non ardia di levare li occhi, 
né di rispondere al suo saluto ; e di questo molti, si 
come esperti, mi potrebbero testimoniare a chi nollo 
credesse. Ella coronata e vestita d'umiltade s'andava, 

io nulla gloria mostrando di ciò eh' ella vedea e udia. Di- 
ceano molti, poi che passata era : « Questa non è fe- 
mina, anzi è uno de li bellissimi angeli del cielo ». Ed 
altri diceano: «Questa è una maraviglia; che bene- 
detto sia lo Segnore che si mirabilemente sae adope- 

15 rare ! » Io dico eh' ella si mostrava si gentile e si piena 
di tutti li piaceri, che quelli che la miravano compren- 
deano in loro una dolcezza onesta e soave tanto che 
ridire nollo sapeano ; né alcuno era lo quale potesse 
mirare lei, che nel principio non gli convenisse sospi- 

XXVI. — 1, ne le precedenti parole, cioè nei capitoli precedenti 
fino al xxiv ; poiché nel xxv dobbiamo riconoscere una digressione, 
estranea al fine principale di Dante, che è la loda di Beatrice. 

4-8. E quando ecc.; queste parole corrispondono ai versi 1-4 
del son. xv. 

9-15. Ella coronata ecc. ; corrispondono ai versi 5-8 del sonetto 
stesso. 

15-20. Io dico ecc. ; in corrispondenza coi versi 9-11. 

16. cemprendeano, propriamente accoglievano in sé ; lo stesso 
uso del verbo comprendere è nel Purg., iv, 1 : per dilettanze o ver 
per doglie Ched alcuna virtù nostra comprenda. 



Capitolo xxvi 145 



rare. Queste e più mirabili cose da lei procedeano vir- 
tuosamente. Onde io pensando à ciò, volendo ripigliare 
lo stilo de la sua loda, propuosi di dire parole, ne le 
■quali dessi ad intendere de le sue mirabili ed eccellenti 
operazioni ; acciò che non pur coloro che la Roteano sen- 3& 
sibilemente vedere, ma gli altri sappiano di lei quello 
■che per le parole ne posso fare intendere. Allora dissi 
«questo sonetto, il quale comincia cosi : 

20. procedeano, derivavano, traevano Joro origine ; cosi anche in 
Jnf., xxxiv, 36 ; Purg., xxvm, 88 ; Par., v, 4. - virtuosamente per 
•effetto della sua virtù: cosi anche altrove, cap. fi, 10; x, 14 ecc. 

21. volendo ripigliare ecc. Nel cap. xvm, 45, Dante aveva espresso 
il proposito di prendere come argomento del suo parlare « sempre 
mai quello cne fosse loda di questa gentilissima » ; ma poi nel cap. xxv 
aveva fatto una lunga digressione, per giustificare una sua figura 
retorica. 

25. quello che per le parole ecc., quel tanto delle mirabili ope- 
razioni di Beatrice, che la parola umana può rappresentare ; che molte 
altre erano cosi sublimi che non le poteva far intendere lingua né 
penna. Il Witte cita a riscontro i seguenti versi della canz. Amor che 
nella mente <p. 191) : 

Il parlar nostro che non ha valore 
di ritrar tutto ciò che dice Amore; 

•e dell' Inf., xxvm, 4: 

Ogni lingua per certo verria meno 
per lo nostro sermone e per la mente 
e' hanno a tanto comprender poco seno. 

27. questo sonetto. È una delle più geniali creazioni della fantasia 
giovenile di Dante; il quale movendo dal contemplare un fatto umano 
e comune, quale è il saluto, s'innalza via via ad una idealizzazione 
jsempre più pura della sua donna nella considerazione degli effetti mi- 
rabili di lei e della serena dolcezza che ella diffonde nello spirito degli 
uomini, che tutti si sentono attratti dalla divina presenza. I concetti 
di questa breve, ma gloriosa poesia non sono nuovi ; poiché sparsa- 
mente erano già stati espressi da altri poeti : ma l'Alighieri seppe 
collegarli in tale stupenda armonia e dar loro una veste cosi composta 
e delicata da farne un capolavoro di rappresentazione e di stile. In- 
torno a questo son. scrisse una dissertazione Luigi Cibrario (vedila 
nell'edizione del Torri, pp. 127-32). 

Dante — La Vita Nuova. 10 



146 LA VITA NUOVA 



[Sonetto XVJ 

Tanto gentile e tanto onesta pare 

la donna mia, quand' ella altrui saluta, 

3© eh' ogne lingua deven tremando muta, 

4 e gli occhi no l'ardiscon di guardare. 
Ella si va, sentendosi laudare, 
benignamente e d'umiltà vestuta; 
e par che sia una cosa venuta 

35 8 dal cielo in terra a miracol mostrare. 



28. Tanto gentile ecc.; cfr. Cino (p. 131): Egli è tanto gentile et 
alta cosa La donna che sentir mi face amore ecc. - pare, si dimo- 
stra, apparisce ; come nell' Inf., xxxiii, 134 ; Par., xiii, 91 ecc. 

30. eh'' ogne lingua ecc. Dante ha già descritto gli effetti che sovra 
di lui produceva il saluto di Beatrice, nel cap. xi; qui accenna invece 
gli effetti del saluto sugli altri uomini : un tremito che impedisce la. 
parola, e un ritegno che non consente di guardare. 

32. Ella si va ecc. Bene osserva il D'Anc. : « Bellissimo comincia- 
mento di nuovo periodo poetico, di andatura insieme svelta e mae- 
stosa. E par quasi veder Beatrice che passa, appena sfiorando la 
terra, lieve lieve come quell'angelo che varcava Stige con le piante 
asciutte, quasi uno spirito celeste sperduto nella folla degli uomini 
mortali ». Cfr. il Guinizelli (p. 35) : 

Passa per via adorna e si gentile 
che bassa orgoglio a cui dona salute. 

33. d'umiltà vestuta. Si è già accennato più volte (cfr. cap. xix,. 
56; xxui, 48 e 165), quale sia il concetto racchiuso nella parola umiltà 
pei rimatori dello stil nuovo: è lo stato d'animo in perfetta tranquillità 
e pace, in opposizione all'ira, stato di passione ; come dimostra spe- 
cialmente un luogo del Cavalcanti (p. 53): 

Deh ! che rassembla quando li occhi gira 
dical Amor, eh' i' noi poria contare : 
cotanto d' umiltà donna mi pare 
eh' ogn' altra veramente la chiam' ira. 

34. e par che sia ecc. Questo modo di concepir la donna come un 
miracolo vivente è comune negli antichi poeti; cfr. i versi di Chiaro 
Davauzati e Monte Andrea riferiti al cap. xix, 62, e anche si veda la 
nota al cap. xxi, 21. - una cosa; cosi nella canz. del cap. xix, 59 1 
cosa mortale Come esser può si adorna e si pura ? 



CAPITOLO XXVI 147 



Mostrasi si piacente a chi la mira, 

che dà per li occhi una dolcezza al core, 
11 che 'ntender nolla può chi nolla prova. 

E par che de la sua labbia si mova 

un spirito soave pien d' amore, 40 

14 che va dicendo a l'anima : « sospira », 



36. piacente, osserva il Cibrario, « è vocabolo molto gentile, ed 
avanza in proprietà di significato la voce piacevole, a cui il Boccaccio 
ha cominciato a dar voga ... l'avanza in proprietà di significato, 
perocché è participio presente, ed indica un tempo ed 'una azione j lad- 
dove piacevole ha una significazione indeterminata, ed indica quello 
che generalmente può e dee piacere ». 

37. .dà per li occhi; infonde a traverso gli occhi di chi la mira. 
Bene osserva il Cibr. « quanta forza abbia quel verbo dà, per virtù 
del quale una operazione spirituale riceve quella vivacità di rappre- 
sentazione, che è propria soltanto delle fisiche ». 

38. che 'ntender ecc. Cfr. Par., in, 37: 

O ben creato spirito, che a' rài 
di«vita eterna la dolcezza senti, 
che, non gustata, non s'intende mai. 

39. labbia, qui e nei capp. xxxi, 99 e xxxvi, 18 significa tutto 
l'aspetto, e specialmente il volto; nel poema abbiamo, Inf., vii, 7 Yen- 
fiata labbia di Pluto, Inf;', xiv, 67 la miglior labbia e xix, 122 la 
contenta labbia di Virgilio, e Purg., xxm, 47 la cambiata labbia di 
Forese Donati. - si mova ecc. Il D'Anc. richiama opportunamente due 
passi delle Vite dei Santi Padri; l'uno da quella di Santa Taar (II, 27): 
Questa era di tanta bellezza eh' eziandio gli castissimi animi avrebbe 
eccitato a libidine la sua vista, se non fosse eh'' era di si onesti e 
composti costumi, che pareva che di lei uscisse un amor di casti- 
tade si mirabile e si terribile, che faceva vergognare e temere chiun- 
que l'avesse guatata disonestamente ; e l'altro da quella di San Gio. 
Battista (IV, 296) : di lui [Gesù] esce una virtù' dolcissima d'amore 
che trae a sé tutto il cuor dell'uomo. 

40. un spirito soave; cosi nel cap. xxiv, 39: un spirito amo- 
roso; nel Conv., in, stanza 4 a della canz.: un spirito gentile; in un 
son. (p. 116) : un spirito infiammato ; e chi vuole vedere le ragioni 
di questa lezione le cerchi, nel discorso del Fornaciari, Del soverchio 
rigore dei grammatici,, § 21. 

41. sospira; cfr. il Cavalcanti (p. 53) : parlare Uom non le può, 
ma ciascun ne sospira. 



148 LA VITA NUOVA 



Questo sonetto è si piano ad intendere, per quello 
che narrato è dinanzi, che non abbisogna d'alcuna divi- 
sione ; e però lassando lui, dico che questa mia donna 

45 venne in tanta grazia, che non solamente ella era ono- 
rata e laudata, ma per lei erano onorate e laudate 
molte. Ond' io veggendo ciò e volendolo manifestare a 
chi ciò non vedea, propuosi anche di dire parole, ne le 
quali ciò fosse significato : e dissi allora questo sonetto, 

50 lo quale narra di lei come la sua vertude adoperava 
ne l'altre, si come appare ne la sua divisione. 

[Sonetto XVI] 

Vede perfettamente ogne salute 

chi la mia donna tra le donne vede; 

42. piano, agevole, facile ; cosi nel Purg., vi, 34 : la mia scrittura 
è piana, e xvin, 85 : la ragione aperta e piana. 

46. per lei ecc.; era tanta l'onestà e la gentilezza di Beatrice che 
ne riceveano onore e lode anche le sue compagne. È un pensiero che 
ricorre anche in altri poeti ; per es. in Cino (p. 27) : 

Vedete, donne, bella creatura 

che sta tra voi maravigliosamente 

vedeste mai cosi nuova figura 

o cosi savia giovine piacente ? 

Ella per certo l'umana natura 

C tutte voi adorna similmente... 

Quanto si puote a prova l'onorate, 

donne gentili, eh' ella voi onora, 

e di lei 'il ciascun loco si favella ; 
e nel Cavalcanti (p. 44) : 

Le donne che vi fanno compagnia, 

assa' mi piaccion per lo vostro amore : 

ed i' le prego per lor cortesia, 

che qual più puote più vi faccia onore, 

ed aggia cara vostra segnoria, 

perché di tutte siete la migliore. 
50. adoperava; spiega il Card. « come operava, quali effetti pro- 
duceva ; Purg., xxvn, 131 : Quinci Lete, cosi dall' altro lato Eunoè 
si chiama, e non adopra Se quinci e quindi pria non è gustato ». 
11 verbo adoperare è cosi usato anche altrove, cap. vm, 22; xxvn, 5. 
52. Vede perfettamente ecc. Abbiamo già osservato che il con- 



CAPITOLO XXVI 149 



quelle, che vanno con lei, son tenute 
4 di bella grazia a dio render merzede. 55 

E sua beltate è di tanta vertute, 

che nulla invidia a l'altre ne procede, 

anzi le face andar seco vestute 
8 di gentilezza e d'amore e di feda. 

La vista sua fa ogni cosa umile, 60 

e non fa sola sé parer piacente, 
11 ma ciascuna per lei riceve onore. 

Ed è ne gli atti suoi tanto gentile, 

che nessun la si può recare a mente, 
14 che non sospiri in dolcezza d'amore. 65 

Questo sonetto ha tre parti ; ne la prima dico tra 
che gente questa donna più mirabile parea ; ne la se- 
conda dico si com' era graziosa la sua compagnia ; ne 
la terza dico di quelle cose che vertuosamente operava 
in altrui. La seconda parte comincia quivi : Quelle, che 70 
vanno [v. 3] ; la terza quivi : E sua beltate [v. 5]. 
Questa ultima parte si divide in tre : ne la prima dico 

cetto sviluppato in questo sonetto più che di Dante è proprio della 
scuola poetica alla quale egli appartiene; ma certo egli l' ha espresso 
più compiutamente degli altri rimatori, e con più sicura e franca 
efficacia di stile e di linguaggio. Il D'Anc. osserva giustamente che 
questo sonetto non cede al precedente « per interiore bellezza e per 
vaghezza poetica ..., ma forse gli nuoce il venir subito dopo quello ». 

57. nulla invidia ecc. ; della bellezza di Beatrice, tanto è mira- 
bile, le altre donne non sentono invidia alcuna, perché, come dice 
Cino (p. 136), non dà invidia quel oW è meraviglia, Lo quale vizio 
regna ove è paraggio. 

60. La vista ecc., la vista di Beatrice rasserena ogni animo, e fa 
apparir belle le altre donne, si che ne sono onorate. 

66. tra che gente ; come questa donna apparisca più mirabile 
quando è in mezzo ad altre donne. Cfr. Purg., xxxi, 82-84. 

68. graziosa, feconda di grazia, cagione di favore agli altri. Nel 
poema (per es., Purg., vili, 45; xm, 91 ; Par., m, 40). Dante usò per 
lo più questo aggettivo nel senso di gradito, piacevole, come già ab- 
biamo visto nel cap. vm, 4. 



150 



LA VITA NUOVA 



quello che operava ne le donne, ciò è per loro raede- 
/' sime; ne la seconda dico quello che operava in loro 
75 per altrui ; ne la terza dico come non solamente ne le 
donne, ma in tutte le persone, e non solamente la sua 
presenza, ma, ricordandosi di lei, mirabilemente ope- 
rava. La seconda comincia quivi : La vista sua [v. 9]; 
la terza quivi: Ed è ne gli atti suoi [v. 12]. 



V 

XXVII 



y 



Appresso ciò, comincia' a pensare uno giorno sopra 
quello che detto avea de la mia donna, ciò è in questi 
due sonetti precedenti ; e veggendo nel mio pensiero 
che io non avea detto di quello che al presente tempo 
adoperava in me, pareami difettivamente avere, par- 
lato ; e però propuosi di dire parole, ne le quali io 
dicessi come mi parea essere disposto a la sua opera- 
zione, e come operava in me la sua vertude. E non 

73. per loro medesime, cioè nei loro animi che divenivano gen- 
tili, amorosi e fedeli. 

74. in loro per altrui, cioè nelle loro persone che agli altri ap- 
parivano belle. 

77. ma ricordandosi ecc., ma anche la sola ricordanza di lèi. 

XXVII. — 2. questi due sonetti, quelli del cap. xxvi, che rappre- 
sentano gli effetti della presenza di Beatrice rispetto agli uomini in 
generale, e alle donne. 

5. adoperava; cfr. la nota al cap. xxvi, 50. - difettivamente, in 
modo manchevole; perché Dante non aveva rappresentato la dispo- 
sizione del suo animo a subire gli effetti di Beatrice, e né pure gli ef- 
fetti stessi rispetto a sé. 

6. propuosi ecc. 11 Witte annota : « Il poeta voleva esporre nella 
canzone come dall'un dei lati la lunga signoria d'Amore l'aveva di- 
sposto a ricever degnamente i benefici influssi che procedeano dalla 
sua donna, aveva dunque condotto in lui a maggior perfezione la 
potenza; dall'altro lato, come quegli influssi virtuosi operavano in 
lui, riducevano in atto quella potenza ». 



CAPITOLO XXVII 151 



-credendo potere ciò narrare in brevitadé di sonetto, 
^cominciai allora una canzone, la qual comincia : 10 

[Stanza] 

Si lungiamente m'ha tenuto Amore, 
e costumato a la sua segnoria, 
che si corri' elli m' era forte in pria, 
cosi mi sta soave ora nel core. 
Però quando mi tolle si '1 valore, 
che li spiriti par che fugg-an via, 
allor sente la frale anima mia 

9. in brevitade ecc. ; nel breve giro di quattordici versi il sonetto 
»non poteva esser sufficiente ad esprimere tutto ciò che Dante sen- 
tiva nell'animo; però ricorse alla grande forma della lirica, la 
canzone. 

10. una canzone. Questa unica stanza di una canzone rimasta in- 
terrotta per la morte di Beatrice chiude la seconda serie delle rime 
-della Vita Nuova, di quelle cioè che hanno per materia e fine la loda 
della donna amata: considerando che in questi versi i due concetti 
che Dante intendeva di manifestare sono espressi compiutamente, si 
potrebbe credere che in origine costituissero un componimento a sé, 
una stanza (per l'uso della quale cfr. la cit. notizia Sulle forme metr. 
ital; cap. I, § 4), e che l' idea di presentarli come un frammento di 
canzone venisse al poeta solo quando volle farli servire come espres- 
sione del passaggio suo dallo stato di contemplazione a quello del do- 
lore per la morte di Beatrice. 

11. Si lungiamente ecc. Amore mi ha per tanto tempo tenuto e_ 
abituato al suo dominio, che quanto prima mi era grave, tanto ora 
mi è dolce. 

Vór tolle, toglie ; forma amata da Dante, che l'usò in rima'nel- 
V Inf., xxiir, 57; Par., vi, 57 e xvn, 33; e anche fuori di rima, per 
»es. nella canz. Morte, per eh' io (p. 122): che 'l colpo tuo mi tolle. 
16. che li spiriti ecc. Cfr. cap. xiv, 69) : 

. . . fere tra' miei sospiri paurosi 

e quale ancide e qual pinge di fora ; 
e cap. xvr, 23 : 

. . . Amor m' assale subitanamente 

si che la vita quasi m'abbandona; 
wa V effetto che là è doloroso e forte, qui è invece motivo di soavis- 
sima dolcezza. 



152 LA VITA NUOVA 



tanta dolcezza, che '1 viso ne sraore. 
Poi prende Amore in me tanta vertute, 
20 che fa li spirti miei gire parlando ; 

ed eseon for chiamando 
la donna mia, per darmi più salute. 
Questo m' avvene ovunqu' ella mi vede, 
e si è cosa umil, che noi si crede. 

XXVIII 

Quomodo sedet sola civitas piena populo ! facta 
est quasi vidua domina gentium. Io era nel propo- 

17. che 7 viso ne smore ; cfr. cap. xxr, 12: si che, tassando iV 
viso tutto ismore. 

20. che fa li spirti ecc. Il Card, difendendo la variante : Che fa 
li miei sospiri gir parlando, osserva che « la espressione degli affetti 
e dei pensieri data ai sospiri è imagine dantesca che vediamo più 
volte ripetuta nelle rime qui innanzi »; ed è vero ; ma sarebbe imagine 
sproporzionata il dare a codesti sospiri la parola per chiamar la don- 
na, e d' altra parte l'autorità dei manoscritti che recano la nostra le- 
zione é grande, e questo verso è in relazione stretta con quello d' in- 
nanzi : che li spiriti par che fuggan via. 

21. chiamando, invocando Beatrice, perché ella mi conforti, o, 
come altri intendono, per darmi, ripetendomi il suo nome, conforto 
e valore. 

23. Questo m' avvene ecc. Questo stato d'animo, descritto nei versi 
precedenti, mi è abituale qualunque sia il luogo e il tempo eh' io la 
vedo ; ed è stato cosi dolce e sereno, da non credersi, 

XXVIII. — 1. Quomodo ecc. Clr. la nota al cap. xxx, 6. 

2. Io era nel proponimento ecc. « Barbari coloro, scrisse il Balbo 
(Vita di D., I, 7), che in questo interrompimento, in questa remini- 
scenza della Sacra Scrittura, in quel rassegnato, ma venuto a stento, 
Signore della giustizia, in quella gentile e die non potè essere im- 
maginata rimembranza del nome di Maria stato frequente in bocca 
alla sua donna, non sanno vedere i segni tutti della verità e della 
passione. E stretti di cuore e di spirito coloro, a cui, nati e vivuti in 
prosa, par falsità tutto ciò che è detto in poesia, la quale non è pure 
se non un altro, forse più vero, aspetto delle cose umane ; e coloro 
i quali misurando ogni altro uomo alla propria misura, non intendono 
un dolore espresso in un modo diverso dal loro. Che siccome infiniti 



CAPITOLO XXVIII 153 



nimento ancora di questa canzone, e compiuta n' avea 
questa soprascritta stanzia, quando lo signore de la 
giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto 
la 'nsegna di quella reina benedetta Maria, lo cui nome 
fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa 
Beatrice beata. E avvegna che forse piacerebbe a pre- 
sente trattare alquanto de la sua partita da noi, non 



sono i dolori quaggiù, infinite sono le espressioni vere di esso, seconda 
le età, il sesso, le condizioni, la cultura, od anche la ignoranza e gli 
errori di ciascuno. Alle quali tutte all' incontro sapranno compatire 
gli animi gentili : e cosi ripensando alle condizioni dei tempi di Dante, 
compatiranno e alla discussione eh' ei fa sulla data della morte di 
sua donna, ai 9 Giugno del 1290, e ai numeri che vi trova, e alla let- 
tera latina eh' egli ne scrive sul testo citato di Geremia ai principi 
della terra ». 

5. chiamò questa gentilissima ecc. Beatrice è nel paradiso dan- 
tesco gloriosamente trionfante nel terz' ordine di seggi con Rachele ; 
e S. Bernardo mostrando a Dante la disposizione della rosa celeste- 
dice, Par., xxxn, 4: 

La piaga, che Maria richiuse ed unse, 
quella che tanto bella è da' suoi piedi, 
è colei che l'aperse e che la punse. 
Nell'ordine che fanno i terzi sedi 
siede Rachel di sotto da costei 
con Beatrice, si come tu vedi. 
- gloriare, partecipare alla gloria celeste. 

6. lo cui nome ecc.; della divozione di Beatrice alla Vergine è già 
indizio il fatto eh' ella frequentasse una chiesa, cap. v, 2, ove s'udiano 
parole de la reina de la gloria. 

9. trattare alquanto. È a questo punto che si ricongiunge alla 
Vita nuova la canz. Morte, perch' io non truovo (p. 122), scritta 
poco prima della morte di Beatrice. In essa il poeta si volge alla 
Morte, ppiebé non trova altri coi quali effondere il suo dolore e perché 
essa sola può renderlo felice o infelice, piangendo per quella dolce pace 
che perderà se venga a mancar Beatrice (1-15). Non dice quale sia 
questa pace, che Morte può rapirgli, perché essa lo deve intendere 
pur dall'aspetto doloroso eh' egli ha fatto nel solo timore: che se la 
sua donna morisse egli dovrebbe uccidersi (16-30). Morte, uccidendo 
Beatrice, scaccerebbe la virtù e la bellezza dal loro albergo, e toglie- 
rebbe ad Amore colei che ne è la bella insegna (31-45). Però a lei 



154 LA VITA NUOVA 



io è lo mio intendimento di trattarne qui per tre ragioni: 
la prima che ciò non è del presente proposito, se vo- 
lemo guardare nel proemio, che precede questo libello; 
la seconda si è che, posto che fosse del presente pro- 
posito, ancora non sarebbe sofficiente la mia lingua 

15 a trattare, come si converrebbe, di ciò ; la terza si è 



deve increscere del gran danno che ne seguiterebbe : trattenga quindi 
lo strale, raffreni l'ardire, conceda misericordia, che già gli angeli si 
dispongono a ricevere in cielo l'anima santa (46-60). Si presenti adun- 
que la canzone innanzi alla Morte, umilmente, per ismoverla dal suo 
proposito; e se otterrà ciò, ne porti novelle alla donna e la contorti 
si che l'anima gentile resti ancora nel mondo (61-75). 

11. la prima ecc.; la 1" ragione, per la quale Dante non vuole 
trattare della morte di Beatrice, è che ciò non sarebbe conforme al 
suo intendimento, dichiarato nel proemio; vale a dire che questo av- 
venimento resta fuori della vita nova, non cronologicamente nla per 
la sua natura: infatti nel proemio ha dichiarato di voler scrivere le 
parole eh'' egli trova sotto la rubrica Incipit vita nova : cfr. la IVot, 
sulla V. N., § 4. 

13. la seconda ecc.; la 2 a ragione è che Dante non si sente abba- 
stanza preparato a parlare degnamente di questo fatto, non già per- 
ché il rappresentare la morte di una donna trascenda le umane fa- 
coltà, ma perché la morte di Beatrice fu tale avvenimento rispetto 
all' animo del poeta da non poter esser significato colle parole. 

15. la terza ecc.; la 3* ragione è che trattando della morte di 
Beatrice Dante sarebbe venuto a lodare sé stesso, e ciò secondo egli 
dimostra anche nel Conv., i, 2, è in sommo grado riprovevole. Il 
punto più oscuro è come mai trattando della morte della sua donna 
Dante avrebbe dovuto esser lodatore di sé ; molti interpreti, come il 
■Giul. non si fermano su questa difficoltà, altri come il Torri e il 
Prat. la spiegano molto leggermente, altri infine come il Card., il 
D'Anc. il Wide confessano di non intendere. Se ci ricordiamo che. 
Dante sino dalla canz. del cap. xix concepisce Beatrice come creatura 
celeste e desiderata in cielo dagli angeli stessi, e che nella visione 
del cap. xxiii al presentimento della morte di lei fa seguire 1' appa- 
rizione di donne scapigliate che gli gridano : « solamente tu morirai, 
Beatrice no » possiamo intendere com' egli concepisse questa morte 
nella sua donna, non già come un effetto fisico e di natura terrena, 
ma come un ritorno di queir anima beata ed eletta alla sua naturai 



CAPITOLO XXVIII 155 



ohe* posto che fosse l'uno e l'altro, non è convenevole 
a me trattare di ciò, per quello che, trattando, conver- 
rebbe esser me laudatore di me medesimo, la qual cosa 
è al postutto biasimevole a chi lo fae : e però lascio co- 



-sede, il cielo: tant' è vero che anche nella canz., Morte -perch" io non 
truovo aveva scritto : 

Morte, deh ! non tardar mercé, se 1' hai ; 

che mi par già veder lo cielo aprire 

e gli angeli di dio quaggiù venire 

per volerne portar 1' anima santa 

di questa, in cui onor lassù si canta. 
•Ciò posto, s' intende facilmente come Dante, se avesse dichiarato nella 
narrazione la natura di questo avvenimento che per gli altri era sem- 
plice morte e naturale, sarebbe venuto implicitamente a lodare sé 
stesso, in quanto fra tutti gli uomini era stato eletto all'amore di 
questa donna mirabile. 

19. lascio cotale trattato ad altro chiosatore. Assai probabilmente 
Dante ebbe il pensiero ali* amico suo Cino da Pistoia, il quale cantò 
la morte di Beatrice in una deploratoria, che come documento stret- 
tamente connesso alla V. N. mi par da riferire qui. Ecco la canz. del 
pistoiese (p. 418) : 

Avvegna eh' i' aggia più volte per tempo 

per voi richiesto pietate et amore 

per confortar la vostra greve vita ; 

e' non è ancor si trapassato il tempo, 

che '1 mio sermon non trovi il vostro "core 

piangendo star con 1' anima smarrita 

tra sé dicendo: e Già sarà in ciel gita, 

beata cosa com' chiamava il nome >. 

Lasso me, quando et come 

vedervi potrò- io visibilmente, 

si che ancor a presente 

far i' vi possa di conforto aita ? 

Dunque mi udite, poi eh' i' parlo a posta 
14 d' Amor, a li sospir ponendo sosta. 

Noi proviamo che in questo cieco mondo 

ciascun si vive in angosciosa noia, 

eh' in ogne avversità ventura '1 tira : 

beata 1' alma che lassa tal pondo 

e va nel ciel dov' è compita gioia ! 

gioioso il cor for di corrotto e d' ira ! 

Or dunque di che il vostro cor sospira, 

che rallegrar si dee del suo migliore ? 

che dio nostro signore 

volse di lei, come avea 1' angel detto, 

fare il cielo perfetto : 



156 LA VITA. NUOVA 



20 tale trattato ad altro chiosatore. Tuttavia, perché molte 

per nova coaa ogni santo la mira 

et ella ista davante a la salute, 
28 e in ver lei parla d' ogni sua virtute. 

Di che vi stringe il cor pianto ed angoscia 

che dovreste d'amor sovragioire, 

che avete in ciel la mente e 1' intelletto ? 

Li spirti vostri trapassar da poscia 

per sua virtii nel ciel : tal è il desire, 

che Amor lassù li pinge per diletto. 

O uomo saggio, dio perché distretto 

vi tien cosi V affannoso pensiero ? 

per suo onor vi chiero, 

che allegramente prendiate conforto, 

né abbiate più il cor morto 

né figura di morte in vostro aspetto, 

però che dio locata 1* ha fra' suoi, 
42 et ella ognora dimora con voi. 

Conforto già," conforto l'Amor chiama, 

€ Pietà priega « per Dio, fate presto »; 

or v'inchinate a si dolce preghiera, 

spogliatevi di questa veste grama, 

da che voi siete per ragion richiesto ; 

che l'uomo per dolor more e dispera. 

Come vedreste poi la bella ciera, 

se vi cogliesse morte in disperanza ? 

Da si grave pesanza 

traete il vostro core ornai, per dio, 

che non sia cosi rio 

ver 1' alma vostra, che ancora ispera 

vederla in cielo star ne le sue braccia ; 
56 adunque speme e confortar vi piaccia. 

Mirate nel piacer dove dimora 

la vostra donna, eh' è in ciel coronata ; 

onde la vostra speme è in paradiso 

e tutta santa ormai vostra memora, 

contemplando nel ciel dov' è locata 

il vostro core, per cui sta diviso, 

che pinto tiene in si beato viso : 

secondo eh' era quaggiù meraviglia, 

cosi lassù somiglia, 

e tanto più quanto è mei' conosciuta. 

Come fu ricevuta 

da gli angioli con dolce canto e riso 

li spirti vostri rapportato l' hanno, 

75 che spesse volte quel viaggio fanno. 
Lassù parla di voi con quei beati, 

e dice loro : « In mentre che io fui 
nel mondo, ricevetti onor da lui, 
laudando me ne' suoi detti laudati »; 
e priega Iddio lor signor verace, 

76 che vi conforte si come a voi piace. 



CAPITOLO XXVIII 1 57 



volte lo numero del nove ha preso luogo tra le parole 
dinanzi, onde pare che sia non sanza ragione, e ne la 
sua partita cotale numero pare eh' avesse molto luogo, 
conviensi di dire quindi alcuna cosa, acciò che pare al 
proposito convenirsi. Onde prima dirò come ebbe luogo 25 
ne la sua partita, e poi n' assegnerò alcuna ragione, 
per che questo numero fue a lei cotanto amico. 

XXIX 

Io dico che, seconda l'usanza d'Arabia l'anima sua 



Il Renier ed altri hanno voluto mettere in dubbio che questa bella can- 
zone sia veramente di Cino, e composta per la morte di Beatrice. Ma, 
quanto all'autore, abbiamo in favore del pistoiese la testimonianza di 
Dante stesso, De vulg. eloq., h, 6, e di sette manoscritti provenienti 
più o meno direttamente da raccolte di poeti dello stil nuovo ; mentre 
solo a un errore dell'Allacci è dovuta l'attribuzione di questa canzone 
al Guinizelli (cfr. Del Lungo, Beatrice cit., p. 32, e anche P. Canal, 
Sopra una cans. di Cino da Pist. negli Atti del r. Istituto veneto, 
serie 5% voi. III). Che poi la canzone stessa altro non sia che una con- 
solatoria per la morte di Beatrice è evidente a chi la legga conside- 
rando le parole : . . . sarà in ciel gita beata cosa com' chiamava il 
nome dei vv. 7-8, e raffrontandola con le rime della V. N. e special- 
mente il v. 7 col cap. xxxi, 46; i vv. 14 e 21 coi capp. xxxi, 74, xxxin, 
35-38 e con tutto il son. del cap. xxxn ; i vv. 15-16 col cap. xxxi, 
58-59; i w. 23-25 coi capp. XIX, 31-41 e xxxi, 52-57; i vv. 26-28 col 
cap. xxxi, 46-48; il v. 64 col cap. xxi, 21 ; in generale poi la canz. di 
Cino risponde ai pensieri e sentimenti di Dante nel periodo del dolore 
per la morte di Beatrice. 

21. lo numero del nove ; cfr. la Not. sulla V. N., § 5. 

22. e ne la sua partita ecc., e nella data della sua morte ricorre 
molte volte il numero nove. 

XXIX. — 1. secondo V usanza d' Arabia: questa è la lezione dei 
manoscritti più autorevoli; ma altri testi e tutte le stampe leggono 
secondo l'usanza d'Italia, lezione dimostrata falsa dalle parole che 
vengono appresso : E secondo V usanza nostra ; perché Dante, che 
computava al modo degli italiani, non avrebbe potuto distinguere 
la cronografia nostra da quella d' Italia, se si fosse trattato di una 
sola. E forse qui non è senza ragione l'aver applicato alla ricerca 



158 LA VITA NUOVA 



nobilissima si partio ne la prima ora del nono giorno- 
dei mese; e secondo l'usanza di Siria, ella si partio 
nel nono mese de l'anno, però che '1 primo mese è ivi 

5 Tisirin primo, lo quale è a noi Ottobre, E secondo 
l'usanza nostra, ella si partio in quello anno de la no- 
stra indizione, ciò è de li anni Domini, in cui lo perfetto 
numero era compiuto nove volte in quello centinaio,, 
nel quale in questo mondo ella fue posta: ed ella fue 

io de li cristiani del terzodecimo centinaio. Perchè questo 

dei nove nella data della morte di Beatrice le tre cronografie distinte- 
d'Arabia, di Siria, d'Italia; acciocché si vedesse come anche questa 
ricerca poggiava sull'intervento di un numero perfetto, il tre radice 
del nove. 

2. ne la prima ora del nono giorno ecc. Nella prima ora del 
giorno 19 giugno. Infatti, secondo le notizie comunicate dal prof. F, 
Lasinio al Del Lungo (Beatrice cit., p. 27) « l'anno 689 arabo cominciò 
nel 14 gennaio 1290 di Cristo », e « il mese Giumàdà secondo del 63* 
arabo, che corrisponde ai nostri giugno-luglio 1290, fu il sesto mese 
arabico, che in queir anno 639 principiò il di 11 giugno »: dunque il 
nono giorno secondo V usanza d'Arabia o calendario mussulmano 
corrispondeva in quell'anno al nostro giorno 19 di giugno. Non è inu- 
tile avvertire che se Beatrice fosse morta il giorno 9 di un qualsiasi 
mese, come ammettono tutti, questa ricerca di Dante sarebbe stata 
oziosa e vana; ma questa data fu ricavata sempre dalla falsa lezione : 
secondo l'usanza d'Italia. 

3. secondo l'usanza di Siria : V anno siriaco incomincia al 1" ot- 
tobre (cfr. Riccioli, Chronologiae reformatae, Bologna, 1669, I, 51) j 
cosi che il nono mese di quel computo corrisponde al nostro giugno. 

5. Tisirin primo ottobre : veramente Tisrin (siriaco Tesrin e 
Tesri) è il nome di due mesi dell' anno siriaco, che si distinguono 
coli' aggiunta di primo o secondo e rispondono 1' uno all' ottobre e 
l'altro al novembre. 

6. de la nostra indizione, della nostra èra cristiana. 

7. in cui lo perfetto numero ecc. Il numero dieci è perfetto, se- 
condo Dante, Conv., n, 15 « con ciò sia cosa che dal dieci in su 
non si vada se non esso dieci alternando con gli altri nove e con sé 
stesso »; e qui dicendo che quel numero nell' anno della morte di 
Beatrice ritornava, rispetto al xm secolo, per la nona volta viene ad 
indicare chiaramente la data del 1290. Cosi il tempo del grande 
avvenimento resta determinato alla prima ora del 19 Giugno 1290 



CAPITOLO XXIX 159 



nùmero fosse in tanto amico di lei, questo potrebbe 
essere una ragione, con ciò sia cosa che, secondo To- 
lomeo e secondo la cristiana veritade, nove siano li 
cieli che si muovono, e secondo comune opinione astro- 
loga li detti cieli adoperino qua giuso secondo la loro i& 
abitudine insieme ; questo numero fue amico di lèi per 
dare a intendere, che ne la sua generazione tutti e 
nòve li mobili cieli perfettissimamente s'aviano insieme. 
Questa è una ragione di ciò; ma più sottilmente pen- 
sando, e secondo la infallibile verità, questo numero 2fr 



cioè del giorno nono arabicamente del nono mese siriaco di un anno 
in cui ricorre nove volte il numero perfetto. 

li, in tanto, in tal misura, cosi come ho dimostrato; cfr. cap. v, 8. 

13. la cristiana veritade; secondo il Dionisi (An. V, 140) e il Card, 
sarebbe una verità riconosciuta da tutti, un'opinione generale, secondo 
il Witte e il D'Anc. una verità non disforme dai principii della teolo- 
gia cristiana.— nove siano ecc. Conv., n, 3 : secondo ÌUi [Tolomeo] e 
secondo che si tiene in astrologia e in filoso/la, poiché quelli movi- 
menti furono veduti, sono nove li ci.eli mobili. 
- 15. secondo la loro abitudine. «Il significato' di abitudine in que- 
sto luogo, cosi il Card., è dichiarato da un passo del Varchi (Lezioni); 
Si apprenda la cognizione delle abitudini e proporzioni che ha una 
cosa con l'altra ; e di Galileo (Sist.) : Trasportate pure la terra dove 
vi piace, che voi giammai non cangerete abitudine né ai poli né ai 
cerchi né ad altra cosa terrena. Quanto alla dottrina astrologica, an- 
che nel Purg., xxx, 109, fa da Beatrice ricordare, quanto alle buone 
disposizioni di sé stesso, ì'ovra delle ruote magne, Che drizzan cia- 
scun seme ad alcun fine, Secondo che le stelle son compagne: e, se 
il soggetto della Ball. Io mi son pargoletta (p. 156) fosse Beatrice, ella 
direbbe di sé : Ciascuna stella negli occhi mi piove Della sua luce e 
della sua virtute ». 

18. s'aviano insieme. Erano, spiega il Witte, nella posizione più 
favorevole, di modo che ognuno di questi cieli poteva far agire ibe- 
nefici suoi influssi in perfetta armonia cogli altri. Cfr. Par,, xiii, 79 l 

ì se il caldo amor la chiara vista 

della prima virtù dispone e segna 
tutta la perfezion quivi s'acquista. 

20. la infallibile verità è la verità teologica, secondo la quale la. 
perfezione è rappresentata dalla trinità. 



160 LA VITA NUOVA 



fue ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo 
cosi. Lo numero del tre è la radice del nove, però che 
senza numero altro alcuno, per sé medesimo fa nove, 
si come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove. 

25 Dunque se '1 tre è fattore per sé medesimo del nove, 
e cosi il. fattore de' miracoli è tre, ciò è Padre e Fi- 
gliuolo e Spirito santo, li quali sono tre ed uno, que- 
sta donna fue accompagnata da questo numero del nove 
a dare ad intendere, ch'ella era un nove, ciò è uno 

so miracolo, la cui radice, ciò è del miracolo, è solamente 
la mirabile Trinitade. Forse ancora per più sottile per- 
sona si vedrebbe in ciò più sottile ragione; ma questa 
è quella ch'io ne veggio, e che più mi piace. 

XXX 

Poi che fue partita da questo secolo, rimase tutta 
la sopradetta cittade quasi vedova e dispogliata da 
ogni dignitade; onde io, ancora lagrimando in questa 

27. li quali sono tre ed uno; cfr. Par., xm, 55: 

.... quella viva luce, che si mea 

dal suo lucente, che non si disuna 

da lui, né dall'amor che in lor s'intrea, 

Per sua bontate il suo raggiare aduna, 

quasi specchiato, in nove sussistenze, 

eternalmente rimanendosi una; 
« XXV, 139: 

E credo in tre Persone eterne; e queste 

credo una essenzia si una e si trina, 

che sofferà congiunto sono ed este. 
30. miracolo; cfr. la nota al cap. xxi, 21. 

XXX. — 1. secolo, la vita transitoria in corrispondenza all'eterna: 
cfr. cap. ii, 9. 

2. la sopradetta cittade, Firenze, che Dante non ha propriamente 
nominata; ma intese di accennarla colla citazione biblica del cap.xxviii, 1. 

3. da ogni dignitade, d'ogni prerogativa onorevole avendo per- 
duto Beatrice, vivente miracolo; cfr. Par., vii, 85: 

Vostra natura, quando peccò tota 
nel seme suo, da queste dignitadi, 
come di Paradiso, fu remota. 



CAPITOLO XXX 



161 



•desolata cittade, scrissi a li principi de la terra al- 



4. scrissi a li principi de la terra. Osserva il Card.: « Ai princi- 
pali personaggi della città, ipterpretrano il Fraticelli e i commen- 
tatori tutti. E bene : terra per città è comune nella lingua di Dante e 
■del trecento: Inf., v. 97: Siede la terra dove nata fui Su la ma- 
rina. . . . (Ravenna) ; e xvi, 58, Dante dice a Guidoguerra, al Rusti- 
•cucci e all'Aldobrandi : Di vostra terra fui ; e xxm, 105 : Frati go- 
denti fummo e bolognesi, Io Catalano e costui Loteringo Nomati 
4 da tua terra (Firenze) insieme presi ecc. I cronisti poi l' han di 
-continuo. Fino il Tasso, xxiv, 50:. Goffredo alloggia nella terra (Ge- 
rusalemme) e vuole Rinnovar poi l'assalto al nuovo sole. Nota e ci- 
tazioni che sarebbero inutili, se Cesare Cantù anche ultimamente 
ricompilando nella St. della leu. ital. quel che in più luoghi delle 
opere sue ha scritto di Dante, non seguitasse a credere che la epistola 
menzionata in questo paragrafo della V. N. fosse indiretta ai principi 
del mondo; se cosi non tenesse anche Niccolò Tommaseo nei discorsi 
che precedono al Commento della D. C. ; e se in fine G. Rossetti, 
-citato dal Witte, intendendo alla stessa guisa terra per mondo non 
ne deducesse, sempre in ordine a quel sistema di allegorie politiche 
■ch'egli scorge in tutti gli scritti di Dante, trattarsi qui della Epistola 
latina che Dante indirizzò nel 1314 ai cardinali ragunati in conclave 
a Carpentras, che a punto incomincia con la esclamazione di Gere- 
mia : Quomodo sedet sola civitas. » Se non che osserva giustamente 
il Gaspary che, pur essendo frequente l'uso dantesco di terra per città 
■(e agli esempi recati dal Card, si possono aggiungere questi altri: 
genericamente, Inf., xxxi, 21; della città di Dite, Inf., vili, 77, 130; 
ix, 104; x, 2; di Firenze; Inf., xvi, 9; di Mantova, Inf., xx, 98, e 
Purg., vi, 75, 80 ; di Lucca, Inf. xxi, 40; di Forlì, Inf., xxvn, 43; di 
Rimini, Inf., xxvra, 86; di Marsiglia, Par., ix, 92), sembra strano 
-come Dante dopo le parole ancora lagrimando in questa desolata 
-cittade, non avesse detto più semplicemente : scrissi a li principi di 
essa, ove avesse voluto riferirsi proprio ai principali della città; ed 
osserva ancora che l' idea di un compianto in forma di epistola indi- 
rizzata ai principi del mondo, ma non mandata, non esce dalle tradi- 
zioni e dalle abitudini delle scuole medioevali di grammatica: e Dante 
stesso ce ne dà altri esempì rivolgendosi colle sue rime ai fedeli 
d'Amore, alle donne, ai pellegrini. Accetto interamente la spiegazione 
•del Gaspary, e mi pare che una forte riprova di essa sia nel fatto 
che questa epistola deploratoria era tutta in latino; che volgendosi ai 
suoi concittadini Dante non avrebbe avuto alcuna ragione di lasciare 
il comune volgare. 

Dante — La Vita Nuova. \\ 



162 



LA VITA NUOVA 



5 quanto de la sua condizione, pigliando quello comin- 
ciamento di Geremia profeta che dice: Quomodo sedet 
sola. E questo dico, acciò che altri non si maravigli,, 
perché io l'abbia allegato di sopra, quasi come entrata 
de la nova materia che appresso viene. E se alcuno 

io volesse me riprendere di ciò ch'io non iscrivo qui le 
parole che seguitano a quelle allegate, scusomene, però 
che lo 'ntendimento mio non fue dal principio di scri- 
vere altro che per volgare: onde, con ciò sia cosa che 
le parole, che seguitano a quelle che sono allegate, siano 

» tutte latine, sarebbe fuori del mio intendimento se le- 
scrivessi; e simile intenzione so ch'ebbe questo mio 
primo amico, a cui io ciò scrivo, ciò è ch'io li scri- 
vessi solamente in volgare. 

5. de la sua condizione: intederei della condizione della terra r 
poiché è stata privata di Beatrice ; cfr. i versi della canz. Morte per- 
ch'io non truovo (p. 124): 

E s'egli avvien che per te sia rimosso 

lo suo mortai voler, fa che ne porte 

novelle a nostra donna, e la conforte ; 

si eh' ancor faccia al mondo di sé dono 

quest'anima gentil, di cui io sono, 

6 Quomodo sedet ecc. É il principio del libro delle lamentazioni 
di Geremia, cap. i, 1. 

9. nova materia, dopo la loda di Beatrice, è il dolore per la sua 
morte, e occupa 1 capp. xxvm-xxxiv. 

14. le parole, che seguitano ecc.; tutta l'epistola ai principi, e non 
solamente la citazione dell'esordio, era adunque in latino. 

16. questo mio primo amico ecc., G. Cavalcanti, al quale io mando 
il presente libretto. Che la V. N. fosse dall'Alighieri inviata o dedi- 
cata al suo amico vivente, non può esser dubbio per chi consideri 
queste parole; ma non mi pare egualmente certo che il son. del Ca- 
valcanti (p. 59) /* vegno il giorno a te 'rifinite volte sia, come so- 
stiene il D'Ovidio, la ricevuta o il ringraziamento per quella dedica. 
L'equivoco è derivato dall'aver male inteso questi versi del sonetto- 
stesso : 

di me parlavi si coralemente 

che tutte le tue rime avea ricolte, 



CAPITOLO XXXI 163 



XXXI 

Poi che li miei occhi ebbero per alquanto lagriraato 
un tempo, e' tanto affaticati erano che non poteano di- 
sfogare la mia trestizia, onde pensai di volere sfogarla 
con alquante parole dolorose ; e però propuosi di fare 
una canzone, ne la quale piangendo ragionassi di lei, 
per cui tanto dolore era fatto distruggitore de la mia 
anima; e cominciai allora una canzone, la qual comin- 
cia: Li occhi dolenti per pietà del core. Ed acciò che 
questa canzone paia rimanere più vedova dopo lo suo 

che significano; «tu parlavi di me cosi affettuosamente,' che io ti ri- 
cambiava leggendo, considerando, ricogliendo ogni manifestazione del 
tuo animo, tutte le tue poesie»; né diversamente si può intendere 
tenendo la variante di un codice: che tutte le tue rime avei [= aveT] 
ricolte. Se poi l'avei di questo codice fosse, come vogliono alcuni, una 
forma fiorentina invece di avevi, se insomma le due azioni del parlare 
e del ricogliere fossero riferite a Dante, che modo non pur di espri- 
mersi ma di pensare sarebbe mai quello del Cavalcanti ì II dire ad un 
amico : « tu parlavi di me cosi affettuosamente, che avevi raccolte . 
tutte le tue rime » mi pare discorso cosi slegato e sconclusionato da 
non poter seriamente attribuirsi a quel buon loico ed ottimo filosofo 
che fu il primo amico di Dante. E finalmente si potrebbe aggiungere 
che nella V. iV. non sono tutte le rime del giovine Alighieri, ma 
solo una parte, anzi una parte assai esigua, di quelle scritte per 
Beatrice. 

XXXI. — 1-4. Le parole colle quali il poeta descrive lo stato di 
animo in cui compose la canzone non sono altro che una dichiarazione 
abbreviata dei primi sei versi di essa. 

9. più vedova, privata di ciò che le appartiene. * Notisi, scrive il 
D'Anc, questo accorgimento puramente esteriore e formale, il quale 
ci porge nuova prova che l'intelletto di Dante era capace cosi delle 
massime come delle minime cose, a tutte attribuendo valore e tutte 
facendole cospirare in armonia al conseguimento de' suoi fini. E ciò è 
nuova prova anche della stretta unità che formano insieme in questo 
libro dantesco, la narrazione in prosa, le rime e le divisioni ». - lo 
suo fine : nei più antichi scrittori troviamo già fatta la distinzione, 
quanto al significato di questa voce, secondo che è maschile o fem- 



164 LA VITA NUOVA 



io fine, la dividerò prima che io la scriva: e cotale modo 
terrò da qui innanzi. Io dico che questa cattivella can- 
zone ha tre parti: la prima è proemio; ne la seconda 
ragiono di lei ; ne la terza parlo a la canzone pietosa- 
mente. La seconda parte comincia quivi : Ita rìè Bea- 

15 trice [v. 15]; la terza quivi: Pietosa mia canzone 
[v. 71], La prima parte si divide in tre: ne la prima 
dico perché io mi muovo a dire ; ne la seconda dico, 
a cu'io voglio dire ; ne la terza dico, di cui io voglio 
dire. La seconda comincia quivi: E perché mi ricorda 

20 [v. 7]; la terza quivi: E dicerò [v. 12]. Poscia quando 
dico: Ita n'è Beatrice, ragiono di lei, e intorno a ciò 
foe due parti. Prima dico la cagione per che tolta ne fue; 
appresso dico come altri si piange de la sua partita, 
e comincia questa parte quivi: Partisi de la sua [v.29], 

85 Questa parte si divide in tre : ne la prima dico chi non 
la piange; ne la seconda dico chi la piange; ne la terza 
dico de la mia condizione. La seconda comincia quivi: 
Ma ven trestizia e voglia [v. 38] ; la terza quivi : 
Dannomi angoscia li sospiri miei [v. 43]. Poscia quando 

minile; e a quest'ultima si dà specialmente il senso di termine (p.es. 
B. Latini, Tesoret., xi, 197). Ma Dante, che pur in questo senso usò 
nel cap. xxm, 90 la forma femminile, nel poema usa sempre, come 
qui, la maschile (cfr. Inf., xiv, 4 ; xvn, 6; xxv, 1 ; Purg., iv, 94 ; xxix, 
2; Par., xxv, 97 ecc.). 

11. terrò da qui innanzi. Infatti nel séguito del libro la divisione, 
quando c'è (capp. xxxn, xxxiii, xxxiv, xxxvn, xxxvm, xli), precede 
sempre la relativa poesia ; e quando Dante ritiene inutile la divisione 
lo dice prima di recare i versi (capp. xxxv, xxxvi, xxxix, xl). — cat- 
tivella, dolorosa, o, come la chiama nel congedo, pietosa: nel Caval- 
canti (p. 48) la morte è detta rimedio de' cattivi, cioè degli addolorati. 

13. pietosamente, in modo da muover pietà; cfr. Purg., xx, 18: 
Pietosamente piangere e lagnarsi. 



CAPITOLO XXXI 165 



dico : Pietosa mia canzone, parlo a questa canzone 30 
designandole a quali donne se ne vada, e steasi con loro. 

[Canzone III] 

Li occhi dolenti per pietà del core 
hanno di lagrimar sofferta pena, 
si che per vinti son remasi ornai. 
Ora, s' i' voglio sfogar lo dolore, 35 

che a poco a poco a la morte mi mena 
convienimi parlar traendo guai. 
E perché mi ricorda che io parlai 
de la mia donna, mentre che vivia, 
donne gentili, volontier con vui, 40 

non voi' parlare altrui, 
se no a core gentil che in donna sia; 
e dicerò di lei piangendo, pui 
che si n'è gita in ciel subitamente, 
14 e ha lasciato Amor meco dolente. 45 

32. Li occhi ecc. I miei occhi, partecipando al dolore dell'animo, 
hanno sofferto pena a cagione del lagrimare, si che sono rimasti come 
vinti, affaticati dal piangere. 

37. convienimi ecc., non potendo più piangere, manifesterò lo stato 
dell'animo mio prorompendo in angosciosi lamenti. - traendo guai ; 
riguardo a questa locuzione cfr. la nota al cap. xxni, 143. 

38. E perché ecc. Alle donne gentili si era rivolto Dante parlando 
di Beatrice vivente, perché non era cosa da parlarne altrui, nella 
canzone I, nei son. xi e xn) della V. N.; nella canzone. E' in' incresce 
(p. 102), e nei sonetti, Voi donne che pietoso (p. 108) e Onde venite 
(p. 109): cfr. la nota al cap. xix, 30, e la Not. sulla V. iV. § 6. 

43. dicerò. Dante usa frequentemente questa forma del futuro da 
dicere: abbiamo già trovato nel cap. xxin, 124: dicerolùo; e spessis- 
simo poi nel poema, per es., Purg. xxviii, 88; Par., xxvin, 62 ecc. 

44. subitamente, improvvisamente ; come ai cap. in, 45; ix, 29; 
agli esempi arrecati nel primo di questi due luoghi si aggiungano i 
seguenti: Inf., x, 28: Subitamente questo suono uscio; Purg.,i, 135: 
si rinacque subitamente; xxvin, 37; si conC egli appare Subitamente 
cosa, che disvia; Arriguccio (Riv. di fll. rom., 1, 87): Apparvemi 
Amor subitaments. 



166 LA VITA NUOVA 



Ita n'è Beatrice 'n l'alto cielo, 
nel reame ove li angeli hanno pace, 
e sta con loro; e voi, donne, ha lassate: 
no la ci tolse qualità di gelo 
50 né di calore, come l'altre face, 

ma solo fue sua gran benignitate ; 
che luce de la sua umilitate 
passò li cieli con tanta vertute, 
che fé' mai'avigliar l'eterno Sire, 

46. Ita riè, ecc. Beatrice non è morta, ma salita alla sua sede, al 
cielo. Cosi nel Conv., n, 2, Dante dice: quella Beatrice beata che vive 
in cielo cogli angioli e in terra colla mia anima. Il verso di Dante 
ricorda questo di Giacomino pugliese (Val. I, 230): Or n'è gita ma- 
donna in paradiso; e se ne ricordò forse il Petrarca (canz. Amor 
se vuo', 107) : Quella, che fu vnia donna, al cielo è gita. 

47. nel reame ecc.; il Paradiso, nel concetto cristiano, è il regno 
di una pace serena e infinita; cosi che Beatrice a proposito del Para- 
diso terrestre dirà a Dante, Purg., xxviii, 91 : 

Lo sommo Bene, che solo a sé piace, 

fece l'uom buono; e '1 ben di questo loco 

diede per arra a lui d'eterna pace ; 
e gli eletti chiamano spesso pace la loro felicità: cosi Piccarda Do- 
nati (Par., in, 85) : In la sua volontade [di Dio] è nostra pace; s. Tom- 
maso (Par., x, 128) di Boezio: da martiro E da esiglio venne a questa 
pace; Cacciaguida. (Par., xvi, 148): E venni dal martirio a questa 
pace; e Dante stesso, ammirando l'empireo (Par., xxx, 100): 

Lume è lassù, che visibile face 

lo creatore a quella creatura 

che solo in lui vedere ha la sua pace. 
49. no la ci tolse ecc. Vuol dire che la cagione della morte di Bea- 
trice non fu un fatto fisico, il venir meno cioè del calore naturale, che 
porta con sé il gelo della morte. - qualità; della pioggia infernale 
dice Dante, Inf., vi, 9: regola o qualità, mai non l'è nova. 

51. benignitate, propriamente la bontà larga di sé, quasi liberalità: 
come nel Par., xxxui, 16, nella preghiera alla Vergine: 

La tua benignità non pur soccorre 
a chi dimanda, ma molte fiate 
liberamente al dimandar precorre. 

52. che luce de la sua ecc. Tutto il passo è spiegato dal luogo pa- 
rallelo della canz. del cap. xxxin, 41-47. 

54. l'eterno Sire, Dio; cfr. cap. xix, 32. 



CAPITOLO XXXI 167 



si che dolce disire 55 

lo giunse di chiamar tanta salute ; 
e fèlla di qua giù a sé venire, 
perché vedea eh' està vita noiosa 
28 non era degna di si gentil cosa. 

Parti si de la sua bella persona 60 

piena di grazia l'anima gentile, 

ed è si gloriosa in loco degno. 

Chi no la piange, quando ne ragiona, 

core ha di pietra si malvagio e vile, 

eh' entrar no li può spirito benegno. 65 

No è di cor villan si alto ingegno, 

che possa imaginar di lei alquanto, • 

e però no gli ven di pianger doglia : 

56. lo giunse, lo prese ; cosi neh' Inf., xxx; 39 : fuggiami errore e 
giugneami paura. 

58. està vita noiosa; il mondo degli uomini non era degna sede di 
■una creatura cosi gentile. Cosi anche il Petrarca (Canz., Che debbo io 
,far, 20) : 

Ahi orbo mondo ingrato ! . . . . 

né degno eri, mentr' ella 

visse quaggiù, d' ayer sua conoscenza, 

né d' esser tócco da' suoi santi piedi. 

60. de la sua bella persona,, dal suo bel corpo ; cosi dice anche 
Francesca da Rimini, Inf., v, 101, del proprio: la bella persona Che 
mi fu tolta, e spesso Dante del suo, Inf., xxi, 97; Purg., n, 110; 
xii, 8 ; xiv, 19. 

61. piena di grazia, ; può riferirsi tanto a persona, quanto al- 
l'anima, ; meglio forse a questa. 

65. ch'entrar ecc. A questo verso il D'Anc. richiama quel del- 
l' Inf., xni, 36: Non hai tu spirto di pietade alcuno ? 

63. No è di cor villan ecc. Il Giul. spiega : « un cuore villano (in- 
capace d' amore) non potrebbe avere tanto ingegno da imaginare 
(vederlo nel pensiero) quale si fu quella mirabile donna, né potrebbe 
quindi pregiarla debitamente e piangerla. Solo ai cuori gentili, fatti 
all'amore, è dato di giungere col pensiero a tanta bellezza e sospi- 
rarla ». 

68- e però no ecc. Le stampe e alcuni codici leggono voglia in 
questo verso, e doglia, nel seguente ; e il Rajna osserva che « chi 
faccia bene attenzione a quella specie di crescendo nei sentimenti 
•che qui viene espresso, e noti come più sotto si rappresenti persona 



\ 

168 LA VITA. NUOVA 



ma ven trestizia e voglia 
70 di sospirare e di morir di pianto, 

e d' ogne consolar 1' anima spoglia 
chi vede nel penserò alcuna volta 
42 quale ella tue, e com' ella n' è tolta. 
Dannomi angoscia li sospiri forte, 
75 quando '1 penserò ne la mente grave 

mi reca quella che m' ha '1 cor diviso 
e spesse fiate pensando a la morte, 



che piange realmente, e non soltanto inclinata al pianto, si manterrà 
crediamo, con noi fedele alla lezione volgata ». Ho mantenuto invece- 
la lezione dei due manoscritti più antichi, anche per la considerazione- 
che qui non abbiamo un progressivo sviluppo d'affetti, o un crescendo- 
come dice il Rajna, ma un'opposizione tra due pensieri affatto dif- 
ferenti: i cuori villani, non avendo ingegno bastevole a intender la 
divinila di Beatrice, non provano il dolore del piangerla (di pianger 
doglia); i cuori gentili, intendendo quella divinità, provano dolore 
(trestizia) e desiderio di effonderlo coi sospiri e col pianto (voglia di 
sospirar ecc.). 

71. e d' ogne ecc., e d' ogni conforto priva il suo animo ecc. — 
spoglia, priva; con imagine che piacque a Dante d'usare anche nel 
Par., xxxi, 26: del passare innanzi Dovessiti cosi spogliar la spene. 

72. chi vede ecc. È una costruzione un po' strana, sebbene non 
senza esempì antichi: rispetto al verbo spoglia il chi è in funzione- 
di soggetto, ma insieme è anche un complemento indiretto in forma 
ellittica, dipendente dal verbo ven. Del resto la difficoltà di questa 
costruzione si può togliere ammettendo la variante data da più testi 
al v. 69 : ma rì ha. 

74. Dannomi angoscia ecc. Il Witte osserva : « Il poeta distingue 
la pura rimembranza di Beatrice che lo fa divenir pallido come per- 
sona morta, e lo immergersi del suo pensiero nella imagine di lei 
appresso il quale egli trema nel suo dolore ed evita l'incontro degli 
uomini. Allora gli ritorna in mente come quella orriuil cosa potrebbe 
essere non avvenuta, e grida chiamando: Sei tu veramente morta? 
e, com' egli dice, crede udir la risposta come d'uno spirito presente :: 
e gli ritorna, addolcitrice, la beatitudine del dolore ». - forte, forte- 
mente, con violenza; ed è riferito all'azione dei sospiri. 

75. quando ecc., il pensiero reca nella mia memoria il fatto che- 
mi ha spezzato il cuore, la morte di Beatrice; essendo il pron. quella 
riferito non a Beatrice, ma alla morte indicata per via di perifrasi: 



CAPITOLO XXXI 169 



Vienimene un disio tanto soave, 
che mi tramuta lo core nel viso. 
Quando lo imaginar mi tien ben fiso, so 

giungerai tanta pena d' ogni parte, 
eh' io mi riscuoto per dolor eh' i' sento ; 
e si fatto divento, 
che da le genti vergogna mi parte. 
Poscia piangendo, sol nel mio lamento $5, 

chiamo Beatrice; e dico: « Or se' tu morta? » 
56 e mentre che la chiamo, me conforta. 



come colei che gli ha diviso il core. Una simile imagine della morte 
è anche nel Cavalcanti (p. 51): 

chi gran pena seate 

guardi costui e vedrà lo su' core 

che morte '1 porta 'n man tagliato in croce. 

78. vienimene un disio ecc. Abbiamo già visto come questo se- 
reno e tranquillo desiderio della morte, che non ha nulla della pas- 
sione disperata dei poeti moderni, sia frequentemente espresso da 
Dante (cfr. la nota al cap. xxnr, 52, e anche i capp. xxm, 167-175 e 
xxxiii, 31-34). Ora è da notare che questo sentimento è proprio di 
tutti i poeti dello stil nuovo ; del Cavalcanti abbiamo ricordato spesso- 
il son. Morte gentil, rimedio de' cattivi, che è tutto pieno del desi- 
derio d' un' altra vita; Cino da Pistoia, pur l'espresse in un son., nel 
quale sono questi versi (p. 118): 

parto di morir contento, 

chiamando per soverchio di dolore 
Morte, si come mi fosse lontana, 
et ella mi risponde nello core. 
Allotta eh' odo eh' è si prossimana, 
lo spirito accomando al mio signore, 
poi dico a lei: «tu mi par dolce e piana ». 
E Dino Frescobaldi (Val. II, 507): 

Se ascolterete nel vostro diletto 

voi udirete ; che sentir mi pare 

una voce chiamare, 

che parla con pietà, vinta e tremando. 

E viene a voi per pace di colui, 

che la morte aspettando 

vede la fine dei martiri sui. 

79. che mi tramuta ecc., che il desiderio della morte mi si di- 
segna nel pallore del volto. 

87. e mentre ecc., e l'invocarla mi consola. 



170 LA VITA NUOVA 



Pianger di doglia e sospirar d'angoscia 

mi strugge '1 core ovunque sol mi trovo, 
■90 • si che ne 'ncrescerebbe a chi '1 vedesse: 

e quale è stata la mia vita, poscia 

che la mia donna andò nel secol novo, 

lingua no è che dicer lo sapesse : 

e però, donne mie, pur eh' io volesse, 
95 non vi sapre' io dir ben quel eh' io sono ; 

si mi fa travagliar l'acerba vita ; 

la quale è si 'nvilita, 

che ogn' om par che mi dica : « Io t'abbandono », 

veggiendo la mia labbia tramortita. 
100 Ma qual eh' io sia, la mia donna il si vede, 

70 ed io ne spero ancor da lei merzede. 

Pietosa mia canzone, or va piangendo ; 

e ritruova le donne e le donzelle, 

a cui le tue sorelle 

90. a chi 7 vedesse; a chi vedesse il mio cuore cosi distrutto. Il 
nostro e altri codici leggono : a chi m" audisse, che se non fosse la 
difficoltà della rima imperfetta (e audesse da audire non si può am- 
mettere) sarebbe certo lezione migliore. 

P2. nel secol novo; nella vita eterna: cfr. la nota al cap. n, 9. 

93. lingua non è ecc. Giacomo da Lentini (Val. I, 250): Core noi' 
genseria né dirla lingua. 

94. pur eh' io ; esprime il rapporto semplice di condizione ; cosi 
nell' Inf., xxx, 50: pur ch'egli avesse avuto. 

99. labbia ; cfr. la nota al cap. xxvi, 39. 

103. le donne e le donzelle ecc., alle quali le altre canzoni, come 
quella Donne eh' avete (cap. xix), solevano essere apportatrici di 
gioia. 

104. le tue sorelle, le altre canzoni intorno a Beatrice. Nel son. 
Parole mie (p. 154): 

.... gite attorno in abito dolente 
a guisa delle vostre antiche suore ; 

e nel Conv. ni, 9, rendendo ragione d'aver chiamato sorella una bal- 
lata, scrive: «Per similitudine dico sorella; che siccome sorella è 
detta quella femmina, che da uno medesimo generante è generata; 
cosi puote l'uomo dire sorella quell'opera, che da uno medesimo ope- 
rante é operata, che la nostra operazione in alcun modo è genera- 



CAPITOLO XXXII 171 



erano usate di portar letizia; 105 

e tu, che se' figliuola di trestizia, 
vatten disconsolata a star con elle. 

XXXII 

Poi che detta fue questa canzone, si venne a me 
uno, lo quale, secondo li gradi de 1' amistade, è amico 



zìone ». Anche il Petrarca, nella 2 a canz. degli occhi (Gentil mia 
donna, 76) : 

Canzon, l'una sorella è poco innanzi 

e l'altra sento in quel medesmo albergo 

apparecchiarsi ecc. 
E F. degli Uberti (Rime, p. 46): 

Canzon, quando sarai nel dolce loco 

dove tu vai, farai che si t'avanzi, 

eh' entri dinanzi a ogni tua sorella ; 
e ancora (ib., p. 68), pur volgendosi alla canzone: 

Poi t' ammonisco che non ti diletti, 

com' hanno fatto le sorelle tue 

nelle bellezze sue ecc. 
107. vatten ecc. In alcuni testi della V. N. (p. es. nella edizione 
del Sermartelli, del 1576) e del canzoniere dantesco (p. es. nel cod. 
magliabechiano, descritto dal Bartoli, / mss. italiani della bib. naz., 
il, 348) si trovano aggiunti in fine al congedo i seguenti versi : 

Di' : « Beatrice pili che 1' altre belle 

n'è ita a pie d' iddio immantenente 

e ha lasciato Amor meco dolente ». 

Il Torri osservando che il 2° è molto simile al v. 13 della canz., e il 
3° è identico al v. 14, considerò questi tre versi conae un' arbitraria 
aggiunta di qualche copista. 

XXXII. — 2. uno, lo quale ecc. Il Frat., il Giul. e altri inter- 
preti, richiamandosi alle parole del seguente cap. xxxih, 18 : « E cosi 
appare che in questa canzone si lamentano due persone, 1' una de le 
quali si lamenta come fratello », intendono che a pregar Dante di 
scrivere una poesia per la morte di una donna, andasse un fratello 
di Beatrice. E il d'Anc. raccoglie brevemente le notizie dei Portinari 
cosi: « Dal testamento di messer Folco, scritto nell'anno 1287, 15 
ab infrante mensi Januario (nel Richa, Chiese florent., Vili, 32) si 
rileva che in cotesto anno erano già maggiori Manetto e Ricovero, 
•e perciò essi venivano istituiti tutori dei tre minori fratelli Pigello, 



172 LA VITA NUOVA 



a me immediatamente dopo lo primo ; e questi fu tanto 
distretto di sanguinitade con questa gloriosa, che nullo 
5 più presso 1' era. E poi che fue meco a ragionare, mi 
pregò eh' io li dovessi dire alcuna cosa per una donna 
che s' era morta ; e simulava sue parole, acciò che pa- 



Gherardo e Jacopo. Ma nel 1290 o al principio del '91, poteva già 
esser maggiore anche il primo di questi ultimi; del quale sappiamo 
(ved. Villani, vm, 41, e Pucci, Centit., xxxvi) che fu poi morto di 
veleno nel 1300 da ser Neri degli Abati, soprastante delle carceri ove 
egli si trovava con altri come appartenente alla fazione nera. Ma 
più probabilmente l' amico di Dante fu o Manetto o Ricovero, che 
dovevano essere nel 1290 o '91 di età pari a quella del poeta. Rico~ 
verus fllius quond. Folcili Portinari si trova sottoscritto come Ca- 
merarius Camere Communis Florentie in un atto del 16 dee. 1299, 
pubblicato dal Padre Ildefonso nelle Delizie degli eruditi, X, 129 ». 
Il Renier trova sconveniente che un fratello di Beatrice andasse a 
chieder versi a Dante, ridicolo che li domandasse intendendo di averli 
per la sorella e allegasse invece il nome di altra donna morta, inve- 
rosimile che l'Alighieri si degnasse di chiamare quel fratello della sua 
donna « amico ... immediatamente dopo lo primo » : ma nel primo 
fatto non é sconvenienza alcuna, data l'intimità tra il poeta e colui 
che domandava i versi ; nel secondo è da riconoscere un riguardo 
delicatissimo, quale specialmente un fratello di Beatrice doveva usare 
verso l'innamorato poeta cantore di lei; e finalmente non s'intende 
perché debba essere inverosimile un'amicizia strettissima fra' due gio- 
vani concittadini, tanto più se si trattasse di Manetto Portiuari, col 
quale, secondo alcuni (cfr. Ercole, op., cit., p. 145), anche il Cavalcanti, 
« primo amico » di Dante, avrebbe avuto commercio di rime. Pare 
quindi più naturale che si tratti qui di una persona vera e propria, 
di un reale fratello di Beatrice ; fosse poi Manetto o Ricovero o un 
altro, non abbiamo elementi per determinarlo: cfr. anche la nota 
al cap. xxxin, 18. 

3. lo primo. C. Gavalcanti. 

4. distretto di sanguinitade, congiunto, unito di parentela naturale, 
non contratta, cosi che nullo più presso l'era ; nessuno, essendo 
già morto il padre di Beatrice, era cosi stretto parente a lei come un 
fratello. 

6. dire alcuna, cosa, comporre qualche poesia ; cfr. cap. vm, 12 : 
parole che io ne dissi ecc. 



CAPITOLO XXXII 173 



rosse che dicesse d' un' altra, la quale morta era certa- 
mente : onde io accorgendomi che questi dicea sola- 
mente per questa benedetta, si li dissi di fare ciò che io 
mi domandava lo suo prego. Onde poi pensando a ciò, 
propuosi di fare uno sonetto, nel quale mi lamentassi 
alquanto, e di darlo a questo mio amico, acciò che pa- 
resse, che per lui l'avessi fatto ; e dissi allora questo 
sonetto : Venite a Stender li sospiri miei, lo quale 15 
ha due parti : ne la prima chiamo li fedeli d'Amore 
che m' intendano ; ne la seconda narro de la mia mi- 
sera condizione. La seconda comincia quivi : Li quai 
disconsolati [v. 3]. 

[Sonetto XVII] 

Venite a 'ntender li sospiri miei, 20 

8. certamente, realmente, davvero (come nel Purg., xxxm, 40); 
ed esprime solo la verità dell'avvenimento, volendo Dante significare 
che la morte della donna per la quale l'amico chiedeva versi era un 
fatto reale, mentre era simulato il fine della domanda. L' idea di un'an- 
titesi, che altri trova espressa da questo avverbio, quasi Dante avesse 
voluto dire che la donna era morta davvero e Beatrice era morta 
solo nella sua mente, è un paradosso. Del resto, molti altri testi leg- 
gono cortamente, che vorrebbe dire di corto, di recente : ma è parola 
della quale sono rari gli esempì nella prosa antica. 

10. per questa benedetta, Beatrice, già gloriosa nel cielo. 

12. mi lamentassi alquanto, sponessi qualche lamento. Troppo 
sottile parmi l'osservazione del Witte: « In questo son. l'autore non 
si lamenta che alquanto, acciocché paresse che non per sé stesso, 
ma per Manetto l'avesse fatto ». 

14. questo sonetto. É pieno di sentimento, perché nell'intimità 
del suo animo intendeva Dante di scrivere questi versi per Beatrice; 
sebbene alcune durezze e incertezze dell' espressione lascino intrave- 
dere che procedettero da un motivo esteriore, non da proprio e spon- 
taneo commovimento di animo del poeta. 

16. li fedeli d'Amore, gli animi gentili, che sono, secondo la teoria 
dantesca, i soli capaci d'Amore ; cfr. cap. in, 3*5. 

20. Venite a 'ntender ecc. O animi gentili, venite, poiché lo con- 



174 LA VITA NUOVA 



oi cor gentili, che pietà '1 disia, 
li quai disconsolati vanno via, 
4 e s' e' non fosser, di dolor morrei ; 
però che gli occhi mi sarebber rei 
25 molte fiate più eh' io non vorria, 

lasso di pianger si la donna mia, 
8 che sl'ogasser lo cor, piangendo lei. 
Voi udirete lor chiamar sovente 
la mia donna gentil, che si n' è gita 
30 11 al secol degno de la sua vertute; 

e dispregiar talora questa vita, 
in persona de l'anima dolente, 
14 abbandonata de la sua salute. 

XXXIII 
Poi che detto ebbi questo sonetto, pensandomi che 
questi era, a cui lo intendea dare quasi come per lui 

siglia un sentimento pietoso, ad intendere i miei sospiri, che se n'escono 
sconsolati dal cuore, e sono tali che bastano a tenermi in vita ; per- 
ché, se a sfogo della mia tristizia, avessi solamente il pianto, l'eccesso 
di esso mi farebbe morire. Tale è il senso delle quartine di questo 
sonetto, nelle quali sotto altra forma Dante esprime lo stesso pen- 
siero che nella canz. del cap. xxxi, 32-37; ma la lezione vera della 
seconda quartina è difficile a ristabilire, e tante sono nei manoscritti 
le varianti che forse, come osserva giustamente il Rajna, « si deb- 
bono allo studio di chiarire il senso, non piano per certo ». Seguendo 
alla lettera il testo chigiano interpreterei cosi : « perocché gli occhi mi 
farebbero maggior male [che non i sospiri], molte volte che io, stanco 
di piangere cosi la mia donna, non vorrei che sfogassero l'animo mio 
col piangerla ». Le altre lezioni, e anche le loro spiegazioni, sono 
quale per una, quale per un'altra ragione assai più difficili ad am- 
mettere di questa, che mi pare la più semplice. 

28. lor, ai sospiri. 

30. al secol, al cielo, che è degna sede alla sua anima virtuosis- 
sima ; cfr. la nota al cap. n, 9. 

32. in persona ecc. quasi in nome del mio animo vinto dal do- 
lore, perché ha perduto la sua salute, Beatrice. 

XXXIK. — 1. pensandomi che ecc., considerando quale persona 
fosse quella cui voleva darlo, come cioè fosse strettamente congiunta 
B eatrice . 



CAPITOLO XXXIII 



175 



fatto, vidi che povero mi parea lo servigio e nudo a 
cosi distretta persona di questa gloriosa. E però anzi 
che li dessi questo soprascritto sonetto, si dissi due & 
stanzie d'una canzone; 1' una per costui veracemente, 
e l'altra per me, avvegna che paia l'una e l'altra per 
una persona detta, a chi non guarda sottilmente. Ma 
chi sottilmente le mira vede bene che diverse persone 
parlano; acciò che l'una non chiama sua donna costei, io 
e l'altra si, come appare manifestamente. Questa can- 
zone e questo soprascritto sonetto lo diedi, dicendo io 
lui che per lui solo fatto l'avea. 



3. a, a rispetto di, in corapazione di; cosi spiega il Card, citando 
a riscontro questi esempi di G. Villani, xn, 50: la moglie ne fece 
piccolo lamento a ciò eh' ella dovea fare, e del Petrarca (canz. Gen- 
til mia donna, 46): Quanta dolcezza, unquanco Fu in cor d'av- 
venturosi amanti, accolta Tutta in un loco, a quel cA' i' sento, è 
nulla. 

4. cosi distretta persona; ha già detto nel cap. xxxn, 3 « questi 
fu tanto distretto di sanguinitade con questa gloriosa che nullo più 
presso r era ». 

5. due stanzie d'una canzone. Il numero delle stanze necessarie 
a costituire la canzone non'fu mai determinata con legge assoluta; 
in Dante è per altro quasi sempre di cinque, qualche volta di sei o 
sette: e qui si noti che egli non intendeva di aver con due stanze 
fatto una compiuta canzone, e lo accenna con 1' abituale precisione- 
delia frase. 

6. I' una per costui ecc., la prima esprimendo i sentimenti e i 
pensieri tribuiti al fratello di Beatrice, la seconda i proprii : il che 
appare manifestamente a chi consideri che nell' una designa la cara 
estinta come la donna onde va dolente (che si conviene a un fratello) 
e nell' altra la chiama sua donna (che si conviene solo all' amante). 

10. acciò Che; causale: cfr. cap. xiv, 87. 

12. lo diedi; è accordato il complemento, quanto al genere, solo 
col termine più vicino. 

13. lui, a lui : è frequentissimo questo uso del pronome personale 
nel caso obliquo, senza la preposizione, specialmente nella prosa ; e 
Dante l'ha molte volte anche in poesia. 



176 LA VITA NUOVA 



La canzone comincia : Quantunque volte, e ha 
i5 due parti : ne l'una, ciò è ne la prima stanzia, si la- 
menta questo mio caro amico e distretto a lei; ne la 
seconda mi lamento io, ciò è ne l'altra stanzia che co- 
mincia : E' si raccoglie ne li miei [v. 14]. E cosi 
appare che in questa canzone si lamentano due per- 
so sone, l'una de le quali si lamenta come fratello, l'altra 
come servitore. E questa è la canzone che comincia : 

[Canzone IV] 

Quantunque volte, lasso ! mi rimembra 

eh' io non debbo già mai 

veder la donna, ond' io vo si dolente, 
25 tanto dolore intorno '1 cor m'assembra 

la dolorosa mente, 

eh' io dico : « Anima mia, che non ten vai ? 

che li tormenti, che tu porterai 

nel secol che t' è già, tanto noioso, 
so nii fan pensoso di paura forte; 

14. La canzone ecc. Parrà strano che Dante insista tanto su questo 
concetto della diversità delle persone, che parlano nelle due stanze; per- 
ché in questa divisione non fa altro, in sostanza, che ripetere ciò che ha 
detto nella parte narrativa: ma si noti che per quanto le divisioni 
siano strettamente connesse all' altra prosa, restano pur sempre tali 
da poter esser soppresse senza danno della continuità della narrazione. 

18. E cosi appare ecc.; le due persone che si lamentano nella 
canz. sono, come si è già avvertito, il fratello di Beatrice e Dante ; e 
innanzi a una dichiarazione cosi esplicita è difficile sostenere arzigo- 
goli, più o meno acuti, ma destituiti d'ogni fondamento positivo. 

22. Quantunque volte, propriamente : quante volte mai. 

25. m' assembra II Card, spiega : « accoglie, aduna : qui di fatto 
psicologico, come in F. degli Uberti, Dittam., lib. II, xn, 2: Verace- 
mente dir non ti saprei Quanto dolor sopra dolore assembro ». 

26. la dolorosa mente; la mente piena di ricordi dolorosi. 

29. nel secol, nella vita terrena ; cfr. la nota al cap. ir, 9. 

30. mi fan ecc., i tormenti mi fanno essere fortemente pensoso, 
preoccupato per la paura. 



CAPITOLO XXXIII 177 



ond' io chiamo la morte, 
come soave e dolce mio riposo ; 
e dico : - Vieni a me - con tanto amore, 
3 che sono astioso di chiunque more ». 

E' si raccoglie ne li miei sospiri 35 

un sono di pietate t 
che va chiamando morte tuttavia. 
A lei si volser tutti i miei disiri, 
quando la donna mja 

fu giunta da la sua crudelitate : 40 

per che '1 piacere de la sua bieltate 
partendo sé da la nostra veduta, 
divenne spiritai bellezza grande, 
che per lo cielo spande 

luce d'amor, che gli angeli saluta, 45 

e lo 'ntelletto loro alto, sottile 
26 face maravigliar, si v' è gentile. 

31. ond' io ecc., cfr. cap. xxxi, 78. 

34. astioso, invidioso. 

36. un sono di pietate, una voce pietosa, che suscita pietà. 

37. tuttavia : cfr. la nota al cap. xxxvi, 5. 

35. A lei, alla morte ; cfr. la nota al cap. xxvin, 9, dove è rias- 
sunta la canzone Morte, peroh' io non truovo, che rappresenta il pri- 
mo momento di questo stato dell' animo di Dante e del suo desiderio 
•della morte. 

41-47: si cfr. questo passo con quello parallelo della canz.delcap. 
xxxi, 52-54, di cui è esplicazione. 

41. per che 'l piacer ecc. Si osservi con quanta precisione e sicu- 
rezza dell'espressione rappresenti Dante il trapassare dell'anima di 
Beatrice dalla terra al cielo: la bellezza tutta esteriore di Beatrice 
vivente, che diffondeva sugli uomini benefici effetti e piacere purissi- 
mo, si trasforma in una infinita bellezza interiore, che in luce d'amore 
porta il suo saluto alle creature celesti. 

42. partendo se', allontanando sé stessa dalla nostra vista, dal 
mondo degli uomini. 

45. gii angeli saluta. Anche qui si ha la voluta confusione del 
saluto e della salute; quasi per significare, come spiega benissimo 
il D'Anc, che « il saluto di colei che beatificava gli uomini, ora rende 
beati gli angeli, che ad alta voce la chiedevano a Dio, perché fosse 
piena la loro gloria ». 

Dante — La Vita Nuova. 12 



178 LA YITA NUOVA 



/ 



XXXIV 

In quello giorno, nel quale si compiea l'anno, che 
questa donna era fatta de li cittadini di vita eterna,. 
io mi sedea in parte, ne la quale ricordandomi di lei 
disegnava uno angelo sopra certe tavolette : e mentre 

s io lo disegnava, volsi li occhi, e vidi lungo me uomini. 
a li quali si convenia di fare onore. E' riguardavano 
quello che io facea; e secondo che mi fu detto poi, elli 
erano stati già alquanto anzi che io me ne accorgesse. 
Quando li vidi, mi levai, e salutando loro dissi: « Altri 

io era testé meco, però pensava ». Onde partiti costoro, 
ritornai a la mia opera del disegnare de li angeli : e fa- 
cendo ciò, mi venne un pensiero di dire parole, quasi 

XXXIV. — 1. In quello giorno ecc.; il 19 giugno del 1291, primo 
anniversario della morte di Beatrice; cfr. cap. xxix, 7. 

2. era fatta ecc., era salita fra Vanirne che lassù son cittadine,' 
come dice'il Petrarca; il quale anche nel son. Gli angeli eletti, 2 
chiamò cittadine del cielo le anime beate. 

4. disegnava uno angelo. È questo il solo accenno esplicito che 
Dante abbia fatto nelle sue opere intorno al suo esercitarsi nelle arti 
del disegno; ma nella Commedia sono frequenti gli indizi del suo 
amore alle arti figurative, sia per le similitudini che egli trae da esse- 
(p. es., Purg., xxx, 67; Par., xxvn, 91 ecc.), sia per le lodi delle 
quali prosegue i loro cultori. 

6. a li quali si convenia: si cfr. nell' Inf. xvi, 13: 

il mio dottor s' attese, 

volse il viso vèr me, e : Ora aspetta, 
disse, a costor si vuole esser cortese. 

9. Altri era testé ecc. Sono parole che esprimono un doppio senso: 
per Dante, significano che egli era tutto occupato dalla memoria di- 
Beatrice; per i suoi visitatori, che egli pensava ancora ad altre per- 
sone che erano state con lui poco prima. 

12. quasi per annoale, per commemorare l' anniversario della, 
morte della sua donna. 



CAPITOLO XXXI V 179 



per annoale, e di scrivere a costoro, li quali erano 
venuti a me; e dissi allora questo sonetto, lo quale 
comincia : Era venuta ; lo quale ha due cominciamenti, 15 
e però lo dividerò secondo l'uno e secondo l'altro. 

Dico che secondo lo primo, questo sonetto ha tre 
parti : ne la prima dico che questa donna era già ne 
la mia memoria ; ne la seconda dico quello che Amore 
però mi facea; ne la terza dico de gli effetti d'Amore. 20 
La seconda comincia quivi: Amor che [v. 5]; la terza 
quivi : Piangendo uscivan for [v. 9]. Questa parte 
si divide in due : ne 1' una dico che tutti li miei so- 
spiri uscivano parlando ; ne la seconda dico che al- 
quanti diceano certe parole diverse da gli altri. La se- 25 
conda comincia quivi : Ma quelli [v. 12]. Per questo 
medesimo modo si divide secondo l'altro cominciamento, 
salvo che ne là prima parte dico quando questa donna 
era cosi venuta ne la mia memoria, e ciò non dico 
ne 1' altro. 

[Sonetto XVIII] 30 

primo co- js ra venuta ne la mente mia 

minciamento 

la gentil donna, che per suo valore 

13. scrivere a costoro; infatti il son. xvm, come si rileva dal v. 4 
del II cominciamento : vi trasse a riguardar quel eh' V facia, è indi- 
rizzato ai visitatori. 

17. Dico che secondo lo primo ecc. I due cominciamenti vengono 
a costituire come due distinti sonetti, che hanno di comune i versi 
5-14; e la differenza fra i due sonetti è solamente questa: nel primo 
,è detto che Beatrice era venuta nella mente del poeta, senz' altra cir- 
costanza di tempo; nel secondo invece è detto che vi era venuta 
quando i visitatori di lui furono tratti ad osservare la sua opera del 
disegnare angeli. 

32, per suo valore. Osserva il Giul.: « In questo primo comin- 
ciamento del sonetto valore, quello per lo quale è l'uom gentile, si 



180 LA VITA NUOVA 

fa posta da 1' altissimo signore 
4 nel ciel de 1' umiltate, ov' è Maria. 

35 ««»?*> «*■ Era venuta ne la mente mia 

mxncxamento 

quella donna gentil, cui piange Amore 
entro 'n quel punto, che lo su' valore 
4 vi trasse a riguardar quel eh' i' facia. 

Amor, che ne la mente la sentia, 
40 s' era svegliato nel destrutto core, 

e diceva a' sospiri : « Andate fore »; 
8 per che ciascun dolente sen partia. 

Piangendo uscivan for de lo mi' petto 

con una voce, che sovente mena 
45 11 le lagrime dogliose a li occhi tristi. 

Ma quelli, che n' uscian con maggior pena, 

venian dicendo : « nobile intelletto, 
14 oggi fa l'anno che nel ciel salisti ». 

prende quasi potenzia di natura, ovvero bontà da quella data 
(Conv., iv, 2). Ed invece nel secondo comiuciamento, valore significa 
manifestamente quella occulta virtù o virtuosa influenza per cui Bea- 
trice eccitò quelle degne persone a visitar Dante nell'ora che ella gli 
era venuta in pensiero, ed ei stava disegnandola in figura di un an- 
gelo ». 

34. nel ciel de ruminate ; nel cielo della pace, nell'empireo. Cfr. 
per il significato dalla voce umiltate la noia al cap. xxvi, 33. 

37. entro 'n quel punto, proprio in quel momento : la stessa 
espressione si trova nel cap. xxm, 75. 

39. Amor ecc. Ricorda il principio della canz. udel Conv.'. Ajwor, 
che nella mente mi ragiona. 

40. destrutto core, l'animo vinto e consumato dal dolore. 

44. con una voce ecc., parlando in quel modo doloroso che spesso 
conduce lagrime d'afflizione agli occhi dolenti. 

46. Ma, quelli ecc., mi recavano il maggior dolore quei sospiri 
che uscivano mossi dal ricordo, che quello era il giorno anniversario 
della morte di Beatrice. 

48. oggi fa Vanno ecc. ; Dante ha già detto nella prosa che questo 
sonetto fu scritto quasi per annoale, cioè per commemorare seco 
stesso l' anniversario della morte di Beatrice ; è perciò da riferirne la 
composizione al giugno del 1291 : cfr. cap. xxix, 7. 



CAPITOLO XXXV 181 



XXXV 

Poi per alquanto tempo, con ciò fosse cosa ched 
io fosse in parte, ne la quale mi ricordava del passato 



XXXV. — 1. Poi per alquanto tempo ecc. Qui, dove comincia 
un nuovo periodo, quello dell' amore e delle rime di Dante per la 
donna gentile, trasmutata poi dal poeta a simbolo della filosofia, ab- 
biamo un passo di capitale importanza per determinare la cronologia 
della V. N. Veramente Dante indica il momento dell'apparizione della 
donna gentile genericamente, dicendo che [fu alquanto tempo dopo 
l'anniversario della morte di Beatrice, cioè dopo il giugno 1291; ma 
più determinata è la designazione che ne fa nel Conv., ir, 2, scriven- 
do: « dico che la stella di Venere due fiate era rivolta in quello suo 
cerchio, che la fa parere serotina e mattutina, secondo i due diversi 
tempi, appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata, che vive 
in cielo cogli angioli e in terra colla mia anima, quando quella gentil 
donna, di cui feci menzione nella fine della Vita Nuova, apparve pri- 
mamente accompagnata d'Amore agli occhi miei, e prese alcuno luogo 
nella mia mente ». Senza entrare in lunghe ed inutili disquisizioni, 
credo che si possa accogliere l'interpretazione che di questi luoghi 
dà il Lubin (Int. all'epoca della V. JY., p. 22); il quale, considerando 
che gli antichi astronomi ammettevano che la rivoluzione di Venere' 
si compiesse come quella de) sole in un anno di 365 giorni, ne deduce 
che l'apparizione della donna gentile è da riferire al giugno del 1292. 
Il Tod. invece la pone al settembre 1291 ; e cosi l' alquanto tempo 
accennato qui sarebbe di tre mesi, dal giugno al settembre del detto 
anno. 

2. in parte, ne la quale mi ricordava ecc. ; come il tempo, cosi 
anche il luogo dell'apparizione della donna gentile è accennato dal- 
l'Alighieri ih modo indeterminato; e credo che sia inutile qualunque 
tentativo di stabilire di qual luogo si tratti. Il luogo ove Dante si ri- 
cordava del passato tempo, cioè della Beatrice vivente, poteva essere 
o nelle vicinanze della dimora di lei o anche dove il poeta aveva più 
fortemente sentito ed espressò il suo amore, cioè nel solingo luogo 
della sua camera (cfr. capp. n, 16; xn, 3): e la circostanza accennata 
più sotto dell' essergli apparsa la donna gentile da una finestra non 
può darci alcuna nozione utile sulla scena reale ; la quale, data la di- 
sposizione e conformazione delle case e vie fiorentine nel.dugento, 
poteva accadere tanto s' egli si trovava all' aperto, sur una piazza o 
una strada, quanto s' egli era nell' interno della sua casa. 



182 LA VITA NUOVA 



tempo, molto stava pensoso, e con dolorosi pensamenti 
tanto che mi faceano parere di fore una vista di ter- 

5 ribile sbigottimento. Onde io, accorgendomi del mio tra- 
vagliare, levai li occhi per vedere se altri mi vedesse ; 
allora vidi una gentile donna giovane e bella molto, la 
quale da una finestra mi riguardava si pietosamente, 
quanto a la vista, che tutta la pietà parea in lei ac- 

10 colta. Onde, con ciò sia cosa che quando li miseri veg- 
giono di loro compassione altrui più tosto si muovono 
a lagrimare, quasi come di loro medesimi avendo pie- 
tade in loro, io sentii allora cominciare li miei occhi a 



4. mi faceano parere ecc., facevano essere il mio aspetto este- 
riore come un' apparenza di terribile sbigottimento. 

7. una gentile donna giovane e bella molto; cfr. cap. v, 5, dove 
quella che stava in mezzo tra Dante e Beatrice è detta gentile donna 
di molto piacevole aspetto ; e cap. viii, 3, dove la morta amica di 
Beatrice è una donna giovane e di gentile aspetto molto. GÌ' inter- 
preti non vanno d'accordo riguardo a questa donna gentile: lo Scar- 
tazzini sostiene che « come allegoria è e non può esser naturalmente 
che una sola » ma « nella realtà rappresenterebbe una pluralità di 
donne amate dal poeta in diversi tempi ». 11 Balbo, il Frat. e altri 
trovano in essa Gemma Donati, che fu poi la moglie del poeta; e il 
Goeschel (Vortràge u. Studien u. D. Aligfi. Berlin, 1863, pp. 87 e segg.) 
e il Fornaciari la indentificano colla Matelda del Purgatorio. Sono 
tutte ipotesi più o meno ragionevoli e ingegnose : ma alla determina- 
zione della personalità storica di questa donna non si potrà forse ar- 
rivar mai, mancando nella V. N. e nelle altre opere di Dante gli ele- 
menti bastevoli a ciò. 

9. quanto a la vista ; abbiamo già notata questa espressione nel 
cap. ix, 7, dove é usata rispetto a' molti che erano in compagnia di 
Dante, e nel xn, 13, dove si parla di Amore che si presenta pensoso 
nell' aspetto ; ed ha lo stesso valore della frase in vista, dichiarata al 
cap. xvm, 22. 

10. quando li miseri ecc. vedono che gli altri hanno compassione 
dei loro mali più facilmente si abbandonano al pianto. Osservazione 
profonda e vera ; che il dolore tanto più è sentito dagli uomini quanto 
più si vede partecipato dagli altri. 



CAPITOLO XXXV 183 



volere piangere ; e però, temendo di non mostrare la 
mia vile vita, mi partio dinanzi da gli occhi di questa 15 
gentile ; e dicea poi fra me medesimo : « E' non puote 
«ssere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo 
amore ». E però propuosi di dire un sonetto, nel quale 
io parlasse a lei, e conchiudesse in esso tutto ciòcche nar- 
rato è in questa ragione. E però che per questa ragione 20 
è assai manifesto, si nollo dividerò. Lo sonetto comincia: 

[Sonetto XIX] 

Videro li ocelli miei quanta pietate 
era apparita in la vostra figura, 

15. vile vita, è propriamente vita sfiduciata, scoraggiata e però 
oppressa da quella che Dante stesso, Par., xi, 88, chiamò viltà di 
cuore. Il DAnc. cita una frase analoga dalle Vite dei Santi Padri 
(III, 34) : Per la sua, iniquità e viltà della vita sua rea. 

19. conchiudesse, raccogliessi, comprendessi : cfr. cap. xxn, 41. 

20. in questa ragione, in questo discorso, in questa narrazione. 
Anche nel poema si ha spesso la parola ragione in tale significato 
{p. es. Inf., xi, 68; Purg., xvm, 12; xxir, 130 ecc.). 

21. Lo sonetto ecc. Anche questo sonetto è notevole, specialmente 
perché mostra una facoltà poco avvertita dell' ingegno poetico di Dante, 
quella cioè di saper fondere con franca e sicura maestria della espres- 
sione le circostanze reali di un fatto con i suoi effetti psicologici so- 
vra una data persona. Qui il lettore, mentre vede disegnarsi su dai 
versi danteschi la figura viva e vera della donna consolatrice, non può 
fermarsi tanto a contemplarla, perché è tratto naturalménte a consi- 
derare il commovimento di spirito del poeta e la mutazione che si 
andava maturando nell'animo di lui. 

22. quanta vietate ecc., i primi quattro versi sono spiegati da 
quello che ha detto nella prosa, 8 : mi guardava si pietosamente, 
quanto a la vista, che tutta la pietà purea in lei accolta. 

23. figura, vale, secondo il Card., faccia, aria del viso, come nella 
ballata di Sennuccio del Bene (Rime di Cino, p. 232) : Vidila .... tal- 
volta scolorar la sua figura. Ma può anche intendersi in senso più 
generale per l'aspetto, per la persona ; come è spesso nella Comm. e 
nei rimatori antichi. 



184 LA VITA NUOVA 



quando guardaste gli atti e la statura, 
25 4 eh' io faccio per dolor molte fiate. 

Allor m' accorsi che voi pensavate 
la qualità de la mia vita oscura, 
si che mi giunse ne lo cor paura 
8 di dimostrar con gli occhi mia viltate. 
30 E tolsimi dinanzi a voi, sentendo 

che si movean le lagrime dal core, 
11 eh' era sommosso da la vostra vista. 
Io dicea poscia ne 1' anima trista : 
« ben è con quella donna quello Amore, 
35 14 lo qual mi face andar cosi piangendo ». 



24. statura ; male i più dei commentatori intendono stato, con- 
dizione ; il Giul. invece spiega che vale « lo starsi, pensoso che Dante 
faceva, la positura eh' ei soleva prendere, riducendosi quasi immobile 
per dolorosi pensamenti, che poi gli davano vista d' uomo compreso 
da terribile sbigottimento ». Anche più semplicemente può intendersi 
statura per l'aspetto, la presenza della persona; come nella Legg. di 
S. Febronia (in Zambrini, Collez. di legg., II, 9): Proda era d'età 
d , anni venticinque e la sua statura era pietà e 7 volto suo ecc. 

27. la qualità ecc., cfr. nel cap. xvi, 20: l'oscure qualità ch'Amor 
mi dona. « La qualità d'oscura vita, osserva il Giul., ovvero la 
oscura qualità della vita importa quanto la triste condizione della 
vita, la quale allora che è lieta, prende come abito di chiarezza »- 

28. mi giunse ecc., ebbi timore che il pianto degli occhi venisse a 
dimostrare la mia vile vita. 

32. eh' era sommosso ecc., che era tutto commosso e agitato per 
la vista di voi. 

33. Io dicea ecc. ; nell' animo doloroso di Dante, alla vista della 
donna gentile, si determinò subito uno spontaneo movimento di sim- 
patia verso di lei e si andò pianamente generando il sentimento di 
un nuovo amore. E questo sovrapporsi o imporsi del nuovo affetto 
sul vecchio è spiegato bene dal D'Anc. « Per uno di quegli accorgi- 
menti, dice egli, di quelle transazioni, che facciamo con noi stessi, 
quando vogliamo persuaderci della bontà di una cosa che il senti- 
mento o la ragione ci fanno apparire d'altra natura, Dante mormora 
entro di sé che le ragioni dell' antico e del nuovo affetto sono iden- 
tiche, che è lo stesso amore quello che lo fa tristo e quello che ap- 
pare adesso nel volto della donna pietosa. Cosi l'antico affetto scusa 
e spiega il nuovo ». 



CAPITOLO XXXVI 185 



XXXVI 

Avvenne poi che là 'vunque questa donna mi vedea, 
si si facea d' una vista pietosa e d' una vista e d' un 
colore pallido, quasi come d' amore : onde molte fiate 
mi ricordava de la mia nobilissima donna, che di si- 
'mile colore si mostrava tuttavia. E certo molte volte & 
non potendo lagrimare né sfogare la mia trestizia, io 
andava per vedere questa pietosa donna, la quale pa- - 
rea che tirasse le lagrime fori de li miei occhi per 
la sua vista. E però mi venne volontà di dire anche 
parole, parlando a lei ; e dissi questo sonetto, lo quale io< 
comincia: Color d'amore, ed è piano sanza dividerlo, 
per la sua precedente ragione. E questo è desso : 

XXXVI. — 2. d' una, vista e d' un colore ecc. Il colore pallido è 
proprio dell'amore, secondo le dottrine erotiche degli antichi. Già 
Ovidio, Ars am., i, 729 aveva prescritto : Palleat omnis amans, hic 
'est color aptus amanti; e Orazio, Carm., in, x, 14: ricordò il tinc- 
tus viola pallor amantium. Questa medesima opinione tennero i ri- 
matori medievali, e basterà citare, dei tanti esempì, questi versi di 
L. Gianni (Val. II, 119): 

Se 1' è piacer d'avermi in potestate 
non fia suo viso colorato in grana ; 
ma fia negli occhi suoi umile e piana, 
e pallidetta quasi nel colore. 

3. onde ecc. Il pallore, sul volto della donna gentile, ricorda a 
Dante la sua Beatrice, che si mostrava sempre dipinta di un soave 
color di perle; cfr. cap. xix, 63. 

5. tuttavia, qui e nel cap. xxxm, 37 vale sempre; ed esprime pro- 
prio la continuità di uno stato o di un'azione, come nell'In/ 1 ., iv, 65: 
Ma passavam la selva tuttavia. 

6. lagrimare. Dante si riferisce a quella condizione, che è descritta 
nei primi versi della canz. del cap. xxxi, 32-37. 

7. la quale parea ecc. : spiega il significato delle terzine del se- 
guente sonetto. 

12. E questo è desso: è un sonetto, nel quale, specialmente nelle 
quartine, manca quella sciolta ed agile semplicità dell' espressione,. 



186 LA VITA NUOVA 



[Sonetto XX] 

Color d' amore e di pietà sembianti 
non preser mai cosi mirabilmente 

15 viso di donna, per veder sovente 

4 occbi gentili o dolorosi pianti, 
come lo vostro, qualora davanti 
vedetevi la mia labbia dolente ; 
si che per voi mi ven cosa a la mente, 

20 8 eh' io temo forte no lo cor si schianti. 

Io non posso tener li occhi distrutti 



propria delle rime giovenili di Dante : l'avvolgimento del concetto vince 
insomma la facoltà di renderlo con sicura parola ; ma nelle terzine 
riappare la solita felicità della rappresentazione. 

13. Color ecc. Si costruisca : Color d' amore e sembianti di pietà 
non preser mai viso di donna, per vedere [alla vista di] occhi gen~ 
UH o pianti dolorosi, cosi mirabilmente come ^prendono] lo vostro 
[viso] qualora vi vedete davanti la mia labbia dolente; e sarà age- 
vole intendere il senso di questo sonetto che è veramente piano ... 
per la precedente ragione. I termini messi a confronto riguardano 
l'intensità, non il modo dell'impressione; poiché Dante volle dire che 
la donna consolatrice rimaneva compresa di pietà considerando l' a- 
spetto di lui, più che altra donna rimanesse mai vinta d' amore per 
la vista dell'amatore o vinta di pietà per la vista di chi piangesse do- 
lorosamente. 

15. per veder ecc., cioè per quanto ella vedesse : simili locuzioni, 
nelle quali la preposizione dà all' infinito un significato complesso cau- 
sale o strumentale, sono frequenti nella Comm. e non mancano anche 
nei più antichi rimatori; p. es. in C. dell'Anguillaia (Ant. rim. volg., 
Ili, 180) si ha per far invece che per quanto si faccia ecc. 

16. occhi gentili, occhi amorosi, secondo la dottrina del Guinizelli , 
accolta da Dante : cfr. cap. xx, 10. 

19. si che per voi ecc. ; si che mi fate ricordare di Beatrice, e a 
ricordarla sento angoscioso dolore. 

20. lo cor si schianti; imagine efficacissima per esprimere l'op- 
pressione violenta del dolore, ed è tolta dal linguaggio popolare (cfr. 
p. es. : Matre lo cor te se scianti, in un contrasto bolognese del du- 
gento, in Rim. de' poeti boi., p. 180), nel quale è viva anche oggi. 

21. distrutti, consumati dal pianto; cfr. cap. xxxi, 1. 



CAPITOLO XXXVI 187 



che non reguardin voi spesse fiate, 
11 per desiderio di pianger eh' elli hanno : 

e voi cresceste si lor volontate, 

che de la voglia si consumar tutti ; 25 

14 ma lagrimar dinanzi a voi non sanno. 

XXXVII 

Io venni a tanto per la vista di questa donna, che 
li miei occhi si cominciaro a dilettare troppo di vederla ; - 



26. ma lagrimar ecc. Osserva giustamente il D'Anc. che, rispetto 
al son. precedente, « la passione è qui cresciuta di un grado, ha fatto 
un passo. Gli occhi oramai non piangono ma contemplano, pigliando 
diletto nel nuovo piacere che è loro offerto. Avrebber voglia, per me- 
moria di Beatrice : non possono, non sanno piangere vinti dalla pre- 
sente bellezza ». 

XXXVII. — 1. Io venni enc. A questa lotta tra i due affetti, per 
Beatrice e per la donna gentile, accenna Dante anche nel Conv. in 
un passo che merita di esser riferito a confronto con la narrazione 
è col sonetto di questo cap. Ecco le sue parole, Conv., ir, 2: « .... 
quella gentil donna, di cui feci menzione nella fine della Vita Nuo- 
va, apparve primamente accompagnata d'Amore agli occhi miei, e 
prese alcuno luogo nella mia mente. E siccom' è ragionato per me 
nello allegato libello, più da sua gentilezza, che da mia elezione venne 
eh' io ad essere suo consentissi ; che passionata di tanta misericordia 
si dimostrava sopra la mia vedova vita, che gli spiriti degli occhi 
miei a lei si fero massimamente amici ; e cosi fatti, dentro lei poi fero 
tale che '1 mio beneplacito fu contento a disposarsi a quella imma- 
gine. Ma perocché non subitamente nasce amore e fassi grande e 
viene perfetto, ma vuole alcuno tempo e nutrimento di pensieri, 
'massimamente là dove sono pensieri contrarli che lo impediscono, 
convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto, molta bat- 
taglia intra 'l pensiero del suo nutrimento e quello che gli era 
contrario, il quale per quella gloriosa Beatrice tenea ancora la 
ròcca della mia mente. Perocché l'uno era soccorso dalla parte della 
vista dinanzi continuamente, e l'altro dalla parte della memoria di 
dietro ; e '1 soccorso dinanzi ciascuno di crescea : che far non potea 
l'altro, contrario a quello che impediva in alcuno modo a dare in- 
dietro il volto ». Si confrontino ancora le st. 2 a e 3 a della canz. Voi 
che intendendo il terzo del movete, dove la stessa battaglia è rap- 



188 LA VITA NUOVA 



onde molte volte me ne crucciava nel mio cuore ed 
aveamene per vile assai ; onde più volte bestemmiava 

5 la vanitade de li occhi miei, e dicea loro nel mio pen- 
siero : « Or voi solevate fare piangere chi vedea la 
vostra condizione dolorosa, ed ora pare che vogliate 
dimenticarlo per questa donna che vi mira ; che non mira 
voi, se non in quanto le pesa de la gloriosa donna di 

io cui piangere solete ; ma quanto potete far, fate, che io la 
vi rimembrerò molto spesso, maladetti occhi ! che mai, 
se non dopo la morte, non dovrebbero le vostre la- 
grime aver restate ». E quando cosi aveva detto fra me 
medesimo a li miei occhi, e li sospiri m'assalivano gran- 

15 dissimi ed angosciosi. E acciò che questa battaglia, ched 
io avea meco, non rimanesse saputa pur dal misero che 
la sentia, propuosi di fare un sonetto, e di compren- 

presentata simbolicamente come lotta tra il sentimento amatorio e la 
speculazione filosofica. 

3. me ne crucciava, me ne sdegnava meco stesso. 

4. bestemmiava, propriamente vituperava, malediceva; come nel- 
r Inf., in, 103: Bestemmiavano iddio e i lor parenti, e v, 36: Be- 
stemmian quivi la virtù divina. Il Card, ne riferisce esempì del Bocc. 
e di altri prosatori antichi. 

5. la vanitade de li occhi. Beatrice stessa rimproverando a Dante 
questo amore per la donna gentile, gli dice, Purg., xxxi, 58: 

Non ti dovea gravar le penne in giuso 
ad aspettar più colpi o pargoletta 
od altra vanità con si breve uso 
6-13. Or coi ecc. Tutto questo discorso dell' animo di Dante agli 
occhi è esplicazione dei versi 1-13 del sonetto. 

9. le pesa, le duole, le dispiace : cfr. cap. iv, 5. Quest' uso del 
verbo pesare, frequente negli antichi rimatori, non è raro in Dante ; 
p. es. Inf., vi, 58: Ciacco, lo tuo affanno Mi pesa si eh' a lagrimar 
m' invita; mi, 51 : ovra cW a me stesso pesa ecc. 

13. E quando ... e li sospiri ; riguardo a questa costruzione cfr. 
la nota al cap. xxiii, 8. 

16. pur dal misero ecc., cioè solamente da me stesso. 



CAPITOLO XXXVII 189 



dere in elio questa orribile condizione. E dissi questo 
sonetto, lo quale comincia : L' amaro lagrìmar, ed hae 
due parti : ne la prima parlo a gli occhi miei si come 20 
parlava il mio cuore in me medesimo : ne la seconda 
rimuovo alcuna dubitazione, manifestando chi è chi cosi 
parla ; e comincia questa parte quivi : Cosi dice [v. 14]. 
Potrebbe bene ancora ricevere più divisioni, ma sareb- 
bero indarno, però che è manifesto per la precedente 25 
ragione. E questo è '1 sonetto che comincia,.: 

[Sonetto XXI] 

« L' amaro lagrimar che voi faceste, 
oi occhi miei, cosi lunga stagione, 
facea maravigliar l' altre persone 
4 de la pietate, come voi vedeste. 30 

Ora mi par che voi l'obliereste, 
s'io fosse dal mio lato si fellone, 

22. alcuna dubitazione: il dubbio che poteva ingenerarsi nei let- 
tori, se nel sonetto parlasse il poeta o solamente il suo spirito. 

•24. Potrebbe ecc. Senza dubbio Dante pensò alla possibilità di sud- 
divere la prima parte del son. in quattro particelle : la condizione 
degli occhi nel passato (1-4), la facilità presente dell'obblio se il cuore 
non insistesse coi suoi ricordi (5-8), il timore per la vanità degli occhi 
(9-11) e il dovere di non dimenticare Beatrice (12-13). 

26. E questo è H sonetto ecc. Nuoce a questo sonetto l' antitesi 
continuata dei due stati dell'animo rappresentati nel discorso del cuore 
agli occhi; ma anche, e forse più, lo sforzo di talune espressioni poco 
felici: difetti, ad ogni modo, che diminuiscono d'assai, specialmente 
nelle quartine, l'effetto artistico. 

27. L'amaro ecc. Le lagrime di dolore che voi, occhi miei, ver- 
saste per lungo tempo, dopo la morte di Beatrice, suscitavano la me- 
raviglia altrui, in quanto erano manifestazione di un' angoscia fuori 
dell'ordinario. Cfr. nella canz. del cap. xxxi, 88-90. 

31. Ora ecc.; voi facilmente porreste in obblio Beatrice, se io non 
vi togliessi ogni cagione di dimenticanza, ripensando spesso alla mia 
donna. 

32. fellone, ribelle, traditore. « Se '1 poeta, osserva il Witte, non 



190 , LÀ VITA NUOVA 



eh' i' non ven disturbasse ogne cagione, 
8 memorandomi colei, cu' voi piangeste. 
35 La vostra vanità mi fa pensare, 

e spaventami si, eh' io temo torte 
11 del viso d'una donna che vi mira: 

voi non dovreste mai, se non per morte, 
la vostra donna, eh' è morta, obliare ». ■ 
40 14 Cosi dice '1 mio core, e poi sospira. 

XXXVIII 

Recommi la vista di questa donna in si nova con-, 
dizione, che molte volte ne pensava si come di persona 
che troppo mi piacesse ; e pensava di lei cosi : « Questa 
è una donna gentile, bella, giovane e savia, e apparita 
5 forse per volontà d'Amore, acciò che la mia vita si 
riposi ». E molte volte pensava più amorosamente, 
tanto che '1 cuore consentiva in lui, ciò è nel suo ra- 



levasse a' suoi occhi ogni cagione di dilettarsi della vista di questa 
donna gentile, diventerebbe fellone a Beatrice ». 

36. temo forte ecc., di rimaner preso d'amore per la donna gen- 
tile, che tiene fissi i suoi occhi nei miei. 

40. dice 7 mio core ; sopra ha detto pensiero (5, dioea loro nel 
mio pensiero), e vuol accennare che questo non fu un discorso sen- 
sibile, ma un pensiero della sua mente, non rivelato ad alcuno. 

XXXVIII. — l. Recommi ecc. Anche qui si ricordi il luogo del 
Conv. riferito nella nota al cap. xxxvn, 1. 

3. questa è una donna ecc. Rispetto all'essenza storica di questa 
donna cfr. la nota al cap. xxxv, 7. Dante si vuole implicitamente giu- 
stificare dell'essersi lasciato prendere da questo affetto ; e però accenna 
che la donna, oltre il pregio della gioventù e della beltà, avea ancora 
quello della gentilezza e della saviezza, doti che la rendevano non in- 
degna di chi aveva amato Beatriee. 

5. la mia vita si riposi; la mia vita di dolore trovi qualche con- 
forto nel nuovo affetto. 

7. che 'l cuore ecc.; cioè il desiderio amoroso s'accordava colla 
giustificazione pensata: dicendo in lui Dante ebbe in mente il pen- 



CAPITOLO XXXVIII 191 



gionare. E quando io avea consentito ciò, e io mi ri- 
pensava si come da la ragione mosso, e dicea fra me 
medesimo : ' « Deo, che pensiero è questo, che in cosi io 
vii modo vuole consolar me e non mi lascia quasi altro 
pensare ? » Poi si rilevava un altro pensiero, e diceami : 
« Or tu se' statò in tanta tribulazione, perché non ti 
vuoli tu ritrarre da tanta amaritudine ? Tu vedi che 
questo è uno spiramento d'Amore, che ne reca li desii is- 
d'Amore dinanzi, ed è mosso da cosi gentil parte, 
com' è quella de gli occhi de la donna, che tanto pietosa 
ci s'ha mostrata ». Onde io avendo cosi più volte combat- 
siero, facoltà intellettiva, come se avesse scritto: e il mio pensiero 
diceva di lei cosi; mentre in realtà aveva scritto: e pensava di lei. 

8. E quando . . . e io; cfr. la nota al cap. xxm, 8. - ripensava, 
meditava, rifletteva più riposatamente, come nell' Inf., x, 122 e nel 
Par., vii, 146; invece il Dionisi [Aned., V, 145) osserva: « par che si- , 
gniflchi io mi cangiava di pensiero, io pensava all' opposto. la 
queste battaglie 1' un pensiero è vinto e cacciato dall' altro, secondo 
che l'appetito o la ragione prevale. Simigliantemente si spiegano i 
verbi rimuoversi, riprendersi, ridirsi ed altri : per mo' d' esempio 
Io mi ridico significa - Io dico all' opposto di quel eh' io diceva. Del 
pari dunque Io mi ripenso potrà valere - Io penso al contrario di 
quel eh' io pensava ». 

10. in cosi vii modo, cioè dimenticando Beatrice per la donna, 
gentile. 

12. sì rilevava, si rialzava, si riaffacciava alla mente il primo pen- 
siero ; perché in sostanza sotto altre parole il concetto è quello stesso 
espresso dinanzi, 3-6; come nel son. i versi 9-14 non sono altro che 
una dichiarazione dei versi 1-4. 

15. questo è uno spiramento; questo nuovo affetto è inspirato da 
Amore: spiramento è né più né meno che spirazione del Purg., 
xxx, 133; sicché parrà superflua la dichiarazione del Witte: « un alito,, 
come un lieve spirare di vento, che rinfresca chi è travaglialo dal 
caldo ». 

18. io avendo cosi più volte combattuto ecc. Le lotte interne 
dello spirito sono spesso significate con imagini e metafore guerre- 
sche. Di ciò abbiamo altri esempì in questo libro (cfr. cap. xiii, 3„ 
19, xiv, 1 ecc.) ; e molti ne arreca il Card, d' antichi scrittori, fra 



192 LA VITA NUOVA 



tuto in me medesimo, ancora ne volli dire alquante 
20 parole; e però che la battaglia de' pensieri vinceano 
coloro che per lei parlavano, mi parve che si conve- 
nisse di parlare a lei; e dissi questo sonetto, il quale 
comincia : Gentil penserò ; e dico gentile in quanto ra- 
gionava di gentile donna, che per altro era vilissimo. 
25 In questo sonetto fo due parti di me, secondo che 
li miei pensieri erano divisi. L'una parte chiamo cuore, 
ciò è l'appetito; l'altra chiamo anima, ciò è la ra- 
gione; e dico come l'uno dice con l'altro. E che degno 
sia di chiamare l'appetito cuore, e la ragione anima, 
ao assai è manifesto a coloro, a cui mi piace che ciò sia 
aperto. Vero è che nel precedente sonetto io fo la 
parte del cuore contra quella de li occhi, e ciò pare 
contrario di quel ched io dico nel presente ; e però 

quali valga per tutti questo del Boccaccio, Dee, in, 395 : la cagione 
de 1 suoi pensieri, e' pensieri e la battaglia di quegli, et ultima- 
mente di Quali fosse la vittoria. . . . gli discoperse. 

20. e però che ecc. ; la vittoria era rimasta ai pensieri che favo- 
rivano l' amore della donna gentile, e per ciò a lei vuole il poeta in- 
dirizzare il sonetto. 

25. fo due parti ecc. Dante attribuisce all' appetito (cuore) i pen- 
sieri che lo volgevano alla donna gentile, e alla ragione (anima) 
quelli che lo richiamavano a Beatrice. 

28. E che degno sia ecc. E che sia conveniente chiamar cuore 
l'appetito e anima la ragione dice Dante esser manifesto a quelli cui 
gli piace che ciò sia aperto, vale a dire agli uomini che hanno l' in- 
telletto educato a queste sottili distinzioni, agli studiosi della filosofia. 

31. nel precedente sonetto, quello del cap. xxxvn, nel quale Dante 
ha rappresentato il contrasto tra gli occhi e il cuore, cioè tra la va- 
ghezza degli occhi che lo traeva alla donna gentile, e il sentimento 
che lo manteneva fedele a Beatrice. 

33. nel presente ; nel sonetto di questo cap. è rappresentata una 
condizione di cose assai differente: la vaghezza sensitiva è diventata 
essa stessa sentimento d'amore per la donna gentile, per la quale 
adunque sta il cuore; mentre per Beatrice non resta che la ragione 
o V'anima intesa nella sua funzione più elevata di facoltà razionale. 



CAPITOLO XXXVIII 193 

— \ 



dico, che ivi lo cuore anche intendo per lo appetito, 
però che maggiore desiderio era '1 mio ancora di ricor- 35 
-darmi de la gentilissima donna mia, che di vedere co- 
stei, avvegna che alcuno appetito n' avessi già, ma 
leggero parea : onde appare che l' un detto non è con- 
trario a F altro. Questo sonetto ha tre parti ; ne la 
prima comincio a dire a questa donna come lo mio 40 
desiderio si volge tutto verso lei ; ne la seconda dico , 
come F anima, ciò è la ragione, dice al cuore, ciò è 
.a, lo appetito ; ne la terza dico come le risponde. La se- 
conda parte comincia quivi : L 1 anima dice [v. 5] ; la 
terza quivi : E' le risponde [v. 9]. E questo è '1 so- 45 
netto, che comincia, qui : 

[Sonetto XXII] 

Gentil penserò, che parla di vui, 

sen vene a dimorar meco sovente, 

e ragiona d'amor si dolcemente, 
4 che face consentir lo core ih lui. 50 

L'anima dice al cor: « Chi è costui, 

che vene a consolar la nostra mente; 

ed è la sua vertù tanto possente, 
8 eh' altro penser no lascia star con nui ? » 

45. E questo è 7 sonetto ecc. Se si consideri quali sottili distin- 
zioni tra la natura e i motivi dei due affetti Dante avesse ad espri- 
mere, parrà meravigliosa l'arte colla quale il poeta ha saputo evitare 
ogni intonazione scolastica e dar alle sue sottigliezze atteggiamento 
di fantasmi poetici. Se non che la personificazione delle facoltà dello 
spirito toglie a questo e ad altri sonetti troppo di lucidità e di chia- 
rezza, perché possano essere ammirati lungamente. 

47. Gentil ecc. La prima quartina è dichiarata dalle parole della 
prosa, 1-8. 

51. L'anima ecc.; la ragione parla al desiderio amoroso; e le 
sue parole corrispondono al secondo dei pensieri, espresso sopra nella 
prosa, 10-12. 

Dante — La Vita Nuova. 13 



194 LA VITA NUOVA 



55 E' le risponde : € Oi anima pensosa, 

questi è uno spiritel novo d' amore, 
11 che reca innanzi me li suoi desiri: 
e la sua vita, e tutto '1 suo valore, 
mosse de li occhi di quella pietosa, 

60 14 che si turbava de' nostri martiri ». 

XXXIX 

Contra questo avversario da la ragione si levòe un 
die, quasi ne V ora de la nona, una forte imaginazione 
in me; che mi parve vedere questa gloriosa Beatrice 
con quelle vestimenta sanguigne, co le quali apparve 



55. E' le risponde ecc.; e l'appetito risponde alla ragione, dicendo 
che motivo di questo nuovo affetto è un' ispirazione d'Amore, proce- 
dente dalla vista della donna consolatrice. 

XXXIX. — l. questo avversario de la ragione è il cuore che 
traeva Dante verso la gentile consolatrice, mentre la ragione lo ri- 
chiamava a Beatrice. 

2. ne V ora de la nona. « L' ora di nona, osserva il Giul., in che 
gli surse cotal visione, porge sicuro indizio che fu mossa dal pen- 
siero di Beatrice, cui il numero nove fu tanto amico ». 

3. mi parve vedere ecc. « Osservate, scrive il Tommaseo, come 
a ravvedersi del novello amore gli fosse cagione una fantasia nella 
quale Beatrice gli apparisce viva, e nell' età giovanetta eh' egli in 
prima la vide, e de' medesimi panni vestita. Cotesta apparizione ba- 
sterebbe sola a mostrare non simbolico ma reale essere stato l'amore 
di cui ragioniamo; ed è, come ora lo chiamano, fenomeno psicologico 
da meditare. Perché le impressioni dell' amore infantile sogliono agli 
uomini tutti (anche l'amore cessato, e spentane fia la memoria) ritor- 
nare, non foss' altro, ne' sogni; e la donna che prima piacque, sotto- 
varie spoglie e in diversi moti atteggiata si presenta all'animo stanco 
e dei piaceri e dei dolori, e al piacere e al dolore lo rinnovella. Or 
questo pensare che fa 1' amante la donna sua non già nella grande 
bellezza ma fanciulletta, e questo sentirsene tanto profondamente com- 
mosso, è fatto che importa non meno alla scienza del pensiero che 
alla scienza del cuore ». 

4. con quelle vestimenta sanguigne ecc. Cfr. nel cap. i, 12 : Ap- 
parve vestita di nobilissimo colore umile ed onesto sanguigno ecc. ; 



CAPITOLO XXXIX 195 



prima a li occhi miei, e pareami giovane in simile 5 
etade ne la quale io primieramente si la vidi. Allora 
cominciai a pensare di lei ; e ricordandomi di lei se- 
condo l'ordine del tempo passato, lo mio cuore si comin- 
ciò dolorosamente a pentère de lo desiderio, a cui si vil- 
mente s'avea lasciato possedere alquanti die contra la 1° 



nel cap. in, 11, Beatrice è vista in sogno involta .... in un drappo 
sanguigno leggeramente ; e finalmente nel paradiso terrestre appare 
al poeta Vestita dì color di fiamma viva, Purg., xxx, 33. 

5. prima ecc. ; cioè la prima volta. — in simile etade ecc. quando 
Beatrice era quasi dal principio del suo nono anno; cap. i, 10. 

7. secondo l'ordine del tempo passato. Il Giul. par che intenda : 
nell'ora nona, come soleva avvenirmi quando Beatrice era viva; me- 
glio forse si può spiegare: a quel modo ch'io pensava di lei prima 
di lasciarmi vincere dalla passione per la donna gentile. 

8. lo mio cuore ecc. Si osservi come Dante, pur confessando d'aver 
mancato di fede alla sua Beatrice, e insistendo sulla viltà dell'animo 
che aveva ceduto alla nuova passione, si studii di attenuare coi par- 
ticolari dell'espressione la sua colpa : anzi tutto egli si dichiara pen- 
tito vivamente, dolorosamente, il nuovo amore lo ha sforzato, ed 
egli non l' ha cercato, ma più tosto subito ; e la sua durata poi è stata 
brevissima, non più d' alquanti die. 

10. alquanti die : è frase da intendere con molta discrizione, poi- 
ché questo amore della donna gentile non potè esser brevissimo. 
Dante se ne senti colpito appena la vide (cap. xxxv, 6-18), e ne fece 
un primo sonetto (ib. 18-25); poi dovunque la vedeva, la donna gli si 
mostrava disposta all' amore, e ciò Dante ebbe agio di osservare molte 
fiate (cap. xxxvi, 1-5) ; cosi che molte volte di poi andò cercando di 
rivederla per averne qualche conforto (ib. 5-8), finché gli venne voglia 
di farne un secondo sonetto (ib. 9-12). A questo punto egli si senti 
agitato da una interna lotta tra il vecchio e il nuovo affetto, lotta du- 
rata abbastanza lungamente (cap. xxxvn, 3: molte volte me ne cruc- 
ciava; ib., 4: più volte bestemmiava la vanitade ecc.), e rappresen- 
tata in un terzo sonetto scritto evidentemente poi che il cuore ebbe 
vinto la ragione (ib. 15-18). Dominato oramai dal nuovo affetto, Dante 
ne fu molte volte impensierito e cercò di giustificarlo a sé medesimo, 
ripetendosi cosi più volte la lotta dinanzi (cap. xxxvm, 1-18), che 
diede origine ad un quarto sonetto (ib. 18-24), e prenunzio quasi il 
ravvedimento e il ritorno a Beatrice. Una simile e cosi profonda muta- 



196 LA VITA NUOVA 



costanzia de la ragione : e discacciato questo cotale mal- 
vagio desiderio, si si rivolsero tutti li miei pensamenti 
a la loro gentilissima Beatrice. E dico che d' allora in- 
nanzi cominciai a pensare di lei si con tutto lo vergo- 



zione psicologica in uomo tanto passionato come fu Dante non può re- 
care meraviglia che si sia compiuta attraverso una serie di rapidi 
commovimenti; ma è impossibile che non durasse più d'alquanti die. 
Tanto è vero che nel Conv. h, 13, ove tenta di identificare la donna 
gentile della V. N. con la filosofia, Dante scrive: «E immaginava 
lei [la filosofia] fatta come una donna gentile : e non la potea imma- 
ginare in atto alcuno se non misericordioso ; per che si volentieri lo 
senso di vero 1' ammirava, che appena lo potea volgere da quella. E 
da questo immaginare cominciai ad andare là ov' ella si dimostrava 
veracemente, cioè nelle scuole dei religiosi, e alle disputazioni de' filo- 
sofanti: sicché in piccol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto 
a sentire della sua dolcezza, che '1 suo amore cacciava e distruggeva 
ogn' altro pensiero ». 

13. E dico che d'allora innanzi ecc. Alla visione che ritrasse 
Dante dal nuovo affetto richiamandolo all' antico accenna Beatrice 
stessa, dicendo, Purg., xxx, 130 : 

. . E volse i passi suoi per via non vera, 
imagini di ben seguendo false, 
che nulla promission rendono intera. 
Né l' impetrare spirazion mi valse, 
con le quali ed in sogno ed altrimenti 
lo rivocai' si poco a lui ne calse. 

Lo Scartazzini, a questi versi, osserva: « Beatrice dice qui che nulla 
le giovò V impetrare spirazioni colle quali e in sogno e in visioni lo 
andava richiamando al diritto sentiero, poiché poco a lui ne calse. 
Ma secondo ciò che Dante racconta nella V. N. già la prima visione 
di Beatrice produsse in lui l'effetto desiderato, giacché e' si penti do- 
lorosamente della sua infedeltà. Come si fa dunque a concordare 
quanto Dante dice qui, con quello che e' dice nella V. N.ì Ci pare 
che le confessioni di Dante in questi ultimi canti del Purg. siano un 
supplemento, o meglio compimento di quanto e' racconta nella V. N. ». 
E seguita cercando di mostrare che il pentimento descritto in que- 
sto cap. non fu di lunga durata, perché Dante ricadde più tardi ne' 
medesimi traviamenti; si che Beatrice poteva poi nell' apparirgli nel 
paradiso terrestre rimproverarlo di non aver badato a' suoi richiami, 
senza che ciò costituisse una contraddizione con ciò che è narrato in 
questo cap. della V. N. 



CAPITOLO XXXIX 197 



gnoso cuore, che li sospiri manifestavano ciò molte 15 
volte ; però che tutti quasi diceano nel loro uscire quello 
che nel cuore si ragionava, ciò è lo nome di quella 
gentilissima, e come si partio da noi. E molte volte 
avvenia che tanto dolore avea in sé alcuno penserò, 
eh' io dimenticava lui, e là dov' io era. Per questo 20 
raccendimene de' sospiri si raccese lo sollenato lagri- 
màre in guisa, che li miei occhi pareano due cose, che 
disiderassero pur di piangere ; e spesso avvenia che 
per lo lungo continuare del pianto, dintorno a loro si 
facea un colore porpureo, lo quale suole apparire per 25 
alcuno martirio che altri riceva : onde appare che de la 
lora vanitade fuoro degnamente guiderdonati, si che 
d'allora innanzi non poterò mirare persona, che li guar- 



20. io dimenticava lui; il Giul. intende: « il pensiero, da cui io 
rimaneva occupato a; forse sarà meglio riferir lui a dolore, e spie- 
gare : « il pensiero di Beatrice e della sua morte era cagione di dolore 
cosi intenso, che io perdeva ogni senso della realtà e insieme la co- 
scienza del mio tormento ». 

21. lo sollenato lacrimare; il pianto calmato, lenito: cfr. la nota 
al cap. xii, 5 e aggiungi questi altri esempì: B. Latini, Tesoretto, xix, 
127: Ma fino amor solena Del gran disio la pena; C. Davanzati (son. 
Come la tigre) : lo suo gran dolore Solena ne lo speglio riguardando 
e, più sotto, Che ne solena sua greve doglienza. Da questi esempì si 
vede come gli antichi usassero spesso il verbo sollenare (e anche il 
sost. astratto scllena+ea, p. es. in Ant. rim. volg., II, 7) ; si che non 
deve apparir strano che Dante se ne valesse più volte. 

24. dintorno a loro ecc. ; per il lungo pianto intorno agli occhi di 
Dante si formavano delle macchie purpuree, delle lividure. 

27. si che d'allora ecc. Da questo momento gli occhi, piangendo 
sempre, non poterono più mirare alcuna persona tanto intentamente 
da vedere nello sguardo di lei espresso un sentimento benevolo, che 
potesse trarli di nuovo a queir amoroso consenso che Dante avea già 
dato agli sguardi della donna gentile. Il guiderdone o castigo inflitto 
al poeta della visione di Beatrice essendo stato tutto morale, non mi 
par necessario vedere in questo luogo un accenno a quella malattia 



198 LA VITA NUOVA 



dasse, si che loro potesse retrarre a simile intendi- 
30 mento. Onde io volendo che cotale desiderio malvagio 
e vana intenzione paresse distrutto si che alcuno dubbio 
non potessero inducere le rimate parole, eh' io avea 
dette dinanzi, propuosi di fare un sonetto, nel quale 
io comprendesse la sentenzia di questa ragione. E dissi 
35 allora : Lasso ! per forza di molti sospiri ; e dissi 
lassò in quanto mi vergognava di ciò che li miei occhi 
aveano cosi vaneggiato. Questo sonetto non divido, 
però che assai lo manifesta la sua ragione. 

[Sonetto XXIII] 

Laeso! per forza di molti sospiri, 
40 che nascon de' pensier che son nel core, 

li occhi son vinti, e non hanno valore 
4 di riguardar persona che li miri. 
E fatti son, che paion due disiri 
di lagrimare e di mostrar dolore, 
45 e spesse volte piangon si, ch'Amore 

8 li 'ncierchia di corona di martiri. 

degli occhi, da cui Dante racconta nel Conv., in, 9 d' essere stato op- 
presso: qui il motivo è il piauto, là invece V affaticare 'molto il viso 
a studio di leggere. 

32. le rimate parole ecc.; sono i quattro sonetti xix-xxn, scritti 
per la gentile consolatrice. 

37. aveano cosi vaneggiato, avevano errato per loro vanità. 

39. Lasso ecc. I primi otto versi del son. corrispondono alle parole 
della narrazione, in questo cap. 20-30. Tutto il sonetto poi rappresenta 
con felicità di parola tutta propria di Dante il trapassare del suo ani- 
mo dalla lotta dei due affetti allo stato doloroso determinato special- 
mente dal ritorno al pensiero della morta Beatrice. 

43. E fatti son ecc. Osserva giustamente il Giul. che questa è una 
potente espressione e tutta avvivata di poetica luce, e che anche nella 
prosa il concetto non perde la sua efficacia ed evidenza. 

46. li 'ncierchia ecc.; dice poeticamente che gli si circondano di 
lividore, che è come il segno del tormento durato nel pianto. V'ha una 
ballata di Nuccio Piacenti, già attribuita erroneamente a Dante (Truc- 



CAPITOLO XL 199 



Questi penseri, e li sospir che io gitto, 

diventan ne lo cor si angosciosi, 
11 ch'Amor vi tramortisce, si lien dole; 

però ch'elli hanno in lor li dolorosi 

quel dolce nome di madonna scritto, 
14 e de la morte sua molte parole. 

XL 

Dopo questa tribulazione avvenne (in quel tempo 
che molta gente va per vedere quella imagine bene- 
chi. Poesie Hai. ined., I, 300), nella quale il poeta, mandando i versi 
alla sua donna riprende abbastanza felicemente alcune imagini del so- 
netto dantesco: 

Comincierai a dir che gli occhi miei 

per riguardar sua angelica figura 

solean portar corona di desiri : 

ora, perché non posson veder lei, 

li strugge morte con tanta paura 

c'hanno fatto ghirlanda di martiri. 
49. ch'Amor ecc. vi perde ogni efficacia, tanto dolore risente dei 
sospiri suscitati dal pensiero di Beatrice e della sua morte. - lien, 
gliene. 

XL. . — 1. ih quel tempo ecc. I dantisti sono in grande disaccordo 
nel determinare qual sia il tempo di questo passaggio dei pellegrini, 
ma due opinioni principali tengono il campo : secondo la prima pro- 
pugnata dal Todesch. e dal Fornaciari (Studi su Dante, pp. 116, 156) 
questo tempo sarebbe di poco posteriore alla morte di Beatrice; se- 
condo l'altra sostenuta specialmente dal Lubin (op. cit., p. 27) e dalla 
maggior parte dei dantisti il passaggio sarebbe quello dei pellegrini 
che andarono al giubileo dell'anno 1300 (cfc la descrizione in G. Vil- 
lani, viii, 36). Accogliendo la seconda ipotesi bisognerebbe anche ac- 
cettare la variante di alcuni testi: in quel tempo che .molta gente 
andava, poiché con essa sarebbe meglio espressa la circostanza di un 
passaggio straordinario. Serbando invece la lez. dei manoscritti più 
autorevoli: in quel tempo che molta gente va, mi pare doversi rite- 
nere che Dante non abbia voluto indicare nella sua parentesi l'anno 
in cui accadde il passaggio, ma il tempo, la stagione in cui i pellegrini 
solevano venire in maggior numero a Roma da' più lontani paesi della 
cristianità per vedere l' imagine di Gesù Cristo. Cosicché la ricerca 
dell' anno sarebbe oziosa, mancando nelle parole di Dante elementi 
bastevoli a determinarlo: cfr. lo scritto del Rajna cit. a p. xvn. 

2. quella imagine benedetta ecc. E la preziosa reliquia conservata 



50 



200 



LA VITA NUOVA 



detta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esemplo 

de la sua bellissima figura, la quale vede la mia donna 

5 gloriosamente), che alquanti peregrini passavano per 

una via, la quale è quasi mezzo de la cittade, ove 



a Roma e conosciuta col nome di Veronica (vera imagine) ; un velo r 
che, secondo la leggenda cristiana, una santa Veronica avrebbe pre- 
stato a Gesù sulla via del Calvario e riavuto poi da lui stesso col- 
l' impronta del volto santo (cfr. i Bollandisti, Acta SS.,Februarii, die 
quarta, voi. I, pp. 449-457; Douhet. Diction. des lègendes du christian. r 
col. 1202-6). Qualunque sia l'origine delle devozioni per questa imagine 
è certo che esse durarono vivissime in Roma per tutto il medioevo ; 
e che v'accorrevano numerosi i pellegrini da ogni parte del mondo 
cristiano, specialmente alle feste del gennaio e della settimana santa^ 
Questo abituale concorso dei pellegrini per la Veronica è accennato- 
da Dante anche nel Par., xxxi, 103: 

Quale è colui che forse di Croazia 
viene a veder la Veronica nostra, 
che per l'antica fama non si sazia, 
Ma dice nel pensier, fin che si mostra : 
signor mio Gesù Cristo, dio verace, 
or fu si fatta la sembianza vostra ? 
e dal Petrarca, nel son. Movesi 'l vecchierel, 9, che 
. . . viene a Roma, seguendo '1 desio, 
per mirar la sembianza di colui 
eh 'ancor lassù nel ciel vedere spera. 

6. una via ecc.; una strada che attraversa per mezzo la città di- 
Firenze è quella del Corso, ove sorgevano le case de' Portinari. Chi 
fosse stato di propinquo paese, cioè delle vicinanze di Firenze, avrebbe 
potuto ricordarsi, passando vicino a quelle case, della morta Beatrice 
e dimostrarne turbamento; i pellegrini invece, essendo di lontana 
parte, erano pensosi d'altre cose che di queste qui, ma. se avessero 
potuto conoscere quanto grande sventura era stata la morte di Bea- 
trice avrebbero pianto anch'essi. Posto'questo, è chiaro che l'accenno 
alla via per la quale passavano i pellegrini non ha nel ragionamento 
di Dante che un valore negativo ; poiché solo per chi non fosse fore- 
stiero a Firenze quella via poteva offrire ricordi che suscitassero il 
rimpianto della perduta donna, mentre agli stranieri non poteva esser 
occasione a dolore alcuno. - de la cittade, ove ecc. Avendo accennato 
al culto della Veronica, l'idea del quale era collegata necessariamente 
con quella di Roma, Dante per evitare che altri fraintendendo il suo 
dire pensasse alla città eterna, determina qual fosse quella ove pas- 



CAPITOLO XL 201 



nacque e vi vette e morio la gentilissima donna; li quali 
peregrini andavano, secondo che mi parve, molto pen- 
sosi. Ond'io pensando a loro, dissi fra me medesimo : 
« Questi peregrini mi paiono di lontana parte, e non io 
credo che anche udissero parlare di questa donna, e 
non ne sanno niente, anzi li loro pensieri sono d'altre 
cose che di queste qui; che forse pensano de li loro 
amici lontani, li quali noi non conoscemo ». Poi dicea 
fra me medesimo: «Io so che s'elli fossero di prò- ìs 
pinquo paese, in alcuna vista parrebbero turbati, pas- 
sando per lo mezzo de la dolorosa cittade ». Poi dicea 
fra me medesimo : « Se io li potessi tenere alquanto, 
io li pur farei piangere anzi ch'elli uscissero di questa 
cittade, però ched io direi parole, le quali farebbero 20 
piangere chiunque le intendesse». Onde, passati costoro 
da la mia veduta, propuosi di fare un sonetto, nel quale 
io manifestasse ciò che io avea detto fra me mede- 
simo; e acciò che più paresse pietoso, propuosi di dire 

savano i pellegrini; e designa però Firenze come la città ove nacque 
vivette e morio Beatrice. Non si può riferire Yove allaga; perché le 
due proposizioni relative esprimono continuità del pensiero, e poi per- 
ché Dante voleva precisare qual fosse la città, non la via già abba- 
stanza determinata : quasi mezzo ecc. 

13. forse pensano ecc. Opportuno è il raffronto che fanno qui il 
Card, e altri commentatori coi divini versi del Purg., vni, 1: 

Era già l'ora che volge '1 disio 

a' naviganti e intenerisce il cuore 

lo di c'han detto a' dolci amici addio; 

E che lo nuovo peregria d'amore 

punge se ode squilla di lontano, 

che paia '1 giorno pianger che si muore. 

16. in alcuna vista, in qualche atto, nel loro aspetto. 

18. tenere, trattenere. 

20. parole, le quali ecc. Sono quelle che uomo può dire di Bea- 
trice, e hanno virtù di suscitare il pianto in chi le ascolta. 

24. E acciò che più paresse pietoso, ecc. È veramente uno dei più 
affettuosi sonetti di Dante : il ricordo di Beatrice morta, risorgendo- 



202 LA VITA NUOVA 



25 come se io avessi parlato a loro; e dissi questo sonetto, 
lo quale comincia: Deh peregrini che pensosi andate, 
e dissi peregrini, secondo la larga significazione del 
vocabulo : che peregrini si possono intendere in due 
modi, in uno largo ed in uno stretto. In largo, in quanto 

30 è peregrino chiunque è fuori de la sua patria; in mo- 
do stretto non s'intende peregrino, se non chiunque 
va verso la casa di sa' Jacopo, o riede : e però è da 
sapere, che in tre modi si chiamano propriamente le 
genti, che vanno al servigio de l'Altissimo. Chiamansi 

35 palmieri in quanto vanno oltremare, là onde molte volte 
recano la palma ; chiamansi peregrini in quanto vanno 
a la casa di Galizia, però che la sepultura di sa' Jacopo 

improvviso e potente dopo le lotte sostenute contro la passione per la 
donna gentile, pervade di sé non pure l'animo del poeta, ma tutti gli 
altri uomini, e la città stessa consente al dolore universale. « Questa 
situazione cosi naturale, osserva il De Sanctis (Sagyio sul Petr., p. 52 
e insieme cosi nova, risponde a ciò che di più segreto si move nel 
core umano, di modo che la semplice esposizione, nuda di ogni arti- 
ficio di forma, raggiunge il più alto affetto estetico ». 

29. in uno largo ecc.; in significato generico, peregrino è chiunque 
sia « fuori de la sua patria » : e in questa accezione Dante usò questa 
voce qui, e quasi sempre nel poema : in significato più stretto poi dis- 
sero gli antichi peregrino chi andava in Galizia, a visitare il santuario 
di s. Iacopo. 

34. che vanno ecc.; che viaggiano per rendere un tributo a Dio, 
per fine religioso. 

35. palmieri ; cosi erano detti i pellegrini che andavano in Terra- 
santa perché ne ritornavano col bordone cinto di palma «a mostrare 
(dice VAnom. ftorent. al Purg., xxxni, 76) che sono stati al sepolcro, 
et hanno avuto vittoria di loro viaggio ». - oltremare, cosi dicevano 
senza altro gli antichi la Terrasanta e anche in generale i paesi orien- 
tali : onde Libro d'oltramare intitolò Niccolò da Poggibonzi la narra- 
zione del suo viaggio in Terrasanta e in Oriente, intrapreso nel 1345 
(pubbl. da A. Bacchi della Lega, Bologna, 1881). 

37. la casa di Galizia ossia il santuario di S. Iacopo di Compo- 
stella (Santiago) in Galizia, frequentatissimo nel medioevo (cfr. Par., 



CAPITOLO XL- 203 



£ue più lontana da la sua patria, che d'alcuno altro 
apostolo; chiamatisi romei in quanto vanno a Roma, 
là ove questi cu' io chiamo peregrini andavano.* Que- 40 
sto sonetto non divido, però che assai lo manifesta la 
sua ragione, 

. [Sonetto XXIV] 

Deh. peregrini, che pensosi andate 

forse di cosa che non v'è presente, 

venite voi da si lontana gente, 45 

4 com'a la vista voi ne dimostrate ? 

che non piangete, quando voi passate 

per lo suo mezzo la città dolente, 

come quelle persone che neente 
8 par che 'ntendesser la sua gravitate: 50 

Se voi restate, per volerla udire, 

certo lo cor de' sospiri mi dice, 
11 che lagrimando n'uscireste pui. 

Eli' ha perduta la sua Beatrice; 

e le parole, ch'om di lei può dire, 55 

14 hanno vertù di far piangere altrui. 

xxv, 17) e privilegiato di molte indulgenze d'ai papi ; i vecchi fioren- 
tini solevano far prima il pellegrinaggio di Terrasanta e poi quello di 
S-. Iacopo (cfr. R. degli Albizzi, Commissioni, Firenze, 1867, I, 116): e 
■ a S. Iacopo sappiamo che voleva andare iJ Cavalcanti, il primo amico 
di Dante (Ercole, op. cit. p. 78 e ségg.). 

\ 38. fue più lontana ecc. Il Witte annota: «La leggenda attribui- 
sce la casa di S. Iacopo in Galizia all'apostolo S. Iacopo, figlio di Ze- 
bedeo, ossia figlio del tuono, il quale in vita, benché con poco suc- 
cesso, era andato in Ispagna a predicare il Vangelo. Tornato in Giudea, 
fu decollato sotto Erode Agrippa, ma la barca alla quale i discepoli 
affidarono il di. lui corpo fu dai venti trasportata in Galizia ». 

45. da si lontana gente, da paese si lontano. 

49. come quelle persone ecc. ; a guisa di persone che non abbiano 
conosciuto mai qual danno la morte di Beatrice sia stato per la città, 
che ne rimase quasi vedova e dispogliata da ogni dignitate (cap. 
xxx, 2). 

52. lo cor de'' sospiri, il cuore sospiroso : naturale ed efficace 
-espressione, che vince di bellezza la comune ne' sospiri. 



204 LA VITA NUOVA 



XLI 

Poi mandaro due donne gentili a me pregando che 
io mandassi loro di queste mie parole rimate; onde 
io, pensando la loro nobilita, propuosi di mandare loro 
e di fare una cosa nuova, la qual io mandassi a loro 

5 con esse, acciò che più onorevolmente adempiessi li 
loro prieghi. E dissi allora un sonetto, lo quale narra 
del mio stato, e mandalo a loro col precedente sonetto 
accompagnato, e con un altro che comincia : Venite a in- 
tender. Lo sonetto, lo quale io feci allora, comincia: 

io Oltre la spera; lo quale ha in sé cinque parti. Ne la 
prima dico là ove va lo mio penserò, nominandolo per 
lo nome d'alcuno suo effetto. Ne la seconda dico per 



XLI. — 1. Poi nandaro ecc. Le rime di Dante, come in generale 
tutte quelle dei poeti d'amore, [si diffondevano largamente appeua 
composte, tanto era viva nel dugento la partecipazione delle cittadi- 
nanze, specialmente nei comuni liberi, all'arte: è inutile raccoglier qui 
le testimonianze che provano questo fatto; ma non è inopportuno ri- 
chiamar l'attenzione del lettore su ciò che ci attesta Dante in questo 
capitolo, che le donne gentili, e non solo i letterati, avessero questo 
amore per l'arte della poesia, tanto da richieder di rime anche il ma- 
linconico e sdegnoso amante di Beatrice. 

2. di queste mie parole rimate; di queste mie poesie, dei miei so- 
netti come questi inseriti nella V. N. 

3. propuosi di mandare loro, cioè di mandare rime già composte 
per l'addietro e insieme rime nuove. 

5. più onorevolmente ; non già con più d'onore per me, ma con 
maggior larghezza d'ossequio alle due donne gentili. 

7. e mandalo ecc. Dante dunque mandò alle donne i tre sonetti 
xvii, xxiv e xxv : si noti che in nessuno di essi il discorso è indiriz- 
zato a Beatrice, ma nel primo agli animi gentili, nel secondo ai pelle- 
grini, nel terzo alle due donne. 

12. alcuno suo e/Tetto: effetto del pensiero è il sospiro come ma- 
nifestazione del vivo desiderio. - per che, per quale forza, quella cioè 
di una intelligenza nuova. 



CAPITOLO XLI 205 



che va là suso, ciò è chi '1 fa cosi andare. Ne la terza 
dico quello che vide, ciò è una donna onorata là suso : e 
chiamolo allora spirito peregrino, acciò che spiritual- 1 5 
mente va là suso e si come peregrino, lo quale è fuori de 
la sua patria. Ne la quarta dico come elli la vede tale, 
ciò è in tal qualitate che io noi posso intendere, ciò è 
a dire che '1 mio pensiero sale ne la qualità di costei in 
grado che '1 mio intelletto noi puote comprendere; con 20 
ciò sia cosa che '1 nostro intelletto s'abbia a quelle bene- 
dette anime, si come l'occhio debole al sole : e ciò dice lo 



13. chi 'l fa cosi andare, cioè 1' Amore che gli largisce la nuova 
facoltà. 

14. e chiarnolo ecc. Intendi : nel sonetto dico il sospino ch'esce dal 
mio core essere uno spirito peregrino ; spirito perché spiritualmente 
va in cielo, e peregrino perché va lassù come in luogo non proprio, 
come il pellegrino va in estranio paese. 

16. peregrino: cfr. cap. xl, 29. 

19. il mio pensiero ecc. Questo concetto è ripreso e svolto nel 
Conv. in, 4, cosi: «dico che nostro intelletto, per difetto della virtù, 
della quale trae quello ch'el vede (che è virtù organica, cioè la fan- 
tasia), non puote a certe cos« salire, perocché la fantasia noi puote 
aiutare, e che non ha lo di che, siccome sono le sustanze partite da 
materia; delle quali (se alcuna considerazione di quelle avere pa- 
terno) intendere non le potemo né comprendere perfettamente. E di 
ciò non è l'uomo da biasimare, che non esso fu di questo difetto fat- 
tore : anzi fece ciò la natura universale, cioè Iddio, che volle in questa 
vita privare noi di questa luce ; che, perché egli lo facesse, presun- 
tuoso sarebbe a ragionare. Sicché se la mia considerazione mi tra- 
sportava in parte dove la fantasia venia meno allo intelletto, se io 
non poteva intendere, non sono da biasimare ». 

21. s'abbia, stia in rapporto : vuol dire che il nostro intelletto può 
considerare i beati (sustanze partite da materia) solo come l'occhio 
può fissare il sole, cioè incompiutamente. 

22. si come l'occhio debole ecc. Cfr. Par., xxx, 25: 

. . . come sole il viso che piti trema 

cosi Io rimembrar del dolce riso 

la mente mia da sé medesma scema. 



206 LA VITA NUOVA 



filosofo nel secondo de la Metafisica. Ne la quinta dico 
che, avvegna che io non possa intendere là ove lo pen- 

25 sero mi trae, ciò è la sua mirabile qualitade, almeno 
intendo questo, ciò è che tutto è lo cotal pensare de la 
mia donna, però ch'io sento lo suo nome spesso nel 
mio pensiero : e nel fine di questa quinta parte dico 
donne mie care, a dare ad intendere che sono donne 

30 coloro a cu'io parlo. La seconda parte comincia quivi : 
Intelligenza nova [v. 3];la terza quivi: Quando elli 
è giunto [v. 5]; la quarta quivi: Vedela tal [v. 9]; la 

23. lo filosofo ecc. Aristotele, Metafisica, n, 1. 

24. avvegna ohe io non possa ecc. « Benché l'aut. osserva il Witte, 
non intenda ancora le rivelazioni nascoste nell'aspetto di Beatrice ce- 
leste, pur sente che sia l'amore per essa, che lo trasportò fino al 
sommo cielo ». 

26. che tutto è ecc., tutto questo pensiero è pensiero di Beatrice. 
Nelle terzine o mute, come dicevano gli antichi, di questo sonetto tro- 
vava una contraddizione Cecco Angiolieri, il brioso rimatore senese 
(vissuto tra '1 1258 e il 1312 : cfr. D'Ancona, Studi di crit. e st. leu. 
pp. Ili, 141); e volle rimproverarne Dante, al quale mandò le sue os- 
servazioni, come allora solevasi, in versi. Ecco il son. dell' Angiolieri 
(cod. chig. ed. Molteni e Monaci, p. 240) : 

Dante Allaghier, Cecco, '1 tu' serv'amico. 
si raccomand'a te, cora'a segnore; 
e si ti prego per lo dio d'Amore, 
il qual è stat'un tu' signor antico, 
che mi perdoni s' i' spiacer ti dico, 
che mi dea sicurtà '1 tu' gentil cuore. 
Quel eh 1 i' ti dico è di questo tenore, 
ch'ai tu' sonetto in parte contradico ; 
ch'ai meo parer nell'una muta dice 
che non intendi sm' sottil ■parlare, 
a que' che vide la tua Beatrice ; 
e puoi hai detto a le tue donne care 
e può' 1 lo 'ntendi: e dunque contradice 
a sé medesmo questo tu' trovare. 

il Card, crede questo sonetto dell'Angiolieri posteriore alla composi- 
zione della V. N. ; il D'Anc. invece ritiene che Dante avesse il pensiero 
alle obiezioni del senese, quando scrisse la divisione minuziosa di 
questo capitolo : meglio forse si potrebbe trovare una tacita risposta 
all' Angiolieri nel luogo del Conv. già recato sopra, 19. 



CAPITOLO XLI 207 



quinta quivi : So io che parla [v. 12]. Potrebbesi più 
sottilmente ancora dividere, e più sottilmente fare in- 
tendere, ma puotesi passare con questa divisione, e 35 
però non m' intrametto di più dividerlo. E questo è '1 
sonetto, che comincia qui. 

[Sonetto XXV] 

Oltre la spera, che più larga gira, 
passa '1 sospiro eh' esce del meo core : 
intelligenza nova, che l'Amore 40 

4 piangendo mette in lui, pur su lo tira. 
Quand' elli è giunto là dove disira, 
vede una donna, che riceve onore, 
e luce si, che per lo suo splendore 

8 lo peregrino spirito la mira. 45 

36. m' intravnetto ; cfr. la nota al cap. xvi, 35. - E questo ecc. 
L'aspirazione alla sede de' beati e il suo connaturarsi nell'animo di 
Dante coli' amore risorto per Beatrice infondono per tutto questo 
sonetto una soave idealità che pervade cosi il concepimento come 
l'espressione, tanto da farne una dolcissima poesia. 

38. la spera, che più larga gira, è il primo mobile, secondo il 
sistema di Tolomeo (cfr. Purg., xxxiii, 90 il del che più alto fe~ 
stina; Par., xxvn, 99 ciel velocissimo). Oltre questo cielo, secondo ci 
dice Dante stesso, Conv., n, 4 « li cattolici pongono lo cielo Empireo, 
che tanto vuol dire, quanto cielo di fiamma ovvero luminoso ; e pon- 
gono, «isso essere immobile ... E questo quieto e pacifico cielo è lo 
luogo di quella somma deità che sé sola compiutamente vede ». 

40. intelligenza nova ; la nuova virtù intellettuale, compartita dal- 
l'Amore la quale trae il pensiero di Dante all'empireo. 

43. riceve onore, gli altri beati le fanno onore. 

44. e luce si ecc. Si ricordi qui che Dante rappresenta Beatrice 
nel cielo empireo come luce che sfolgora in mezzo allo splendore del 
paradiso; e la vede [Par., xxxi, 71) 

. . . che si facea eprona 
riflettendo da sé gli eterni rai. 
per lo suo splendore, per la sua pura luce (Par., xxx, 40), 

Luce intellettual piena d'amore, 
amor di vero ben pien di letizia, 
letizia che trascende ogni dolzore. 



208 LA VITA NUOVA 



Vedela tal, che quando '1 mi ridice, 
io non lo 'ntendo, si parla sottile 

Il al cor dolente, che lo fa parlare. 
So io che parla di quella gentile, 
50 però che spesso recorda Beatrice, 

14 si eh' i' lo 'nteudo ben, donne mie care. 

XLII 

Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile 
visione, ne la quale io vidi cose, che mi fecero proporre 
di non dire più di questa benedetta, infino a tanto che 
io potessi più degnamente trattare di lei. E di venire 
5 a ciò io studio quanto posso, sf com' ella sa verace- 
mente. Si che, se piacere sarà di colui, a cui tutte le 
cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, 
io spero di dire di lei quello che mai non fue detto 

47. non lo 'ntendo ; Dante [non intendeva come il suo pensiero 
potesse rappresentargli la visione della sua donna beata, poiché tra- 
scendeva l'umana facoltà; ma pur sentiva che si trattava di Beatrice. 

XLII. — 1. una mirabile visione; è l'idea ancora indeterminata 
e vaga del poema sacro, la quale Dante andò di poi precisando ed 
elaborando con lunga meditazione e grande amore. 

2. ne la quale io vidi cose : nel quale concepimento ebbe gran parte 
l' idea di sollevarsi, parlando di Beatrice, in una regione più alta, che 
non avessero fatto gli altri poeti ; e perciò il proposito di non dir più 
di lei fino a che non avesse determinato la materia e la forma del 
suo poema. 

4. E di venire ecc. Accenna Dante agli studi coi quali si pre- 
parò a recare in atto il suo grande concetto di un poema che supe- 
rasse tutto ciò che precedentemente era stato scritto per donna al- 
cuna : e questi suoi studi, specialmente di filosofia, sono rappresentati, 
come opportunamente osserva il D'Anc, dalle canzoni del Convivio. 

8. dire di lei quello che mai ecc. Il Witte crede che Dante si 
riferisca specialmente a ciò che disse di Beatrice, chiamandola (Inf., 
n, 76) 

. . . donna di virtù, sola per cui 

1' umana spezie eccede ogni contento 

da quel ciel, che ha minori i cerchi sui, 



CAPITOLO XLII 209 



d'alcuna. E poi piaccia a colui, che è sire de la cor- 
tesia, che la mia anima sen possa gire a vedere la gloria 10 
de la sua donna, ciò è di quella benedetta Beatrice, la 
quale gloriosamente mira ne la faccia di colui, qui est 
j^er omnia saecula benedictus. Amen. 



e invocandola (Purg., xxxm, 115): 

luce, o gloria della gente umana 
e anche (Par., iv, 118). 

O amanza del primo amante, o diva. 

Ma un accenno a questi epiteti particolari non si può ammettere in 
una prosa scritta quando la Commedia era appena concepita, siche 
migliore è l'interpretazione del D'Anc. che Dante voglia riferirsi al- 
l'aver fatto di Beatrice, donna terrena, un simbolo altissimo di perfe- 
zione e di beatitudine. Si potrebbe anche credere che la frase dire 
di lei ecc. significhi : scrivere per lei un poema quale non fu scritto 
per alcuna donna, un poema al quale avrebbero posto mano e cielo 
e terra. 

9. sire de la cortesia, dio, cosi chiamato in quanto è liberale do- 
natore alle anime de' suoi beni (cfr. Conv., iv, 20) ; nello stesso senso 
il Petrarca (Canz., Italia mia, 10) lo disse signor cortese. 



Dante — La Vita Nuova. 



NOTE PER LA CRITICA DEL TESTO 



Ho già avvertito (Not. sulla V. N.,% 1) ohe fondamento alla presente edi- 
zione fu il testo del cod. A, seguito scrupolosamente : non si per altro che dove 
era manifesto errore del copista non si ricorresse ad altri testi e specialmente 
alla lezione de' codd. BC. Per altro alcune particolarità del cod. A non furono 
riprodotte, e ne darò notizia in queste note, perché gli studiosi a' quali potesse 
importare abbiano maniera di ricostruirsi, per dir cosi, la sembianza del co^ 
dice. Intorno al quale, del resto, come sugli altri testi della Vita Nuova, sta 
lavorando da molto tempo il prof. Giulio Salvadori : egli, studiando con intel- 
letto e amore di poeta e di critico la lirica del dolce stil nuovo, è risalito na- 
turalmente al libretto dantesco, che ne è il pili cospicuo documento ; e ha in- 
teso a fermarne il testo .definitivo raffrontando le varie lezioni manoscritte. 
Mentre s' aspetta il lavoro del Salvadori, che io mi auguro venga presto alla 
luce, dirò a' passi latini, che troviamo aparsi nella V. N., s' accompagna ne' 
margini di A un volgarizzamento, quasi sempre letterale, che non può esser 
di Dante, ma sarà forse del copista dimostratosi a più indizi persona cólta di 
lettere. Eaccolgo qui cotesto versioni rimandando ai testi latini della V. N. : 
l 18, Meco idio più forte di me che mmi uiene a signoreggiare ; 24, Apparue 
già la beatitudine uostra ; 27, Guai a me misero imperò e' aspramente sarò im- 
pedito da quinci innanci ; ni 9, Io signore tuo : vii 36, uoi tutti che passate 
per la uia attendete e uedete s'egli è dolore similliante al mio; xn 15, Figluolo 
mio egV è tempo d'abandonare l'idoli nostri, 23, I' sono né più né meno come 
'l mecca del cerchio che ssimilgliantemente le parti si congiunghono insieme e tu 
non se' cosi; xm 15, / nomi sono quelli che seguitano le cose; xxiv 29, Io sono 
boce che grido nel diserto, apparecchiate la uia di dio; xxv 56, E tu Eole; 57, 
O reina che pensi, la tua fatica è di piangere che cose di comandamenti mi si 
eonuiene a pigiare ; 62, Tu Roma dèi molto usare le cittadine armi ; 67, scien- 
gia dimmi l'uomo; 70, Io ueggio le battalglie che ssi apparecchiano contra me; 
xxviii 1, De come siede sola la vittade piena di popolo donna di genti facto- 
quasi uedoua. 

Ancora: il codice ha certe particolarità ortografiche comuni ad ogni scrit- 
tura toscana del sec. xiv, inutili a riprodurre in una stampa che non abbia 
un intendimento speciale filologico : tanto più che cotesto particolarità non sono». 



212 NOTE PER LA CRITICA DEL TESTO 

molte né molto osservabili. Per es. il cod. A, mentre ne' pili dei casi tiene 
distinta la preposizione dall' articolo determinato, qualche volta usa la prep. 
articolata (es. della, nelli o inutili ecc.), che io risolsi sempre ne' suoi due 
elementi. Spesso congiungendosi due parole, avviene un raddoppiamento nella 
consonante iniziale della seconda, come che-ssi, che-mmi, si-mmi, che-ssiano, 
a-llui ecc. ; o un' assimilazione : illoro (in loro). Non di rado le forme dei 
verbi composti con ad-, in-, ecc. non presentano il raddoppiamento: es. ater- 
zate, aparue, inamora ; l'esito del gruppo dj seguito da voc. è per lo pili rap- 
presentato da g : es. meco; e quello di nj tra voc. da -ngn-, es. auengna, insegna 
sengnor- ecc. ; per i gruppi -et, pi- qualche volta non si procede all'assimila- 
zione o alla digradazione e perciò si ha decta exemplo ecc. Tutte queste forme, 
che non rappresentano caratteri propri della lingua di Dante, ridussi alle co- 
muni, e fuor che in questa riduzione mi attenni sempre al codice. I luoghi 
dove me ne scostai, ricorrendo alla lezione di altri testi, sono i seguenti. 



Proemio, 5. A : asemprarle ; ma la ripetizione del pronome qui non pare 
da ammettere. 

Cap. I, 16. A: sacretissima ; tutti gli altri codd. hanno la lez. del testo. - 
25. A: lo spirito nostrale; vedasi la nota allo stesso cap. i, 15.-48. A : onde 
nascono questo e nero ; V errore materiale è corretto dagli altri codd. 

Ili, 41 . A : In ciò che; e cosi hanno più altri codd. : ma essendo qui 
espresso un rapporto finale, parve necessaria la correzione già introdotta dal 
Torri, la quale è già in alcuni mss. - 55. A : significo chessi dee. 

IV, 12. A : imperò che ; e cosi altre volte : ma però che è la forma usata 
più spesso nella V. N. e attestata anche in questo luogo dagli altri codd. 

V, 18. A : al mio ; errore manifesto. 

VI, 9. A: non aurei; che si può anche risolvere in no n'avrei. 

VII, 19. A: ostale. - 27. A: d'un amoroso; si è tolto l'art, un, intrala- 
sciato già negli altri codd., perché altrimenti il verso crescerebbe d'una sil- 
laba. 

Vili, 14. A: sonetti li quali: lez. che si potrebbe mantenere, se dopo si 
avesse cominciano. - 45. A: Esse di grazia ti vuoti far mendica; cfr. nel com- 
mento la nota a questo verso. Che si debba leggere E s'io è confermato dalla 
divisione, nello stesso cap. vili, 66. - 56. A: canosciute; arcaismo, già smesso 
a' tempi di Dante (cfr. Caix, Le orìg. della lingua poet. § 51). 

IX, 31. A : disse; cfr. nel son. dello stesso «ap. ix 46 «presi di lui si gran 
parte ». 

X, 8. A : boce; cosi qui e altrove : ma in Dante è per lo più conservata la 
base etimologica lat. ; cfr. Caix § 178. - 9. A : distruggitore; ma riferendosi 
a Beatrice, non poteva esser dubbia la scelta tra questa e la lezione vulgata. 

XII, 70. A : si come ; ma il faria del v. 72 presuppone che sia espresso 
dinanzi un rapporto condizionale. - 76. A : voi; e cosi altrove, senza riguardo 
alla corrispondenza della rima (: lui). - 82. A : colore ; ma core hanno quasi 
tutti gli altri codd., e cosi richiede il senso e la misura del verso. - 85. A: 
chen uoi servire lan pronto omne p.; cfr. la nota nel commento, e anche un 
art. filologico nel giornale II Baretti, 1883, n. 8. 



NOTE PER LA CRITICA DEL TESTO 213 

XIII, 5. A: quanto che ingombrassero più ecc. È lezione evidentemente 
erronea, ma che conserva forse un ricordo della primitiva, se questa è quella 
di C e d' altri codici : quattro mi pareva che ingombrassero ecc. - 50. A : 



, XIV, 13. A: disposta. - 24. A: altre; cosi qui e altre volte, forse per ri- 
cordo della vocale etimologica lat. {alter). - 35. A: potremo. - 47. A: potré ; 
invece di può ire: ma forse il prototipo aveva poire = po' ire, e fu scambiato 
i con t. - 70. A: fore; e per corrispondenza di rima attore: ma l'inesattezza 
dello scriver la prima parola ha tratto seco anche quella della seconda. 

XV, 30. A: vede; ma il senso e la corrispondenza della rima (: ancide) 
esigono il perfetto vide. - 34. A : lo qual ; è da riferire a pietà e perciò mi- 
gliore è la lez. la qual introdotta nel testo, sull' autorità di altri codd. 

XVIII, 16. una manca in A, ma è negli altri codd. - 24. A: la fine; la 
vera lez. è suggerita dal passo parallelo in questo stesso cap. xvm, 19. - 26. 
A : la beatitudine del fine ; cfr. la nota nel commento. 

XIX, 71. Voi manca in A. - 79. A: adornata; ma il verso richiede in 
fine una parola trisillaba. - 111. Alcune edizioni leggono vertudi effettive, e 
cosi hanno pili codici. Anche in A dopo vertudi si legge effdue, che non sa- 
prei risolvere in effettive. È certo che il luogo era già guasto ne' pili antichi 
esemplari, poiché p. es. nel cod. a si legge virtudi effezioni, che non ha senso. 
Del resto la lez. del testo rappresenta la vulgata, della maggior parte dei 
mss. e delle stampe. - 128. A : ancella le altre ; da risolvere forse ancell' a 
le altre. 

XX, 18. A : poi ; cfr. la nota rispetto al voi del cap. xu, 76. 

XXI, 26. A : de la sua bontà ; che la lez. degli altri codd. sia la vera è 
confermato da ciò che si legge in questo stesso cap. xxi, 42. - 31. A: virtuo- 
samente fue gentile tutto ciò che fece. 

XXII, 3. A: chi era stato tenitore; lez. sconfessata da quella concorde 
degli altri codd. - 9. a buon figliuolo, e da buon figliuolo a buon padre, man- 
cano in A, per una svista del copista, facile a spiegare : poiché e' passò dalla 
parola padre a quelle che seguivano la stessa parola ripetuta poco dopo ; ed è 
errore frequente negli antichi mss. - 16. A : si raunarono a cotale ecc. per un 
facile scambio col raunarono seguente. - 68. A : tornavano ; ed è lez. che po- 
trebbe anche difendersi, contro la comune degli altri codd., né senza esempì 
degli scrittori antichi. 

XXII, 3. A : chi era stato tenitore ; lez. sconfessata da quella concorde 
degli altri codd. - 9. a buon figliuolo, e da buon figliuolo a buon padre, man- 
cano in A, per una svista del copista, facile a spiegare : poiché e' passò dalla 
parola padre a quelle che seguivano la stessa parola ripetuta poco dopo ; ed è 
errore frequente negli antichi mss. - 16. A : si raunarono a cotale ecc. per un 
facile scambio col raunarono seguente. - 68. A: tornavano; ed è lezione che 
potrebbe anche difendersi, sebbene sia contro la comune degli altri codd. 

XXIV, 54. A : allegro nel mio cuore da lunga parte ; cosi hanno anche al- 
tri codd., e si potrebbe forse sottilizzando difendere questa lezione. La vul- 
gata è più naturale. 

XXV, 26. A : se volendo. - 60. A : nel secondo ; e cosi hanno gli altri codd.: 
ma la citazione è dal m libro dell' Eneide. 



214 NOTE PER LA CRITICA DEL TESTO 

XXVI, 25. quello manca in A. - 36. A: mostrarsi. - 53. A: tra laltre 
donne. - 67. che manca in A. 

XXVII, 20. A: che fa li miei spiriti gire parlando : la correzione li spirti 
miei si è dedotta da altri testi per avere un verso di miglior suono, sebbene 
anche il verso di A letto cosi : che fa li miei | spiriti gir | parlando possa esser 
difeso coli' esempio d' altri rimatori antichi. Ma questa della costituzione 
ritmica dell' endecasillabo, nella poesia anteriore al cinquecento, è questione 
non ancora affrontata da alcuno ; e pur meritevole di diligente studio. 

XXXI, 65. A : benigno (: ingegno) : cfr. Caix § 32. - 68-69. La lezione di 
A è confermata da B e da altri codd. - 80. A : mi vien ben fiso ; e cosi altri 
testi : ed è lezione da non trascurare, perché con essa si verrebbe ad ottenere 
una bella corrispondenza di pensiero col giugnemi del v. seguente. - J>0. A : 
maudisse ; cfr. la nota nel commento. 

XXXVII, 10 fate manca in A. 

XXXVIII, 1. A : Ricontai ; e altri testi hanno Ricoverai. La lez. Recommi 
è in C, e in altri codd. 

XXXIX, 3, A: questa gloria Beatrice. - 21. A: sonnelato ; svista del co- 
pista, che ormai non intendeva più la parola arcaica del testo. 

XLI, 35. A: divisa. 



NOTE METRICHE 



Le poesie inserite da Dante nella V. N. (25 sonetti, 4 canzoni, 1 ballata 
1 stanza) sono le seguenti. 

A ciascun' alma presa e gentil core (son. i ; cap. ni) 
Amore e '1 cor gentil sono una cosa (son. x ; cap. xx) 
Ballata, i' vo che tu ritrovi Amore (ballata ; cap. xii) 
Cavalcando V altr' ier per un cammino (son. v; cap. ix) - - 
Ciò, che m' incontra ne la mente, more (son. vili ; cap. xr) 
Color d'Amore e di pietà sembianti (son. xx ; cap. xxxvi) 
Con 1' altre donne mia vista gabbate (son. vii; cap. xiv) 
Deh peregrini, che pensosi andate (son. xxiV ; cap. xl) 
Donna pietosa e di novella etate (canz. il ; cap. xxm) 
Donne, eh' avete intelletto d'amore (canz. i; cap. xix) 
Era venuta ne la mente mia (son. xvm; cap. xxxiv) 
Gentil penserò, che parla di vui (son. xxn; cap. xxxyiii) 
Io mi senti' svegliar dentro lo core (son. xiv; cap. xxiv) 
li 1 amaro lagrimar che voi faceste (son. xxi; cap. xxxvn) 
Lassp ! per forza di molti sospiri (son. xxm; cap. xxxix) 
Li occhi dolenti per pietà del core (canz. ni; cap. xxxi) 
Morte villana, di pietà nemica (son. iv; cap. viri) 
Ne li occhi porta la mia donna Amore (son. xi; cap. xxi) 
Oltre la spera, che pili larga gira (son. xxv; cap. xli) <• 
O voi, che per la via d'Amor passate (son. n ; cap. vii) 
Piangete, amanti, poi che piange Amore (son. ni ; cap. vili) 
Quantunque volte, lasso! mi rimembra (canz. iv; cap. xxxiii) 
Se' tu colui, e' hai trattato sovente (son. xin; cap. xxu) 
Sì lungiamente m' ha tenuto Amore (stanza ; cap. xxvu) 
Spesse fiate vegnonmi a la mente (son. ix ; cap. xvi) 
Tanto gentile e tanto onesta pare (son. xv; cap. xxvi) 
Tutti li miei penser parlan d'Amore (son. vi; cap. xm) 
Vede perfettamente ogne salute (son. xvi ; cap. xxvi) 
Venite a 'ntender li sospiri miei (son. xvn;-cap. xxxn) 
Videro li occhi miei quanta pietade (son. xix; cap. xxxv) 
Voi, che portate la sembianza umile (son. xn; cap. xxu) 



216 NOTE METRICHE 



I sonetti Bono di due specie, comuni e doppi. I 23 sonetti comuni presen- 
tano i due tipi soliti per le quartine ; poiché alcuni le hanno a rima baciata. 
(ABBA.ABBA) e sono i son. i, in, v, vi, vii, xi, zìi, xm, xv, xvn, xvui, xix, 
xx, xxi, xxii, xxin, xxiv, xxv; altri invece le hanno a rima alternata (ABAB. 
ABAB) e sono i son. vm, ix, x, xiv, xvi. Per le terzine tre soli le hanno a 
due rime, il son. i cosi : CDC.CDC. ; e i son. xn, xm (i quali, si noti, sono- 
uguali anche nella disposizione delle quartine, perché formano quasi una ten- 
zone) a rima alternata cosi: CDC.DCD. Tutti gli altri hanno le terzine a tre 
rime, o replicate semplicemente : CDE.CDE, come i son. vm, ix, x, xiv, e xvi ; 
o invertite : CDE.EDC, come i son. ni, v, vi, vii, xi, xv, xix ; oppure, e 
questi sono la maggior parte, a rime ripetute coli' inversione delle due prime r 
CDE.DCE, come i son. xvii, xvm, xx, xxi, xxu, zxni, xxiv, xxv. I due so- 
netti doppi, pur essendo fatti secondo lo stesso principio di intromettere un 
settenario dopo ciascun verso dispari delle quartine e dopo ciascun verso pari 
delle terzine di un sonetto comune, sono differenti : perché ]o schema dell' uno- 
(son. u) fu foggiato sopra un sonetto colle quartine a rime alternate e le ter- 
zine a due sole rime e riusci cosi: AaBAaB. AaBAaB.CDdC .DCcD; mentre 
lo schema dell' altro (son. iv) fu foggiato sopra un sonetto colle quartine a. 
rima baciata e le terzine a due rime alternate e riusci cosi : AaBBbA . Aa 
BBbA.CDdC.CDdC. 

Le canzoni sono della forma seguente : la i di cinque stanze, l'ultima delle 
quali fa da commiato e tutte seguono lo schema ABBC . ABBC . CDD. CEE ; 
- la n di sei stanze che seguitano lo schema ABC . ABC . CDdE. e CDD ; - 
la ih di cinque stanze e di un commiato : le stanze seguono lo schema : ABC. 
ABC . CDEe . DEFF, e il commiato non corrisponde ad alcuna parte della 
stanza ed è anzi una stanza più piccola con questo schema : GHhlffl ; - e final- 
mente la quarta è di due sole stanze con lo schema : AbC . AcB : BDE e DFF ; 
e si noti che nei versi 9° e 13° della 1* stanza, forse casualmente o per amore 
di una certa risonanza non voluta assoggettare a una legge metrica determi- 
nata, è ripresa all' interno la rima del verso precedente. 

La stanza (cap. xxvn), che non è altro che 1' elemento costitutore della 
canzone usato come componimento speciale, ha questa forma : ABBA . ABBA. 
CDdCEE ; e se non avesse un settenario alla 11* sede sarebbe un vero e pro- 
prio sonetto. 

La ballata (cap. xn) è formata di una ripresa : ABBA, e di quattro stanze- 
cosi rimate : CdE . CdE . EFFA. 



GLOSSARIO 



(L'asterisco segna i luoghi dichiarati nel commento). 



abitudine xxix 15*. 

accidente xxv 7, 49. 

acciò che (causale) vii 10, xiv 87, 

xv 47, xxn 40, xxxin 10; (finale) 

Vili 34, x 3, xix 87, 122, xxv 72, 

xxvi 24, xxviii 24, xxx 7, xxxi 

8, xxxn 7, xxxvm 5. 
accolta xxxv 9. 

addivenire vili, xvi 15, xxv 20,21. 
adoperare vm 22, xxi 45, xxvi 14, 

50*, xxvii 5, xxix 15. 
aitare xvi 27. 
alcuno i, 46*, vili 36, x 10, xn 20, 

35, xxn 19, xxiii 82, xxv 71, 

xxxix 26. 
allegranza vii 32*. 
alma in 39, xx 13. 
amaritudine xxxvm 14. 
amistade xxn 8, xxxn 2. 
ammonimento xxm 82*. 
ancidere xiv 70, xv 33. 
annoale xxxiv 13*. 
aperto xxxvm 31. 
apparimento n 2. 
apparita ni 28, xn 54, xxxv 23, 

xxxvm 4. 
appartenersi xn 107. _ 
apparuto in 31. 
appoiarsi xv 28*. 
appresso di v 10, xm 1. 
aprire xxv 52. 
Arabia xxix 1. 
are xxm 148. 
assembrare xxxm 25*. 
assemprare proemio 5*. 



astioso xxxm 34*. 
astrologa xxix 14. 
attendere vii 15, xn 20,* xvm 22,. 

xxn 25. 
atterzate in 43*. 
audienzia xiv 59*. 
audire vii 17, 38, xn 69. 
augelli xxm 148. 
avante xn 94. 
avanzata xix 74. 
avere : nave vii 25 ; hae xxxvn 19 ; 

avemo xxn 33, 36 ; averai xn 75, 

aviano xxix 18; aggie xn li 2; 

averei xxn 43, 71 ; avrestù xvm 

40 ; abbia (s') xli, 21*. 
avvegna che i 39, ix 4, 50. 
avvenente vm 27. 

baldanza i 41*, vii 26, xiv 68, xxv 

72. 
bassare xxi 12. 
battaglia xv 11*, xxxvn 15. 
Beatrice i 5, v 13, 24, xn 33, xiv 

26, xxn 4, 17 xxm 76, xxiv 18,. 

24, 31, xxvm 8, xxxi, 46, 86, 

xxxix 3, 13, xl 54, xu 49, xlii 

11. Bice xxiv 46. 
beltate xiv 64. 
benedicere xxiv 8. 
benegno xxxi 65. 
benignitate xxxi 51. 
bestemmiare xxxvn 4*. 
bieltà xix 66, -ate xn 79, xx 18, 

xxxm 45, -ade xxiv 14, 16, b6. 
blasmare vm 44. 



218 



GLOSSARIO 



bontate vii 20, -de xxn 10. 

brevitade xxvi 9. 

brieve ix 4, -mente xvii 8. 

cammino ix 16*, 34, x 3, xn 35, 

xni 2ù, xix 1. 
campare xvi 25. 
capacitade xi 21. 
caritade xi 3. 
cattivella xxxi 11*. 
centinaio xxix 8, 10. 
certamente xxxn 8*. 
ched xvi 1, xix 3, 5, xx 3, xxm 

69, XXX 1, xxxvni 33, xl20. 
cherere xm 34; chesta xn 75. 
chiave vii 19*, xn 93. 
chiamare xxm 52, 99, 110, xxvn 

21, xxxi, 86, 87, xxxni 31. 
chiosatore xxvn 20. 
chiusamente xxm 197*. 
circundare xiv 23. 
cittade vi 6, vii 3, vili 4, ix 3, 

xiv 14, xix 12, xxn 15, xxx 4, 

xl 6, 17, 20. 
clamare xix 31 *. 
colore (retorico) xxv 77. 
cominciamento xvi 36, xix 12,xxin 

17, xxx 6, xxxiv 15, 27. 
•comprendere xn 41*, xxvi 16*, 

xxxvii 17, xxxix 34. 
conchiudere xxn 41, xxxv 19*. 
conoscere: -scemo xl 14, -scia 

xxiv 41. 
coralmente xxn 77. 
core (pensiero) xm, 18*. 
corona xxxix 46. 
coronata xxvi 9. 
corpora xxm 57*. 
corporale xxv 5. 
corrente ix 16. 
cosette v 22*. 
costanzia xxxix 11. 
cotanto xvin 37*. 
covrire xxm 47, 164. 
criare xv 34. 

crucciarsi xxxvii 3, -ati xxm 137. 
cruccioso vili 49*. 
crudelitate xxxm 39. 

da. ... a xxn 9 *. 
dare xxvi 37. 
davante a xn 60. 
debile xxm 9. 



degnare ni 14*, xn 37*. 

denudare xxv 78. 

deo vii 24, xxxviii 10. 

desio xxxviii 15. 

desire xxxviii 57. 

destrutto xxxiv 40*. 

devenire xxvi 30. 

di cere xix 95, xxxi 93; -ero xvh 

8, xxxi 43; dichi xn 40, xvm35, 

XIX 77. 
dicitori xxv 18, 19, 39, 50. 
difensione ix 23*. 
difesa vii 4, ix 4, 20, x 4. 
difettivamente xxvi 5*. 
difinita vili 64. 
die: sing. xn 55, xxiv 2,24, xxxix 

2; pi. ix 1, xxxix 10. 
dignitate vii 24*, -ade xxx 3. 
dimorare m 20*, vii 28, xvm 26, 

49, xxn 29, xxm 127, xxxviii 48. 
dinanzi da xvm 10; -ched xxm 

188; -a proemio 1. 
dipartire xxn 28. 
discacciato xiv 44, xxxix 11. 
dischernevole xv 4. 
disciolte xxm 142*. 
discolorato xvi 12. 
disconfiggere xvi 17. 
disconfortare vii 5. 
disconsolato xxxi 107, xxxn 22. 
discovrire vili 55, ix 51. 
disfogare ix 8, xxxi 2. 
disiderare xv 58, xix 129, xxm 55, 

xxxix 23. 
disiderio xv 13, xvm 50. 
disignare xxxi 31. 
disirare xli 41. 

disire xxxi 55, xxxm 38, xxxix 43. 
disnore xn 72*. 
disponsata i 30*. 
dispogliata xxxm 3. 
distendersi xiv 20. 
distretto xxxn 4, xxxm 4, 16. 
distrutto iv 15*, xxxvi 21. 
dittare xx 11*. 
dittatori xxv 39. 

divenire xv 20, 38, xxm 93, -ver- 
na xix 52. 
diversitade xm 45. 
diverso xxm 21. 
divisione xiv 75, xix 15, 131, 133, 

137, xxm 96, xxvi 43, 51, xxxvii 

24, xli 36. 



GLOSSARIO 



219 



-di volgata xx 1. 

■doglia xxxi 68, 88. 

doglioso vili 42, xxxiv 45. 

dolzore xm 32. 

domandatrice xxi 27, 

Domini (anni) xxix 7. 

donare xvi 20, xix 55. 

donna xxiv, 14*. 

dovere : dèi xix 86, xxm 53, 170, 

172, xxiv 9; deono XXV 74. 
dormire: -iaxxiv 39, -endo, ni 49*. 
dottanza vii 29 *. 
dubitazione xxv 2, xxxvn 22. 
dubitoso xiv 86, xxm 139, -amente 

in 20 *. 
duolo xxm 176*. 
durare xxm 10, 126. 

ebrietà xv 28*. 

ecco che xv 6. 

elli : sing. in 16, 62, ix 13, 46, 50, 
52, XI 11, xii 78, Xix 138, xxm 
117, 147, XXVI 13, XLI 17, 41; pi. 
xxxiv 7, xxxvi 23, xxxix 50, xli 
15, 19. 

elio xxxvn 18. 

entrata xxx 8. 

entro in xxm 75, xxxiv 37*. 

eo xn 91. 

Eolo xxv 55. 

erranza xm 38. 

esemplo i 48, xv 44, xl 3. 

esperto xxvi 8. 

«ssere: tue in 29, 57, 58, 61, 63, 
v 8, vi 7, vii 11, vili 30, xn 31, 
xvni 24, xix 125, xx 1, xxn 13, 
xxm 45, xxiv 57, xxvin 7, 27, 
xxix 9, 21, 28, xxx 1, 12, xxxi 22, 
51, 73,- xxxn 2, xl 38, xlii 8; 
fuoro n 1, xiv 26, xvn 2, xxm 
103,xxv 30,xxxix 27;fuoron xxm 
133 ; -sie xxm 76; fosse (l a p.) 
xxxv 2; fossi (3 a . p.) xn 90, xxn 

, 12 - 

esso xxn 37. 

esto in 50, xn 74, xxxi 58. 
etade xxxix 6. - 
eternale xxn 5. 

fabuloso i 46*.' 

fare : foe xxm 194, xxxi 21 ; face xx 
23, xxvi 58, xxxi 50, xxxv 35, 
xxxvin 50; fae xxvin 19; facia 



xxxiv 38; facesse v 23*. 
farneticare xxm 191. 
fernetico. xxm 16. 
fattore xxix 25. 
fede (in) xxm 174*. 
fedele (d'Amore) m 36*, vii 35, 

vili 32, xn 8. 
fellone xxxvn 32*. 
ferire: fere xiv 69; feron xix 68. 
fermamente n 13 *. 
fermata xn 84. 
fiata i 1, vii 23, vili 11, xn 18, xvi 

19, xxxvi 3, 22. 
Figliuolo xxix 26. 
figura ni 4, xxxv 23*. 
finire xix 19*. 
fioco xxm 150 *. 
fiso xix 72, xxxi 80. 
fora xxm 135; -ore vili 20, xxxiv 

41, xxxv 4; -ori xi 9, xxxvi 8; 

-or vii 32, xix 64, xxvn 21, xxxiv 

43; -uora vin 24. 
forte (agg.) xv 2*, xxvi 13, xxxix 

2; (avv.) xiv 34, xv 8, xxm 102, 

xxxi 74, xxxni 30, xxxvi 20, 

xxxvn 36. 
frale xxin 125, xxvn 17; -aile 

iv 4*. 

gabbare xiv 39, 52, 61, xv 51. 

gabbo xv 33. 

gaia vin 30, 53. 

Galizia xl 37. 

Geremia vii 36, xxx 6. 

Gesù Cristo xl 3. 

giorno (lo, il) in 13*, v 15*, ix 

33 *, xiv 13. 
Giovanna xxiv, 15, 27. 
Giovanni xxiv, 28. 
gioventudine i 46*; -tute vili 53. 
girazione i 3. 
gire in 52, xn 68, 108, xv 37, xix 

78, xxvn 20, xlii 10; giva xxm 

134; già ix L6, xix2; giano xxn 

26 ; girai xix 73 ; gio Xxn 5 ; gita 

xxxi 44, xxxn 29. 
giugnere: giugnea xi 3; giugni 

xix 77. 
Giuno xxv 54. 
giuso xxix 15. 
gloriare xxvm 5*. 
gloriosamente xxm 39*, xl 5, 

xlii 12. 



220 



GLOSSARIO 



governato iv 11 *. 
gravitate xl 50. 
graziosa vili 4, xxvi 68. 
Grecia 21. 
gridare xix 37*. 
grosso xxv 30, 73. 
guatare xix 69. 
guardare xx 31. 
guerire xvi 29. 

Iacopo (Sa') xl 32, 37. 
ier (l'altr'-) ix 34*. 
imponitore xxiv 22. 
imposto xxiv 17. 
incerchiare xxxix 46. 
incontanente xxn 28. 
incontrare xv 22*. 
indifensibilemente xui 4*. 
indifinita vili 63, xxm 182. 
indizione xxix 6. 
inducere xxi 32. 
infermitade xxm 2, 66, 92. 
infolgorare xiv 34*. 
innotificare xvm 39. 
insegna iv 13*. 
intendimento proemio 5*, v 22, 

VII 39, vili 62, xvm 40*. 
intentivamente in 12*. 
intento xix 90*. 
intollerabilemente xxm 6. 
intra xxi 26. 

intramettersi xvn 35*, xli 36. 
invér xxiv 47. 
invidia iv 6*. 
invilita xxxi 97. 
ire ix 3. 

ismorire - vedi smorire, 
isvegliato in 26. 

labbia xxvi 39*, xxxi 99, xxxvi 18. 

lassare xxm 109, xxiv 48, xxvi 44. 

lasso (agg.) xxxn 26. 

lasso (esci.) xxxm 22, xxxix 39. 

lauda xix 19. 

laudabile i 37. 

laudare vin 24, xxvi 32, 46. 

laudatore xxvm 18. 

leggeramente ni 11*, ix 12*, xn 

72, xm 18, xix 28. 
leggero xxm 10, 126. 
leggiadro vii 25*. 
levare : levòe xxxix 1. 
libello proemio 5*, xn 116, xxv 

72, xxvm 12. 



lien (gliene) xxxix 49. 

lievi xix 122. 

litterati xxv 22. 

locale xxv 10. 

localmente xxv 10. 

loco xxm 141, xxiv 47, xxxi 62. 

loda v 26, xvm 46, xix 79, xxi 2, 

xxvi 22. 
Lucano xxv, 61. 
lunga xxiv 55*. 

lungo xn 11*, xxm 64, xxxiv 5. 
lungiamente xxvi 11. 

madonna in 49, xn 76, 83, xvm 

23, xix 45. 
magione xiv 15*, xx 15. 
maladetti xxxvn, 11. 
malnati xix 43. 
mantenente in 26*, v 16. 
maravigliare iv 6. 
maraviglioso in 2, -amente vi 10. 
martiri xxxvm 60, xxxix 46. 
matera vm 42, xm 36*, 47, xvu 

6, xvm 45, 48, xxn 44, xxv 35. 
membrare ni 46. 
menare : merrànno xix 84*. 
mendica vili 45*. 
menimi i 17*. 

meo in 48, xli 39; mi' i 16. 
mercede xvm 28, xxm 180; -zede 

xix 37, xxvi 55, xxxi 10 1. 
meritata n 9*. 
mertare vm 57. 
meschino ix 38*. 

mestiere xn 52, xiv 78, xxm 57*. 
mirabilemente xxi 6, xxvi 14, 77. 
monna xxiv 46. 
morire : morio xl 7; morràti xxm 

138 ; mora xxm 130; moia xv 29, 

xxm 14; morria xix 52. 
mostrare: mosterrà xxiv, 24*. 

narratòri xvn 2. 
nascimento i 1. 
nascoso xxn 28. 
nebula m 3*. 
nebuletta xxm 38. 
necessità (di) xxm 13*. 
neente xl 49. 
negare : negòe xxn 2. 
neuno i 42, xi 2. 

nobilita xix 113, xli 3; -iltate vii 
21 ; -iltade xn 22. 



(GLOSSARIO 



221 



noia xn 36*, 90. 

noioso xn 38, xxxiii 29. 

nota xn 96. 

notricare vili 50. 

novella xxm 151. 

novo ix 45, xiv 63*, xv 1, xix 62, 

xxi 21, xxm 109, xxxvni 1; 

-elio xxm 97* ; -issimo xvm 20. 
nudrimento i 26. 
nui xxn 74, xxxvin 54. 
nullo xxn 8, xxv 10, xxvi 57. 

o* (ove) xix 72. 

obumbrare xi 15*. 

eco (lingua d') xxv 27*. 

ogne vii 19, xn 85, xix 50, xxi 16, 

xxvi 30, 52, xxxi 71, xxxvn 33; 

onne in 44, 60. 
oi xxm 61, xxxii 21, xxxvn 28, 

xxxvin 55. 
oltremare xl 35*. 
Omero i 38, xxv 66. 
omo xx 23, xxm 150, xxxi 98, xl 

55. , 

onestade xxvi 5. 
operate xvm 40. 
Orazio xxv 63, 65. 
orranza vili 25. 
osare xx 12*. 
oscuritade xn 29. 
ostello vii 19*. 
ottobre xxix 5. 
Ovidio xxv 67. 

palmieri xl 35*. 

Padre xxix 26. 

parere xxvi 28*. 

pargoletto xn 9. 

parlare xn 115; parlòe xxv 55. 

parte (in) v 2, xiv 2*, xxxiv 3, xxxv 

2, xl 10; p. (da la) xix HO*, 
partire : partia xxxiv 42, partio n 

16, xvm 42, xxix 2, 3, 6, xxxv 

15, xxxix 18. 
partita vii 7, xxvm 9,23,26, xxxi 

23. 
parvente in 41*. 
pauroso in 5*. 
paventare xxiii 30. 
paventoso ni 51. 
pensamento xni 3, xv 2, 17, xxxv 

3, xxxix 12. 



penserò xin 42, xix 50, xxi 16, 

xxm 7, 129, xxxi 72, xxxvin 47, 

xxxix 47, xli 12. 
pentère xxxix 9. 
peregrino ix 12, 37, xl 5, 29*, 36, 

xli 15, 16. 
persona xxxi 60*. 
pesare iv 5*, xxxvn 9*. 
piacente xxvi 36*, 61. 
piacere ix 45*. 

piano xix 76, xxvi 42*, xxxvi 11. 
piotate xxm 100, xxxv 22; -ade 

xiii 49, xxii 23, 60, xxxv 12, 

xxxvn 30. 
pietosamente vni 6*, xn 19, xxii 

17, 33, xxm 33,xxxi 13, xxxv 8. 
pingere: pingea xi 9. 
pinto xix 71. 
pintura xiv 23*. 
pistola vi 7. 
plorare vin 18. 
poetria xxv 67. 
porpureo xxxix 25. 
porre (ponessi di dire) xv 19. 
possessioni xiv 45*. 
postutto (al) xxvn 19. 
potere: pui xxii 79; puote xvm 

29, xxi 46, xxv 71, xxxv 16, xli 

20; poteo in 25, vinS; potettero 

xxm 80; poria iv 13, xiv 65. 
potestate xin 30. 
pregherò xn 89. 

prego xn 99, xxxn 11, -iego xli 6. 
presente (a) xxvm 8. 
pria xn 67. 
prima xxxix 5*. 
Primavera xxiv 17, 21, 23, 50. 
procacciarsi iv 6. 
produtti xx 30. 
pronto xn 85. 
propietà vni 56. 
propio i 3, vin 60, xin 13. 
propinquare xvi 14. 
propinquitade xiv 23. 
propinquo xi 7, xl 15; -issimo 

xxm 71. 
proponimento xxvm 3. 
prosa xxv 52. 
prova xiv 66*. 
pugnare xvi 11. 
pui xx 18, xxxi 43, xl 53. 

quanto a in 6, ix 7, xn 13, xvm 



GLOSSARIO 



222: 



48, xxxv 9; -da vi 2, xix 110; 

in- xv 8. 
qualitate xli 18; -ade xli 25; -à 

xvi 20, xxxi 49*, xxxv 27*. 
quantunque xxxm 14, 22. 
quelli : sing. m 58, 62, iv 11, xn 23, 

45, xv 46. 
raccendimento xxxix 21. 
radice xxix 22, 30. 
ragionare v 19, ix 25, x 5, xn 31, 

34, 62, 98, xix 20, xxn 31, xxin 

118, xxvi 1, xxxi 63, xxxviii 49. 
ragione xxxv 20*, xxxvi 12, xxxvn 

25, xxxix 34, 38, xl 42. 
raguardare xn 19. 
rassembrare xiv 63. 
raunare xiv 3, 11, xvm 3, xxn 16. 
recordare xli 49. 
redurre xxi 34. 
redundare xi 21*. 
reguardare xix 61. 
rei xxxn 24. 
reina v 2, x 10, xxvm 6. 
remanere xn 97, xiv 71, xxxi 34. 
rescrivere in 41. 
respetto xix 28. 

restate xl 51 ; r. (aver) xxxvn 13. 
resurressiti xiv 44. 
retrarre xxxix 29. 
retrovare xn 67, xix 70. 
reverenzia xxvm 7. 
ricogliere ni 23*. 
ridere : ridia xxiv 43. 
rilevarsi xxxviii 12*. 
rima xxi 1, xxiv 34, -(arte del 

dire per) ni 34; -(cosette per) v 

21; -(dire per) xn 41, xxv 24; 

-(dicitori per) xxv 24, 40. 
rimare xxv 77, 81. 
rimate (parole) xxxix 32, xli 2. 
rimatori xxv 44. 
ripensare xxxviii 8*. 
ripigliare xvn 6. 
riprensione xv 19, xxn 44. 
risibile xxv 15. 
risomigliare xxn 75. 
risponditore in 58. 
risponsione ni 54, xi 6, xvm 23, 

xxn 48. 
ritornata x 1*. 
rivenire ix 20. 
ritrarre xv 16. 
Koma xl 39. 



romei xl 39. 
rotto xn 53. 
rubrica proemio 3*. 



saggio xx 11*. 

salute ni 13*, vili 57, xi 2, 14, 19,. 

xn 31. 
sanguigno i 13, in 11, xxxix 4. 
sanguiniti xxin 71 ; -ade xxxn 4. 
sanza i 43, vili 5, xn 6, 50, 106» 

XX 13, XXV 51, 74, xxviìi 22, 

xxxvi 11. 
sapere v, 19: sae xxvi 14; sapemo- 

xxv 80; sappiendo xiv 6. 
savere xiv 65. 
schermo v 17, vi 2. 
sconfitte xvm 5. 
scorta xxn 84. 
sdonneare xn 94*. 
secolo il 9*, vili 51, xxm 32, xxx 

1, xxxi 92, xxxn 30, xxxni 29. 
securtate xiv 68. 
sed xn 78, 87, 88, xn 21, xix 5. 
segnore x 2, xn 57, 62, xix 36 r 

XXIV 44, xxv 55, 57, xxvi 14. 
segnoreggiare i 29, 41, ix 10. 
segnoria xxvn 12. 
seguitare xn 57*. 
sembiante xn 100. 
sensibilemente xxvi 25. 
sentenzia proemio 6, in 58, xiv 

76, xxxix 34. 
sentire : in 32*; sentio v 9. 
sepoltura xl 37. 
serventese vi 8*. 
serviziale xix 91*. 
sfigurate xxn 64. 
sguardare v 6*. 
si (intensivo) in 24, vi 2. 
si (lingua di) xxv 27. 
sicurtade i 31. 
significare in 55. 
simigliantemente xvni 15. 
similitudine xxix 21. 
simulacro, xn 16. 
simulatamente xiv 22. 
sire vi 7, xix 32, xx 14, xxn 2 r 

xxxi 54, xlii 9*. 
Siria xxix 3. 

smagato xn 86*, xxm 133*. 
smorire xxi 12, xxvn 18. 
solìenre: solferise vi 11; softerite 



GLOSSARIO 



22$ 



xix 40; sofleriate vii 17; soffe- 
rmo vii 38; soffrisse xix 51. 

sofficiente xxvm 14. 

solingo lì 16*, xn 3. 

sollenato xn 5*, xxxix 21*. 

sollicitare vili 32. 

solvere xn 116, xiv 84, 86. 

sommosso xxxv 32*. 

sono xn 73, xxxiii 35. 

soperchio (di) xiv 89. 

sopporre xm 43*. 

soprastare i 45*. 

sostenere ni 26, vm 8, xvin 19. 

soverchievole x 8. 

speme xix 41. 

spera xli 37*. 

spezialmente i 23, xxv 14. 

spiramento xxxvin 15*. 

spiritale xxxin 43. 

spiritello xiv 33*, xxxvm 56. 

Spirito santo xxix 27. 

spirto xvi 25, xix 68, xxin 134, 
xxvn 20. 

stare: stea xxxi 31. 

stanzia xxvm 4, xxxin 6, 15, 17. 

statura xxxv 24*. 

stella xxni 146*. 

stilo xxvi 22. 

strignere xvi 35*. 

subitamente in 45*, ix 29, xxx 44*. 

subitanamente xvi 23. 

suggetto xx 28, 30. 

suo: su' il 12, in 41. 

suso xxin 155, xli 13, 16. 

sustanzia xxv 4, 6, 7, 50. 

tanto (in) v 8, xxix 11*. 

tavolette xxxiv 4. 

temenza xix 26. 

tempi (a gran) ix 21*. 

tenere xv 37, xl 18*; tegno xxin 

169; tenesse (1* p.) xix 4. 
terra xxx 4*. 

terremuoto xvi 31*, xxiv 3. 
Tisirin xxix 5*. 
tollere: tolle xxvn 15*. 
Tolomeo xxix 12. 
tortoso vili 47*. 
tostamente xn 42. 
tostano xix 84*. 
tosto (si) i 30. 
tramettersi xxn 90. 
tramortire xv 27*. 



trapassare i 47*, xn 22. 
trarre (guai) xxin 143*, xxxi 37. 
trasfiguramento xiv 55. 
trasfigurazione xiv 38. 
travagliare xxxi 96, xxxv 5 ; -arsi 

xix 130, xxni 16. 
tremore xi 13, xiv 19, xv 28, xxiv 

53*. 
trestizia xxxi 3, 69, 106, xxxvi, 6.. 
tribulazione xxxvm, 13, xl 1. 
Trinitade xxix 31. 
tristizia xxn 16, 23. 
trovatori ni 32*. 
tuttavia xxxni 37, xxxvi 5*. 
udire: udio xn 33, xxn 19, 20, 38, 

48, xxiv 58, 62. 
umile i 12. 
umilemente xxin 120; -lmente ni 

51. 
umilitate xxxi 52; -ade xxin 49, 

51, xxvi 9 ; -à xxni 165*. 
umiltate xxxiv 34; -à xi 7, xxni 

168, xxvi 33. 

valore xxxiv 32*. 

vanitade xxxvn 5, xxxix 27. 

Vanna xxiv 46. 

varietate xm 29. 

vedere : vedemo xvin 31, xxv 44 ; 
vide xv 30; veggio xxn 59, xxix 
33; veggiono xxx 10;veggiendo 
xxxi 99; veggendo xxn 18, xxin 
9, 100, 168, xxvi 47, xxvn 3; ve- 
desti! xxn 79*, xxin 122. 

veduta xiv 42, xvi 13, xl 22. 

venire: vegno ix 44, xv 23, xvi 29,. 
xxin 173; vene in 40, xxxvi 19, 
xxxvm 48; venia xxiv 45. 

veracemente xn 39, xx 5, xxxn 
6, xlii 5. 

vèr xn 70, xxi 10. 

VergiJio xxv, 54. 

veritade v 17. 

vertudiosamente x 14*. 

vertuosamente xxvi 69. 

vertute xxvi 56, xxxi53; ude xix 
111, xxvi 50, xxvn 8, 19; -ù 
xxxvin 53, xl 56. 

veritade xxix 13. 

vesta xxv 77. 

vestuta xxvi 33, 58. 

vile xxxv 15*. 

villano vm 21 , 39, xxm 53*. xxxi 66 _ 



224 



GLOSSARIO 



viltate xxxv 29. 

-virtuosamente n 10, xxi 31, 35, 
xxvi 20. 

virtute vili 52; -ude x 10. 

viso (senso del vedere) i 23*, xi 
10*, xiv 29, xix 71*, xxxvn S7. 

viso (volto) iv 12, xi7, xv 26, xix 71*. 

vista IX 31, xn 80, xiv 61, xv 5*, 
xvni 1, xxxv 4, xxxvi 2, 8, 
xxxvn 1, xl 16, 46; in- xvm 
22*; quanto a la- ix 7, xn 13, 
xxxv 9*. 



vivere : vivettexL 7; vivia xxxi 39. 

viziosamente x 8. 

vocabulo xl 28. 

volere: voi' (volo) vili 55, xm 39*, 

XIX 46, XXXI 41 ; voli xxiv 25, 

vuoli xn 66, xix 80, xxxvni 14; 

vole xn 77; volemo xxv 26, 

xxvin 11. 
volontade vii 2. 
vóto xvi 28. 
vui xn 76, xiv 71, xix 29, xxm 

124, xxxi 40, xxxvni 47. 



ABBREVIATURE USATE NEL COMMENTO 



Ant. rim. volg. = Le antiche rime volgari sec. la lez. del cod. vaticano 3793, 
a cura di A. D'Ancona e D. Comparetti. Bologna, Romagnoli, 1875-86 ; 
4 voli. 

Bartsch, Oh. = Ohrestomathie provengale, Elberfeld, 1875. 

Bocc. Dee. = Decameron di G. Boccacci. Firenze, Barbèra, 1861 ; 3 voli. 

Card. == note di G. Carducci nell' ediz. D'Anc, e discorso Delle rime di Dante 
negli Studi letterari, Livorno, Vigo, 1874. 

Cavale. = Rime di Guido Cavalcanti, ed. Arnone, Firenze, Sansoni, 1881. 

Cino = Rime di Cino da Pistoia, ed. Bindi e Fanfani, Pistoia, Niccolai, 1878. 

D'Anc. = note di A. D'Ancona e prefaz. all'ediz. di Pisa, 1884. 

Dante = Divina Commedia, Firenze, Sansoni, 1883 ; Convivio, ed. Fraticelli, 
Firenze, Barbèra, 1857 ; Canzoniere, ed. Fraticelli, Firenze, Barbè- 
ra, 1856. 

D'Ovidio = art. della Nuova Antologia, 2* serie, xlv, 238-268. 

Gaspary = art. del Literaturblatt f. germ. und roman. Philol. anno V, n° 4. 

Giul. — note di G. B. Giuliani all' ed. di Firenze, Le Monnier, 1883. 

Guiniz. = Rime di G. Guinizelli nella mia ediz. delle Rime dei poeti bolo- 
gnesi del sec. XIII, Bologna, Romagnoli, 1881. 

Guittone = Rime di G. d'Arezzo, ed. L. Valeriani, Firenze, Morandi, 1828 ? 
2 voli. 

Frat. == note di P. Fraticelli all' ed. di Firenze, Barbèra, 1857. 

Lue. = note di A. Luciani all' ed. di Roma, 1884.» 

Petr. = Rime di F. Petrarca, Firenze, Sansoni, 1883. 

Rajna = note di P. Rajna nell' ediz. D'Anc. 

Renier = art. del Giorn. stor. della lett. ital., IL 366-395; III, 104-113; e lo 
studio su La Vita Nuova e la Fiammetta, Torino, Loescher, 1879. 

Tedaldi = Rime di P. Tedaldi, ed. Morpurgo, Firenze, 1885. 

Tod. = Todeschini G. Scritti su Dante, "Vicenza, 1872, 2 voli. 

Trivulzio = note nell' ediz. di Milano, Pagliani, 1827. 

Uberti = Rime di F. Uberti, ed. Renier, Firenze, Sansoni, 1883. 

Val. = Poeti del primo secolo, ed. L. Valeriani, Firenze, 1806 ; 2 voli. 

Witte = note di C. Witte alla sua ediz. di Leipzig, 1876. 

Dante — La Vita Nuova. 15 



INDICE 



Prefazione Pag. v 

Notizia sulla Vita Nuova, § I. Cenni sulla storia esterna della V. N. . . ix 

§ II. Commentatori e interpetri xm 

§ III. Tempo in eui fu scritta la V. N XVII 

§ IV. Composizione del libro: significato del 

tìtolo XXI 

§ V. Le visioni e il numero nove xxv 

§ VI. Rime pertinenti alla V. N xxix 

La Vita Nuova 1 

Proemio 3 

Cap. I Primo incontro di Dante con Beatrice 4 

» II Secondo incontro ; e primo saluto di Beatrice 12 

» III Innamoramento di Dante, prima visione ; son. i A cia- 
scun' alma presa e gentil core 15 

» IV Effetti dell' innamoramento ; segreto serbato da Dante . . 23 

» V Amore fìnto ; prima difesa 24 

» VI Serventese in lode delle sessanta più belle donne di Fi- 
renze 26 

» VII Partenza della donna della prima difesa ; son. n voi, 

che per la via d'Amor passate 28 

» Vili Morte dell'amica di Beatrice, son. ni Piangete, amanti, poi 

che piange Amore ; son. iv Morte villana, di pietà ne- 
mica 32 

» IX Seconda visione, pensiero d'un'altra difesa; son. v Caval- 
cando V altr' ier per un cammino 38 

» X Beatrice priva Dante del saluto 42 

» XI Natura ed effetti del saluto di Beatrice 44 

> XII Dante pensa di riconciliarsi con Beatrice ; terza visione ; 

ball. Ballata V vo' che tu ritrovi Amore 46 

> XIII Quattro pensieri d'Amore ; son. vi Tutti li. miei pensier 

parlan d'Amore 56 

> XIV Trasfigurazione di Dante innanzi a Beatrice; son. vii 

Con V altre donne mia vista gabbate 61 



'228 INDICE 

Cap. XV Desiderio e timore del veder Beatrice ; sou. vm Ciò, che 

m' incontra ne la mente, more Pag. 69 

» XVI...... Effetti della vista di Beatrice; son. ix Spesse fiate ve- 

gnonmi a la mente 74 

» XVII.. .. Proponimento di prendere materia nuova e più nobile 

nel dire 77 

» XVIII .... Ragionamenti tra Dante e le donne gentili 79 

> XIX Dante loda Beatrice parlando alle donne gentili ; canz. I 

Donne, ch'avete intelletto d'Amore 83 

» XX Della natura d'Amore; son. x Amore e 'l cor gentil sono 

una cosa 100 

» XXI Effetti di Beatrice sul) e altre persone ; son. xi Ne li occhi 

porta la mia donna Amore 104 

» XXII Morte del padre di Beatrice; son. xn Voi, che portate la 

sembianza umile; son. xiii Se' tu colui, c'hai trattato 
sovente 108 

» XXIII. . .. Infermità di Dante e presentimento della morte di Bea- 
trice ; quarta visione; canz. n Donna pietosa e di no- 
vella etate 115 

» XXIV .... Quinta visione ; incontro di Dante con Primavera e Bea- 
trice; son. xiv Io mi senti' svegliar dentro lo core... 129 

» XXV Digressione sulle personificazioni e sul parlare figurato ; 

esempì de' poeti latini 136 

*> XXVI .... Effetti di Beatrice sull' animo degli uomini e delle donne; 
son. xv ; Tanto gentile e tanto onesta pare; son. xvi 
Vede perfettamente ogne salute 144 

> XXVII . . . Effetti di Beatrice sull' animo di Dante; stanza Si lungia- 

mente m' ha tenuto Amore 150 

> XXVIII . . Morte di Beatrice 152 

y> XXIX .... Come e perché il numero nove avesse luogo in questa 

occasione 157 

» XXX Epistola di Dante sulla morte di Beatrice 160 

» XXXI .... Pianto per la morte di Beatrice ; canz. in Li occhi dolenti 

per pietà del core 163 

» XXXII . . . Dante e il fratello di Beatrice; son. xvn Venite a 'ntender 

li sospiri miei 171 

» XXXIII . . Dolore per la morte della donna ; canz. iv Quantwique 

volte, lasso ! mi rimembra 174 

» XXXIV . . Anniversario della morte di Beatrice ; son. xvm Era ve- 
nuta ne la mente mia 178 

» XXXV]... Prima apparizione della donna gentile; son. xix Videro 

li occhi miei, quanta pietate . . . .'. 181 

» XXXVI .. Inclinazione di Dante per lei; son. xx Color d'amore e di 

pietà sembianti 185 

» XXXVII.. Dante è vinto dall'affetto per la donna gentile; son. xxi 

L'amaro lagrimar che voi faceste 187 



INDICE 229 

Cap. XXXVIII. Lotta nell' animo di Dante tra il nuovo affetto e il vec- 
chio; son. xxii G-entil penserò che parla di vui 190 

» XXXIX . . Dante ritorna al culto di Beatrice, sesta visione ; so- 
netto xxni Lasso ! per forza di molti sospiri . . .Pag. 194 

» XL Passaggio dei pellegrini, e pensieri di Dante; son. xxiv 

Deh peregrini, che pensosi andate 199 

» XLI Settima visione; aspirazione di Dante al cielo; son. xxv 

Oltre la spera, che più larga gira 204 

» XLII Concepimento di un gran poema, visione ultima. Con- 
clusione 208 

Note pek la critica del testo . 211 

Note metriche 215 

Glossario . , . 217. 

Abbreviature usate nel Commento ... ,225 

Indice 227 



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